giovedì 14 marzo 2019

Le Iene indagano su Rimborsopoli

Giulia Sarti, Le Iene indagano su Rimborsopoli. Da condannare chi diffonde foto oségiulia sarti rimborsopoli scandalo rimborsopoli bogdan video hard filmini

Il caso Giulia Sarti, sollevato da Le Iene, domina il dibattito politico. Anche troppo e non sempre sui nodi centrali della vicenda. Noi indaghiamo su questioni di pubblico interesse, su dove potrebbero essere finiti i soldi che la parlamentare aveva dichiarato di aver restituito al fondo per il microcredito alle piccole imprese e che sarebbero stati dedicati anche all’eventuale acquisto di apparecchi di videosorveglianza forse per girare filmini privati. Questo non c’entra nulla con la diffusione del materiale rubato all’onorevole anni fa dalla sua posta elettronica. La diffusione delle sue foto intime, oltre che un reato, è una vera violenza. Gli scatti rubati starebbero girando sulle chat di giornalisti, politici e non solo. Attenzione: sta compiendo un reato non solo chi li diffonde, ma anche chi li conserva

“Le foto sono arrivate anche a me eh! Io le ho qua nel telefonino. Però sono arrivate indirettamente da amici che l’avevano avuto. Oggi è una giornata impazzita per queste foto nel senso che mi aspetto che, se non è stanotte sarà domani o dopodomani, qualcosa di queste foto, magari castigate, uscirà”. L’ex direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, è intervenuto ieri, martedì 12 marzo, nel corso della puntata di Otto e Mezzo su La7 sul tema delle foto osé della parlamentare del Movimento 5 Stelle, Giulia Sarti. In questi giorni, nelle chat WhatsApp di giornalisti, politici e non solo, starebbero girando foto hot della parlamentare. E noi ci teniamo a ricordare che diffondere queste foto è un reato e una violenza nei suoi confronti. Per chi dovesse riceverle: una volta aperto e visualizzato il contenuto, le foto vanno cancellate e non possono essere conservate sul proprio telefono, altrimenti si compie un reato. Per questo consigliamo anche a Paolo Mieli di disfarsene il prima possibile. Ribadiamo che queste foto non c’entrano niente con l’inchiesta delle Iene e risalgono a molti anni fa.
Noi de Le Iene abbiamo affrontato questo tema, anche nella puntata di ieri nel servizio che vi riproponiamo qui sopra, in relazione all’inchiesta di Filippo Roma e Marco Occhipinti ribattezzata la Rimborsopoli M5S, cioè lo scandalo scoperto da Le Iene delle false restituzioni dello stipendio di 14 parlamentari grillini al fondo per il Microcredito per aggirare la rinuncia volontaria prevista dalle regole del Movimento. I 14 parlamentari pentastellati utilizzavano un trucco tanto semplice quanto geniale: ordinare i bonifici, pubblicare le ricevute sull’apposito sito e poi revocarli (qui sotto potete vedere tutti i servizi e gli articoli sul caso).
Con questo sistema anche Giulia Sarti avrebbe evitato di restituire 23.500 euro, 4mila dei quali sarebbero andati a coprire le spese degli ormai famigerati “video controlli di Dedo e Luca”. Una denominazione, come risulta da una chat di Telegram tra Andrea Bogdan Tibusche, l’ex fidanzato e collaboratore della parlamentare Cinque Stelle, e la Sarti, acquisita agli atti, che trova riscontri in dei messaggi privati di Bogdan scovati in esclusiva dalle Iene, che alluderebbero a un sistema di videosorveglianza nella casa della deputata, per la realizzazione di filmini intimi e in generale per registrare tutti gli incontri che avvenivano in quella casa, di qualsiasi natura fossero, 24 ore su 24.
Le domande che con la nostra inchiesta stiamo portando avanti sono esclusivamente legate a temi di interesse pubblico, che non riguardano quindi le foto o video hard in sé, cose che riguardano esclusivamente la vita privata di Giulia Sarti e che, ripetiamo, è un reato far circolare e conservare.
