Ho
già pubblicato due articoli dedicati alle politiche economiche del
nazionalsocialismo in tempo di pace, nella convinzione che il necessario
disprezzo per la repressione, la distruzione dei sindacati, le Camicie
Brune, le Camicie Nere e i campi di concentramento, non debbano influire
minimamente sulla valutazione della politica economica realizzata sotto
la guida di Hitler (La soluzione "germanica" e asiatica alla depressione e alla moneta e Il miracolo economico della Germania negli anni '30) .
Quella
politica economica potrebbe essere stata normalmente buona o
straordinariamente efficace e giusta. Essa tuttavia va studiata,
perché generò per Hitler un consenso immenso e stando all'articolo che
segue – pieno di citazioni di autori antifascisti e antinazisti, di
credenze liberal capitalistiche o liberal-progressiste o dichiaratamente
democratico-progressiste – , recò al 99% dei tedeschi una prosperità
che in precedenza non avevano e una fiducia in se stessi straordinaria.
Incredibilmente la politica economica e i risultati, descritti
nell'articolo, sembrano essere stati, non soltanto efficaci ma anche
piuttosto giusti.
Fortunatamente
non siamo ancora nelle condizioni che suggeriscano di utilizzare la
politica economica nazionalsocialista. Ma la crisi avanza. In caso di
crollo o nel caso di lento declino per un decennio, quella politica
potrebbero servire. Soprattutto, per quanto possa apparire paradossale,
sarebbe importante porsi gli obiettivi di politica economica che il
governo tedesco perseguiva (SD'A).
***
di Mark Weber dal sito Institute for Historical Review traduzione di Gianluca Freda Blogghete
“…Coloro che parlano di ‘democrazie’ e ‘dittature’, semplicemente non capiscono che in questo paese ha avuto luogo una rivoluzione,
i risultati della quale possono essere considerati democratici nel
senso più alto di questo termine, se la democrazia ha un concreto
significato…”
(Discorso di Adolf Hitler al Reichstag, 30 gennaio 1937)
Per
affrontare la massiccia disoccupazione e la paralisi economica della
Grande Depressione, tanto il governo americano quanto quello tedesco
lanciarono programmi innovativi e ambiziosi. Se le misure varate col
“New Deal” del presidente Franklin Roosevelt offrirono un aiuto solo
marginale, le politiche assai più ampie e mirate del Terzo Reich si
rivelarono notevolmente più efficaci. In soli tre anni la disoccupazione
era stata eliminata e l’economia della Germania era tornata a fiorire. E
se il metodo utilizzato da Roosevelt per fronteggiare la depressione è
abbastanza noto, la rimarchevole storia del sistema adottato da Hitler
contro la crisi non è mai stata pienamente compresa o apprezzata.
Adolf
Hitler divenne Cancelliere di Germania il 30 gennaio 1933. Poche
settimane dopo, il 4 marzo, Franklin Roosevelt assunse la carica di
Presidente degli Stati Uniti. Entrambi restarono capi degli esecutivi
dei rispettivi paesi per i dodici anni che seguirono, fino cioè
all’aprile 1945, poco prima della fine della II Guerra Mondiale in
Europa. All’inizio del 1933, la produzione industriale in entrambi i
paesi era crollata a circa metà di ciò che era stata nel 1929. Ciascun
capo di stato adottò rapidamente nuove e coraggiose misure per
fronteggiare la terribile crisi economica, soprattutto con riguardo al
flagello della disoccupazione di massa. E sebbene vi siano alcune
impressionanti similarità tra gli sforzi compiuti dai due governi, i
risultati ottenuti furono molto diversi.