Le domande che ci poniamo sono innanzitutto su come sono stati spesi i soldi che Giulia Sarti ha dichiarato di aver restituito alle piccole imprese. Secondo: affrontiamo il problema dei video che sarebbero stati registrati a casa di Giulia Sarti esclusivamente perché è una questione di pubblico interesse se, come ha sostenuto Bogdan, un onorevole, per di più con un ruolo delicato prima in Commissione Antimafia, poi in Commissione Giustizia, abbia o meno registrato tutte le persone che entravano a casa sua, a maggior ragione se a loro insaputa. E’ vero che Giulia Sarti ne era conoscenza? O è stata ancora una volta vittima di qualcuno tecnologicamente più esperto di lei. Infine, la questione diventa ancora più rilevante nel caso in cui, come raccontato dall’ex Bogdan, se questi video fossero veramente finiti nelle mani di una terza persona, che dichiara di essere in possesso di una copia di tutti i filmati e che però nulla ha a che fare con i soggetti ripresi e non ha alcun diritto su quelle immagini.
La nostra inchiesta si basa su queste domande, che nulla c’entrano certo con il “revenge porn” o con la diffusione di materiale privato dell’onorevole. Sono temi delicatissimi, che come sappiamo in alcuni casi hanno portato addirittura alla morte di chi ne è stato vittima, come nel caso di Tiziana Cantone, di cui anche noi ci siamo occupati.
Nell’ultimo capitolo dell’inchiesta, abbiamo approfondito la vicenda dei presunti filmini hard andando a sentire lo stesso ex fidanzato e collaboratore della Sarti. Ma le sue risposte non fanno che infittire il mistero. L’uomo infatti ai nostri microfoni ha parlato di “una videosorveglianza in ambito, insomma, privato, per filmare l’interno dell’abitazione”. Bogdan ha spiegato che “si trattava telecamere collegate in tutte le camere, anche in quelle da letto”. Telecamere che secondo Bogdan erano in vista, salvo poi ammettere che erano "telecamere molto piccole, con un obiettivo delle dimensioni di una moneta da due euro”. Tanto che a domanda precisa risponde che non sa se chi frequentava quella casa sapeva di essere video registrato.
Sull’uso di quelle telecamere Bogdan ha precisato che riguardo al contenuto delle registrazioni “cosa, quando, quanto e chi, è la proprietaria che vi può rispondere, non io”. Ma che Bogdan non ne fosse a conoscenza sembra smentito da un’altra chat di cui siamo entrati in possesso, dove Bogdan dice che lei “registrava tutto e ci sono i filmati”. Alla domanda di Filippo Roma se Bogdan fosse certo che Giulia Sarti sapesse del sistema di videosorveglianza, l’ex risponde sicuro: “Assolutamente al 100%, tanto che ha copia di quello che veniva registrato, nel senso che aveva accesso al sistema di videosorveglianza”. Sarebbe importante scoprire il prima possibile come stanno veramente le cose, anche perché lo ripetiamo, la domanda che fa Bogdan a Giulia Sarti, prima che lei depositi la denuncia per appropriazione indebita suona molto come una minaccia: “Bogdan: prima di depositare la denuncia credo sarebbe meglio che ci parlassimo io, te e il tuo avvocato… Ci sono molte cose di cui parlare prima di scriverla una denuncia. Ma nei 20.000 euro che ti avrei rubato hai conteggiato anche i 4.000 euro che abbiamo speso per i video controlli di Dedo e Luca? Così so cosa scrivere. Giulia: non c’entrano nulla le stronzate che vedi sui siti. Bogdan: per me c’entrano ora. Tu hai preso una posizione di guerra e io mi devo difendere. Ora chiamo i giornali pure io”.
Ripetiamo qui le nostre domande ancora rimaste senza risposta: quei soldi sono stati veramente spesi così? Si trattava di “video controlli” legali e autorizzati? Dedo e Luca ne erano a conoscenza? E l’onorevole lo era? Perché quei “video controlli” sarebbero dovuti essere qualcosa di cui era conveniente parlare con Bogdan e un avvocato prima che l’onorevole presentasse la sua denuncia? Oltre Dedo e Luca quante altre persone sono state video registrate? A loro insaputa?

La verità sui 49 milioni della Lega

Quarantanove milioni della Lega

1. Premessa
“L’entità del rimborso ai singoli partiti non era proporzionato alle spese elettorali effettivamente sostenute, ma ai risultati raggiunti, sia come singoli partiti che, se del caso, come coalizioni (nel qual caso la ripartizione interna alla colazione era frutto di accordi fra i diversi componenti).
Non vi era quindi alcuna connessione fra le spese ed i rimborsi erogati, parametrati esclusivamente ai risultati elettorali”
Questo non lo dico solo io ma è la premessa della sentenza di Genova.
2.- Rendiconti interessati dal Procedimento di Genova e modalità di erogazione dei “rimborsi”
I rendiconti interessati dal procedimento di Genova sono quelli relativi agli anni:
2008;
2009;
2010.
La liquidazione dei rimborsi, in base alla legge n. 2 del 97 in vigore al tempo dei fatti contestati, avveniva a partire dall’agosto del secondo anno successivo all’anno d’imposta (es. per il 2008 la prima liquidazione era dell’agosto del 2010) secondo le seguenti modalità:
40% nel 2010;
15% nel 2011;
15% nel 2012;
15% nel 2013;
15% nel 2014.
Il sistema di pagamento per tranche era strutturato in maniera tale che nel medesimo anno venissero liquidate rate relative a diversi rendiconti.
Ad esempio, nell’agosto del 2012 il partito percepisce contestualmente:
il 40% della quota relativa al rendiconto presentato nel 2010;
il 15% della quota relativa al rendiconto del 2008;
il 15% della quota relativa al rendiconto del 2009.
Ulteriormente, va specificato che senza il nulla osta dei revisori del Parlamento (a cui era demandato un controllo solo formale) venivano bloccate tutte le erogazioni anche se riferite a rate di liquidazioni riferite ad altre annualità su cui i rendiconti avevano già ottenuto il nulla osta.
Per stare nell’esempio precedente, se nel 2012 i revisori non rilasciavano il nulla osta sul rendiconto del 2010, si bloccavano i pagamenti di tutte le rate e, cioè:
il 40% della quota relativa al rendiconto presentato nel 2010;
il 15% della quota relativa al rendiconto del 2008;
il 15% della quota relativa al rendiconto del 2009.
E’ così che nell’agosto del 2010 sono state pagate rate di rimborsi relativi a spese per elezioni del 2005, 2006 e 2008 e nel 2012 sono stati pagati rimborsi per elezioni del 2006, 2008, 2009 e 2010.
Pertanto, i rimborsi relativi agli anni 2008, 2009 e 2010 si sono conclusi solo recentemente nel 2016 con l’ultima tranche relativa al 2010.
Tuttavia, la contestazione dei 49 milioni di euro non tiene conto delle somme complessive dovute per i rimborsi elettorali per gli anni in contestazione ma solo di quelle svincolate per effetto del nulla osta apposto dai Revisori presso la Camera e il Senato ai rendiconti del 2008, 2009 e 2010.
Esemplificando, le somme percepite dal 2013 in poi, anche se riferite tra le altre alle tranches del 2008, 2009 e 2010, non formano oggetto del cosiddetto “profitto illecito” e, quindi, non formano un di cui dei 49 milioni.
Pertanto mettendo in correlazione i 49 milioni alle tornate elettorali, si può dire che le stesse si riferiscono principalmente alle elezioni nazionali del 9 e 10 aprile 2006, del 13 e 14 aprile 2008 ed alle elezioni europee del 2009.
Allo stesso modo si può affermare che le somme percepite dalla Lega da quando Salvini ne è il Segretario, anche se riferite ai “rimborsi” degli anni 2008, 2009 e 2010, non sono “illecito profitto” neppure per la Procura/Tribunale di Genova perché sbloccate da rendiconti regolari negli anni che vanno dal 2011 in poi.