Uno dei
più influenti e studiati economisti americani del ventesimo secolo è
stato John Kenneth Galbraith. Fu consigliere di diversi presidenti e per
un periodo ebbe l’incarico di ambasciatore americano in India. Fu
autore di dozzine di libri e per anni insegnò economia presso
l’Università di Harvard. Riguardo ai risultati ottenuti dalla Germania,
Galbraith scrisse: “…L’eliminazione della disoccupazione in Germania
durante la Grande Depressione, senza produrre inflazione – e facendo
inizialmente affidamento sulle sole attività civili – fu una conquista
straordinaria. E’ stata raramente encomiata e non molto sottolineata.
L’idea che da Hitler non potesse venire niente di buono si estende alle
sue politiche economiche, così come, più plausibilmente, ad ogni altra
cosa”.
La politica economica del regime hitleriano, prosegue Galbraith, comprendeva “prestiti su larga scala per la spesa pubblica, all’inizio principalmente per opere civili: ferrovie, canali e le Autobahnen [la rete autostradale]. Il risultato fu un attacco alla disoccupazione che si rivelò molto più efficace che in qualsiasi altro paese industrializzato”. [1]
“Alla fine del 1935”, scrive ancora Galbraith, “la disoccupazione in Germania non esisteva più. Nel 1936 gli alti profitti facevano già salire i prezzi o rendevano possibile alzarli… Alla fine degli anni ’30, la Germania era un paese a piena occupazione e con prezzi stabili. Si trattò, nel mondo industrializzato, di un risultato assolutamente unico”. [2]
“Hitler riuscì anche ad anticipare le moderne politiche economiche”, nota l’economista, “riconoscendo
che una rapida ripresa della piena occupazione sarebbe stata possibile
solo se combinata con il controllo sui salari e sui prezzi. Non c’è da
sorprendersi che una nazione oppressa dalle paure economiche rispondesse
a Hitler come gli americani risposero a F.D.R.”. [3]
Altri paesi, scrive Galbraith, non furono in grado di comprendere l’esperienza tedesca o di imparare da essa: “L’esempio
tedesco fu istruttivo ma non convincente. I conservatori britannici e
americani guardavano alle eresie finanziarie del Nazismo – il prestito e
la spesa – e prevedevano concordemente un collasso… E i liberali
americani e i socialisti britannici guardavano la repressione, la
distruzione dei sindacati, le Camicie Brune, le Camicie Nere, i campi di
concentramento, l’oratoria strepitante, e ignoravano l’economia. Nulla
di buono [essi credevano], nemmeno la piena occupazione, sarebbe potuto venire da Hitler”. [4]
Due giorni
dopo aver assunto l’incarico di Cancelliere, Hitler si rivolse per
radio alla nazione. Sebbene lui e altri leader del suo movimento
avessero resa esplicita l’intenzione di riorganizzare la vita sociale,
politica, culturale ed educativa della nazione in accordo con i princìpi
nazionalsocialisti, tutti capivano che, con quasi sei milioni di
disoccupati e l’economia del paese alla paralisi, la massima priorità
del movimento era quella di rimettere in moto la vita economica
nazionale, aggredendo anzitutto la disoccupazione ed edificando opere
produttive.
“La miseria del nostro popolo è terribile da contemplare!”, disse Hitler nel suo discorso inaugurale. [5] “Accanto
ai milioni di lavoratori dell’industria affamati e senza impiego, vi è
l’impoverimento dell’intera classe media e degli artigiani. Se questo
collasso dovesse infine distruggere anche i contadini tedeschi, ci
troveremmo di fronte ad una catastrofe di dimensioni incalcolabili. Non
sarebbe soltanto il collasso di una nazione, ma del retaggio, antico di
duemila anni, di alcune tra le più grandi conquiste della cultura e
della civiltà umana…”
Il nuovo governo, disse Hitler, avrebbe “intrapreso
il grande compito di riorganizzare l’economia della nostra nazione per
mezzo di due grandi piani quadriennali. I contadini tedeschi devono
essere salvaguardati per garantire le necessità alimentari della nazione
e, di conseguenza, la sua base vitale. L’operaio tedesco verrà salvato
dalla rovina grazie ad un attacco concertato e a tutto campo contro la
disoccupazione”.