Il motivo unico per cui i sequestri riguardano le disponibilità dell’attuale Lega è frutto di una serie di astrazioni giuridiche legate alla natura fungibile del denaro.
Non voglio entrare in tematiche giuridiche complesse ma i paradossi dell’interpretazione di chi vorrebbe proseguire con i sequestri in futuro sono molteplici:
le somme di cui si sarebbe appropriato Belsito e gli altri imputati nel periodo interessato sono poche centinaia di miglialia di euro e non i 49 milioni;
il rimborso elettorale non è parametrato alle spese documentate nei rendiconti ma ai risultati elettorali (qualche Euro a voto in base a specifica deliberazione);
con i sequestri disposti dalla Procura di Genova la Lega paga due volte per le condotte di appropriazione indebita a suo danno: infatti, da una parte, (1° danno) gli imputati avrebbero utilizzato per scopi personali soldi del partito e, dall’altra, (2° danno) oggi la procura richiede indietro non solo quelle somme ma tutte quelle lecite, utilizzate per finalità istituzionali, per l’intero importo di 49 milioni;
la somma di 49 milioni è stata già ampiamente spesa per le finalità del partito politico e, per effetto dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, oggi le disponibilità sequestrate sono fondi che derivano dal 2 per mille, dai contributi degli eletti, tesseramento etc… (e ciò a maggior ragione, dopo l’azzeramento dei conti del settembre del 2017, poiché le somme entrate successivamente non possono nemmeno essere confuse con quelle accreditate nel 2012).
3. Costituzione di parte civile e qualifica di persona offesa. Caso Lusi e Belsito a confronto.
Durante la fase delle indagini il procedimento era riunito avanti la Procura di Milano sia per le ipotesi di appropriazione indebita sia per quelle di truffa ai danni dello Stato. La procura di Milano non ha mai avanzato alcuna richiesta di sequestro ai danni della Lega. Successivamente, in fase di udienza preliminare, il fascicolo relativo alle vicende di truffa e alcune appropriazioni (contestate al solo Belsito) è stato trasmesso a Genova per motivi competenza territoriale.
La Lega, inizialmente costituitasi parte civile, ha revocato la costituzione.
Su questo, punto occorre fare una breve premessa.
La costituzione di parte civile è una mera facoltà con la quale il soggetto danneggiato da un reato può decidere di richiedere all’A.G. di condannare l’imputato, oltre alla sanzione di natura penale, anche al risarcimento del danno derivante dal reato.
In molti casi, si può preferire di esercitare il diritto al risarcimento in un separato giudizio civile più idoneo a svolgere valutazioni sul danno.
In ogni caso, non si può sanzionare (come sta accadendo alla Lega) la scelta di non volersi costituire parte civile.
Al di là di ogni valutazione quello che non si può dire – perché assolutamente sbagliato – è che non costituendoci abbiamo perso la qualifica di parte lesa. Il danno è stato commesso contro di noi e il PM ha proseguito il procedimento di Milano proprio a tutela della parte offesa Lega.
Ma il paradosso evidente a tutti è la differenza di trattamento con la vicenda – molto più grave anche in termini economici – del caso Lusi, tesoriere della Margherita.
La fattispecie è sostanzialmente sovrapponibile – con la differenza che nel caso del tesoriere Lusi non si parla anche di spese non inerenti o non sufficientemente giustificate (multe o altro come per la Lega accanto alle appropriazioni indebite di Milano) ma sempre e solo di appropriazioni indebite molto rilevanti – eppure gli esiti sono molto differenti.