“Entro quattro anni”, garantì, “la
disoccupazione sarà definitivamente superata. […] I partiti marxisti e i
loro alleati hanno avuto 14 anni per dimostrare ciò che erano in grado
di fare. Il risultato è un cumulo di rovine. Ora, popolo di Germania,
concedi a noi quattro anni di tempo e poi darai un giudizio su di noi!”.
Ripudiando
le prospettive economiche nebulose e poco concrete di certi attivisti
radicali del suo partito, Hitler si rivolse a uomini di provata capacità
e competenza. Molto significativamente, chiese l’aiuto di Hjalmar
Schacht, banchiere e finanziere di spicco con un impressionante
curriculum tanto nell’imprenditoria privata quanto nel settore pubblico.
Sebbene Schacht non fosse di certo un nazionalsocialista, Hitler lo
nominò presidente della banca centrale tedesca, la Reichsbank, e poi
ministro dell’economia.
Dopo avere
assunto il potere, scrive il Prof. John Garraty, eminente storico
americano, Hitler e il suo nuovo governo “lanciarono immediatamente un
attacco a tutto campo contro la disoccupazione… Stimolarono l’industria
privata attraverso sussidi e sgravi fiscali, incoraggiarono la spesa dei
consumatori con strumenti quali i prestiti matrimoniali e si lanciarono
in un massiccio programma di opere pubbliche che produsse autobahn
[autostrade], abitazioni, ferrovie e progetti di navigazione”. [6]
I nuovi
capi di regime riuscirono a convincere anche quei cittadini tedeschi che
un tempo erano scettici e perfino ostili, della propria sincerità,
capacità e risolutezza. Ciò accrebbe la fiducia e la sicurezza, il che a
sua volta incoraggiò gli uomini d’affari a compiere assunzioni e
investimenti e i consumatori a spendere con lo sguardo rivolto al
futuro.
Come
avevano promesso, Hitler e il suo governo nazionalsocialista eliminarono
la disoccupazione entro quattro anni. Il numero di disoccupati scese
dai sei milioni dell’inizio del 1933, quando Hitler era salito al
potere, al milione del 1936. [7] Il tasso di disoccupazione si ridusse
in modo così rapido che nel biennio 1937-38 si registrò una carenza
nazionale di forza lavoro. [8]
Per la
stragrande maggioranza dei tedeschi, i salari e le condizioni di lavoro
andarono rapidamente migliorando. Tra il 1932 e il 1938 la paga
settimanale lorda crebbe del 21%. Se si tiene conto delle trattenute
fiscali e assicurative e degli adeguamenti al costo della vita,
l’incremento degli introiti settimanali durante questo periodo fu del
14%. Allo stesso tempo, il prezzo degli affitti rimase stabile e vi fu
un relativo calo dei costi della luce e del riscaldamento. Calarono
anche i prezzi di alcuni beni di consumo, come apparecchi elettrici,
orologi da muro e da polso e alcuni generi alimentari. Il salario degli
operai continuò a crescere, anche dopo l’inizio della guerra. Nel 1943
la paga oraria media di un lavoratore tedesco era cresciuta del 25% e
quella settimanale del 41%. [9]
La
“normale” giornata lavorativa, per molti tedeschi, era di otto ore e la
retribuzione per gli straordinari era generosa. [10] Oltre ai salari più
alti, i benefici includevano anche il miglioramento delle condizioni di
lavoro, ad esempio migliori condizioni sanitarie e di sicurezza, mense
che fornivano pasti caldi, campi di atletica, parchi, recite teatrali e
concerti sovvenzionati dalle aziende, mostre, gruppi sportivi ed
escursionistici, balletti, corsi di educazione per adulti e gite
turistiche pagate. [11] Il preesistente sistema di programmi sociali,
che includeva le pensioni di anzianità e l’assistenza sanitaria, venne
ampliato ulteriormente.
Hitler
voleva che i tedeschi avessero “il più alto standard di vita possibile”,
come disse in un’intervista rilasciata ad un giornalista americano
all’inizio del 1934. “A mio giudizio, gli americani hanno ragione
nel non voler porre tutti allo stesso livello, mantenendo invece il
principio della scala. Però, ad ogni singolo cittadino deve essere
garantita l’opportunità di poter salire i gradini di quella scala”.
[12] Per tener fede a questa prospettiva, il governo di Hitler promosse
la mobilità sociale, con ampie opportunità di crescita e di carriera.
Come osserva il Prof. Garraty: “Non vi è ombra di dubbio che i nazisti incoraggiarono la mobilità sociale ed economica della classe lavoratrice”.
Per promuovere l’acquisizione di nuove competenze, il governo ampliò a
dismisura i programmi di avviamento professionale e offrì generosi
incentivi per gli scatti di carriera dei lavoratori più efficienti. [13]
Tanto l’ideologia nazionalsocialista quanto la visione di Hitler, scrive lo storico John Garraty, “spingevano
il regime a privilegiare il comune cittadino tedesco sui gruppi
d’èlite. Gli operai… avevano un posto d’onore all’interno del sistema”.
In linea con quest’idea, il regime concesse ai lavoratori sostanziosi
benefici, che includevano mutui agevolati, escursioni a costi ridotti,
programmi sportivi e ambienti di fabbrica più gradevoli. [14]
Nella sua dettagliata e critica biografia di Hitler, lo storico Joachim Fest riconosce: “Il
regime insisteva che non doveva esserci il dominio di un’unica classe
sociale sulle altre e – garantendo a ciascuno la possibilità di crescere
– dimostrò nei fatti la sua neutralità di classe… Queste misure fecero
realmente breccia nelle vecchie e pietrificate strutture sociali.
Produssero il miglioramento delle condizioni materiali di gran parte
della popolazione”. [15]
Bastano
poche cifre a dare l’idea di quanto la qualità della vita fosse
migliorata. Tra il 1932, ultimo anno dell’era pre-hitleriana, e il 1938,
ultimo anno prima dello scoppio della guerra, il consumo di alimentari
crebbe di un sesto, mentre il ricambio di abbigliamento e manufatti
tessili aumentò di oltre un quarto, quello di arredamento e beni per la
casa del 50 %. [16] Durante gli anni di pace del Terzo Reich, il consumo
di vino crebbe del 50%, quello di champagne aumentò di cinque volte.
[17] Tra il 1932 e il 1938, il volume degli introiti per le aziende
turistiche risultò più che raddoppiato, mentre il numero di possessori
di automobili triplicò nel corso degli anni ’30. [18] La produzione
tedesca di veicoli a motore, che includeva automobili prodotte dalle
aziende di proprietà statunitense Ford e General Motors (Opel),
raddoppiò nei cinque anni tra il 1932 e il 1937, mentre l’esportazione
di veicoli a motore tedeschi crebbe di otto volte. Il traffico aereo
passeggeri in Germania aumentò di oltre il triplo tra il 1932 e il 1937.