Nel caso Lusi la procura ha contestato appropriazioni indebite pari ad oltre 22 milioni e non la truffa ai danni dello Stato.
E ciò nonostante la Procura abbia verificato nel caso della Margherita un’attività di falsificazione della documentazione contabile da parte dei commercialisti della Margherita giudicati in concorso con Lusi.
In quel caso la Margherita è solo persona offesa a cui devono essere restituite le somme, la Lega invece in un caso sovrapponibile deve subire due volte: il danno dell’appropriazione e il sequestro.
4.- Le ipotesi di riciclaggio e le società Lussemburghesi
Pensare che i quarantanove milioni di euro siano stati nascosti è pura follia. I soldi ricevuti sono stati semplicemente spesi nell’arco degli anni; per sapere come basta vedere i bilanci che sono stati pubblicati anche sul nostro sito.
I bilanci sono oggetto di varie revisioni e certificazioni, non ultima quella della commissione istituita con la normativa che a partire dal 2013 è molto rigorosa.
Dal 2013 controllano anche le spese più insignificanti (scontrini del caffè compresi) e la loro inerenza rispetto all’attività. Di ogni pezza giustificativa dobbiamo produrre copia elettronica (scansioni) e cartacea: ogni anno portiamo in furgone a Roma decine di scatoloni di documenti.
Se volete un mio parere personale è una cosa giusta.
Al tempo la struttura di tutti i partiti era molto pesante. Nel medesimo periodo il PD ha ottenuto quasi 190 milioni di euro che ha speso quasi integralmente.
Pensate soltanto che quando sono arrivato il personale dipendente contava 72 persone oggi solo 7.
Sono stati momenti difficili e ho dovuto compiere scelte dolorose. Per questo fa ancora più male sentir dire oggi che dei soldi sarebbero stati nascosti.
Le società in Lussemburgo nulla hanno a che fare con la Lega. Si è scavato nella mia vita e in quella dei professionisti che hanno incarichi per la Lega nella ricerca di buchi neri.
I giornalisti non hanno trovato nulla e allora hanno costruito dei teoremi sul niente.
E così che attività professionale ordinaria non inerente la Lega è diventata lo strumento per infangare la Lega incuranti delle conseguenze per il partito e per i singoli.
Volendo entrare nei particolari: alcune società clienti dello studio che mi coadiuva nell’espletamento delle attività amministrative per la Lega, hanno richiesto l’intervento di una fiduciaria. Si tratta per lo più di società di piccole dimensioni o addirittura di iniziative mai partite.
La Lega non ha nessun interesse nelle società richiamate né, tantomeno, ha rapporti con le fiduciarie del Lussemburgo.
Si tratta di vere e proprie fake news.
L’esempio lampante si è avuto con la vicenda di Sparkasse. La lega non ha più rapporti con l’istituto di Bolzano addirittura dal 2014. Eppure, si è sostenuto che delle somme rientrate dal Lussemburgo a marzo del 2018 fossero riferibili alla Lega. Non si capisce come si possa anche solo ipotizzare che siano rientrate delle somme su di un istituto nel quale la Lega non ha da anni neppure un conto corrente.
In giro di mezza giornata l’istituto ha diramato un comunicato nel quale spiegava che si trattava di investimenti propri e non di attività per i propri clienti e che la Lega nulla c’entrava.
Ma neanche questa spiegazione è bastata per placare le notizie. Così l’informazione che l’indagine di Genova sul riciclaggio, iscritta a ignoti, è vicina ad essere archiviata passa in secondo piano e l’attenzione viene spostata sull’ipotesi che i soldi di Sparkasse siano riferiti alla Lega. E non importa se nel frattempo la ricostruzione si è rivelata del tutto infondata.

Il paradosso di Stato: all'italiano ucciso 21mila euro, ai ladri rom feriti 135mila

Ai ladri feriti da Ermes Mattielli sei volte l'indennizzo garantito alla famiglia di David, ucciso da un clandestino



Bisognerà fare la tara. Sono diverse le situazioni, gli anni, le circostanze. Eppure mettere a confronto le due vicende fa emergere tutti i paradossi italiani. Due casi: Ermes Mattielli da una parte, David Raggi dall'altra.
In apparenza sono due sconosciuti che non hanno nulla da condividere, se non la sfortuna di finire sulle prime pagine dei giornali. Ermes, anziano robivecchi di Arsiero, sparò a due ladri rom che erano entrati nella sua azienda. David, invece, è stato ammazzato senza un perché in strada da un clandestino che non sarebbe dovuto essere lì.
Il paradosso sta nel seguito delle due vicende. Il robivecchi veneto, dopo anni di calvario giudiziario, venne condannato a cinque anni e quattro mesi per duplice tentato omicidio dei malviventi rom. Per il giudice non ci fu legittima difesa. Ermes finì col dover risarcire anche i banditi con 135mila euro di provvisionale. Lui, la vittima di un furto, costretto a versare i risparmi di una vita a chi voleva togliergli tutto. Per il timore che gli pignorassero la casa, alla fine Ermes morì di crepacuore. I suoi beni, dopo la rinuncia dei parenti, sono finiti allo Stato che avrebbe dovuto provvedere a risarcire i nomadi secondo la legge. Togliendo così da morto a Mattielli quello che non erano riusciti a rubargli in vita.
Centotrentacinquemila euro non sono pochi. Soprattutto per un robivecchi. Peraltro i due rom sono vivi e vegeti: dopo le ferite riportate, uno dei due è pure tornato a delinquere. Bene. Tenete a mente tutti questi dettagli e volate con la mente a Terni. Nello stesso anno in cui Mattielli veniva condannato al carcere, nella cittadina umbra Amine Aassoul, 30 anni marocchino e clandestino, era libero di girare in strada, incrociare David Rossi e sgozzarlo senza motivo.
L'assassino è stato condannato a 30 anni: la giustizia - almeno stavolta - ha fatto il suo corso. Solo che i genitori del giovane 27enne avrebbero voluto un risarcimento per quell'omicidio ingiusto. Lo chiesero allo Stato, domandando 2 milioni di euro da devolvere in beneficenza. L'Italia negò l'indennizzo, perché David era troppo "ricco", visto che guadagnava circa 13mila euro all'anno e il redditto massimo per accedere al fondo è di 11mila. La famiglia decise allora di portare in Tribunale il ministero dell'Interno e quello della Giustizia: l'assassino era già stato espulso dall'Italia, aveva da scontare diversi anni di carcere e "non doveva essere lì". Dopo il rimpatrio era tornato su un barcone, aveva chiesto asilo, gli era stato negato e lui aveva pure fatto ricorso contro il diniego. In attesa del verdetto del giudice, ha tolto la vita a David.
Dopo quattro anni, il Tribunale civile di Roma ha decretato che Aassoul era "convivente con la madre" cittadina italiana e quindi non poteva essere espulso. Lo Stato insomma non ha colpe per l'omicidio. I Raggi dovranno accontentarsi di un risarcimento minimo, appena 21mila euro. Da dividere in tre (mamma, papà e fratello).
I soldi non fanno la felicità, certo. E non possono neppure far risorgere i morti. Ma l'indennizzo per l'assassinio di David avrebbero aiutato qualcuno, magari la ricerca. Solo che per lo Stato, a quanto pare, due ladri rom feriti mentre svaligiavano un'azienda meritano più denari di un giovane italiano sgozzato con un collo di bottiglia.
Sarà la legge, per carità. I giudici avranno applicato le norme. Ma allora c'è qualcosa che non funziona nel codice. Inutile girarci attorno. Di casi simili a quello di Ermes infatti se ne contano a bizzeffe. Qualche esempio? Ha dovuto sottostare all'ingiustizia di Stato Enrico Balducci, benzinaio di Bari, cui hanno posto sotto sequestro 170mila euro a fronte di un milione richiesto dalla famiglia del rapinatore. Sulla stessa barca anche Franco Birolo, tabaccaio padovano, condannato in primo grado a ridare 325mila euro ai parenti di un bandito moldavo (sentenza rivista in Appello, ma non ancora definitiva). Poi ci sono Mirco Basconi, Mauro Pelella, Marco Dogvan, Antonio Monella. E chissà quanti altri, in attesa della riforma della legittima difesa.
Loro, costretti a versare cifre consistenti per aver reagito ai banditi. E la vita di David, invece, valutata meno di quella "di un cane".L'immagine può contenere: 2 persone, testo