[19]
Le aziende
tedesche rivivevano e prosperavano. Durante i primi quattro anni
dell’era nazionalsocialista, il netto delle grandi aziende si era
quadruplicato e le retribuzioni delle figure manageriali e
imprenditoriali erano cresciute del 50 per cento. “E le cose sarebbero
andate ancora meglio”, scrive lo storico ebraico Richard Grunberger nel
suo studio dettagliato The Twelve-Years Reich. “Nei tre anni
tra il 1939 e il 1942, l’industria tedesca ebbe uno sviluppo pari a
quello avuto nei cinquant’anni precedenti”. [20]
Anche se
le imprese tedesche prosperavano, i profitti venivano tenuti sotto
controllo e contenuti per legge entro limiti moderati. [21] A partire
dal 1934, i dividendi degli azionisti delle corporazioni tedesche
vennero limitati al sei per cento annuale. I profitti non distribuiti
venivano investiti in titoli del governo del Reich, che offrivano un
interesse annuale del sei per cento, e poi, dopo il 1935, del quattro e
mezzo per cento. Questa politica ebbe il prevedibile effetto di
incoraggiare i reinvestimenti e l’autofinanziamento delle aziende,
quindi di ridurre il ricorso ai prestiti bancari e, più in generale, di
ridurre l’influenza del capitale commerciale. [22]
La
tassazione fiscale per le grandi aziende venne rapidamente incrementata,
dal 20 per cento del 1934, al 25 per cento del 1936, fino al 40 per
cento del 1939-40. I direttori delle compagnie tedesche potevano offrire
dei bonus ai propri manager, ma soltanto se tali bonus erano
direttamente proporzionali ai profitti e se si dava contestualmente
l’autorizzazione a corrispondere bonus o “contributi sociali volontari”
anche agli impiegati. [23]
Tra il
1934 e il 1938, l’imponibile lordo degli imprenditori tedeschi crebbe
del 148 per cento, e allo stesso tempo il totale delle imposizioni
fiscali crebbe, durante questo periodo, del 232 per cento. Il numero di
contribuenti nella fascia fiscale più alta – quelli che guadagnavano più
di 100.000 marchi all’anno – crebbe, durante questo periodo, del 445
per cento. (All’opposto, il numero di contribuenti della fascia più
bassa – quelli che guadagnavano meno di 1500 marchi all’anno – crebbe
solo del 5 per cento). [24]
La
tassazione, nella Germania nazionalsocialista, era strettamente
“progressiva”, cioè chi aveva redditi più alti pagava proporzionalmente
di più di chi si trovava nelle fasce più basse. Tra il 1934 e il 1938,
la tassazione media sui redditi superiori a 100.000 marchi salì dal 37,4
al 38,2 per cento. Nel 1938, i tedeschi che si trovavano nella fascia
di reddito più bassa erano il 49 per cento della popolazione e
detenevano il 14 per cento del reddito nazionale, ma pagavano solo il
4,7 per cento delle tasse totali. Gli appartenenti alla categoria dei
redditi più alti, che rappresentavano l’uno per cento della popolazione
con il 21 % del reddito complessivo, pagavano il 45 per cento degli
oneri fiscali complessivi. [25]
Gli ebrei
costituivano circa l’un per cento del totale della popolazione tedesca,
quando Hitler salì al potere. Se è vero che il nuovo governo provvide
ben presto ad escluderli dalla vita culturale e politica della nazione,
agli ebrei fu però consentito continuare a partecipare alla vita
economica, per almeno sette anni. Di fatto, molti ebrei trassero
beneficio dalle misure adottate dal regime a favore della ripresa e
dalla generale crescita economica. Nel giugno 1933, ad esempio, Hitler
approvò un massiccio investimento governativo di 14,5 milioni di marchi
nell’azienda Hertie, una catena di negozi berlinese di proprietà
ebraica. Questo “bail out” fu varato per impedire il fallimento dei
fornitori e finanziatori della grande azienda e, soprattutto, dei suoi
14.000 dipendenti. [26]
Il Prof. Gordon Craig, che per anni ha insegnato storia alla Stanford University, sottolinea: “Nel
campo dell’abbigliamento e del commercio al dettaglio, le aziende
ebraiche continuarono ad operare con profitto fino al 1938; e a Berlino e
ad Amburgo, in particolare, firme rinomate per gusto e reputazione
continuarono ad attirare i propri clienti, nonostante fossero gestite da
ebrei. Nel mondo della finanza, nessuna restrizione venne imposta alle
attività delle aziende ebraiche alla Borsa di Berlino e fino al 1937 le
firme bancarie di Mendelssohn, Bleichröder, Arnhold, Dreyfuss, Straus,
Warburg, Aufhäuser, e Behrens rimasero in attività”. [27] Cinque
anni dopo l’ascesa al potere di Hitler, il ruolo degli ebrei nella vita
affaristica era ancora significativo e gli ebrei possedevano ancora un
numero considerevole di proprietà immobiliari, soprattutto a Berlino.