Invasione e Accoglienza!

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Aborto!




Intervista al giornalista Gianluca Martone davanti a una delle cattedrali della morte: Loreto Mare di Napoli.«Non c’è bisogno di molti uomini per proclamare la verità (…) gli altri li cercano e vengono da lontano per ascoltare parole di verità, perché la nostalgia della verità è connaturata all’uomo».
E quello che sta’ succedendo con il giornalista Gianluca Martone che ho avuto il piacere di intervistare davanti a questa cattedrale della morte che e’ il Loreto Mare di Napoli. Gianluca viene qui da 2 anni e porta avanti una guerra contro il male e in difesa della vita che sono i bambini in grembo. Sappiamo tutti che oggi molti dei bambini in grembo diventano bambini mai nati per una legge di Stato che li uccide con l’ausilio dei Sicari; cosi’ definiti dal papa i praticanti dell’aborto. Come vedete non uso la parola medici perche’ non io solo, ma gia’ Ippocrate nel IV secolo a.C non li considerava tali chi somministra sostanze venefiche alla donna incinta.
Cosi’ all’incirca verso le 13:00 e’ giunto Gianluca e abbiamo iniziato la nostra missione davanti all’ingresso del Loreto dove le donne vanno purtroppo a prenotare l’aborto che poi si svolge nei giorni di Martedi’ e Mercoledi’ di ogni settimana in numero di all’incirca piu’ di 10. Anche oggi mentre pregavamo i tre Rosari del dolore e l’affidamento dei bambìni al cuore immacolato di Maria madre della Vita sono stato fatti aborti; non sappiamo quanti ma sono stati fatti nel silenzio di chi sa, operatori non obbiettori del personale medico e del direttore sanitario e’ chiaro. Certamente Gianluca porta avanti la sua presenza davanti agli abortifici della Campania, non solo del Loreto Mare, in un modo solitario con la preghiera e il volantinaggio di denuncia. Qualcuno potrebbe obbiettare: <<E’ solo, perde tempo>>. E’ solo, vero! Ma quando si dicono parole di verita’ il Beato Jerzy Popieluszko ci attesta che questi solitari sono cercati per essere ascoltati. Ebbene anche oggi le parole di verita’ sono state pronunciate, stanno nel video intervista, esse insieme alla preghiera e alla denuncia dei volantini servono a smuovere la coscienza di che legge e ascolta.
In particolare vorrei aggiungere per i pro-choice che stanno nella Chiesa, perche': <<Non si puo tenere il rosario in tasca e le giustificazioni abortiste nella testa>>. Dio dice; Non uccidere! Senza se e senza ma e se tu non lo impedisci nei modi che hai a disposizione, voto politico e se non bastasse il referendum per abrogare una legge infame, sei complice del male. L’essere per la scelta invece che per la vita e cooperazione nel male. Grazie Gianluca per quello che fai.L'immagine può contenere: cibo

Giustizia italiana!

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Contro Salvini non sanno più che inventarsi!

Foto originale
 

Foto ritoccata dalla solita zecca rosicona,
bravi gli avete dato altri punti!