Tutto questo cambiò però drasticamente nel 1938, e alla fine del 1939
gli ebrei erano stati in larga parte esclusi dalla vita economica
tedesca.
Il tasso
di criminalità in Germania si ridusse durante gli anni di Hitler, con
cali significativi nel numero di omicidi, rapine, ruberie,
appropriazioni indebite e piccoli furti. [28] Il miglioramento della
salute e dell’aspetto esteriore dei tedeschi impressionò molti
stranieri. “La mortalità infantile è calata moltissimo ed è sensibilmente inferiore a quella della Gran Bretagna”,
scriveva Sir Arnold Wilson, un funzionario britannico che visitò la
Germania per sette volte dopo l’ascesa al potere di Hitler. “La
tubercolosi e altre malattie sono notevolmente diminuite. Le corti di
giustizia non hanno mai avuto così poco da fare e le prigioni non hanno
mai avuto così pochi occupanti. E’ un piacere osservare la prestanza
fisica della gioventù germanica. Perfino le persone più povere si
vestono meglio di quanto facessero prima e i loro volti sorridenti
testimoniano il miglioramento psicologico che ha agito dentro di loro”. [29]
L’incremento
del benessere psico-emotivo dei tedeschi durante questo periodo fu
notato anche dallo storico sociale Richard Grunberger. “Ci sono pochi dubbi”, scrisse, “che
la presa di potere [dei nazionalsocialisti] abbia generato un
miglioramento ad ampio raggio della salute emotiva; questo non è solo
l’effetto della ripresa economica, ma anche di un accentuato senso
d’identificazione dei tedeschi con una finalità nazionale”. [30]
Anche
l’Austria sperimentò una crescita straordinaria dopo la sua
ricongiunzione con il Reich Germanico del 1938. Subito dopo l’Anschluss
(“unione”), i funzionari si mossero immediatamente per alleviare le
difficoltà sociali e rivitalizzare l’economia moribonda. Gli
investimenti, la produzione industriale, la costruzione di abitazioni,
la spesa al consumo, il turismo e i livelli di vita crebbero
rapidamente. Solo tra il giugno e il dicembre 1938, la paga settimanale
dei lavoratori dell’industria austriaca crebbe del nove per cento. Il
successo del regime nazionalsocialista nell’eliminare la disoccupazione
fu così rapido che lo storico americano Evan Burr Burkey fu portato a
definirlo “uno dei più significativi risultati economici della storia
moderna”. Il numero dei disoccupati in Austria scese dal 21,7 % del 1937
al 3,2 % del 1939. Il Prodotto Nazionale Lordo austriaco salì del 12,8
per cento nel 1938 e di un incredibile 13,3 per cento nel 1939. [31]
Un’importante
manifestazione della ritrovata fiducia nazionale fu il netto incremento
del tasso di natalità. A un anno dall’ascesa al potere di Hitler, il
tasso delle nascite in Germania fece un balzo del 22 per cento,
raggiungendo il suo picco nel 1938. Rimase comunque alto perfino nel
1944, l’ultimo anno in cui la II Guerra Mondiale fu nel vivo. [32] Nella
prospettiva dello storico John Lukacs, questo aumento esponenziale
delle nascite fu l’espressione “dell’ottimismo e della fiducia” dei
tedeschi durante gli anni di Hitler. “Per ogni due bambini nati in Germania nel 1932, quattro anni dopo ne nacquero tre”, egli scrive. “Nel
1938 e 1939, in Germania si registrò il più alto tasso di matrimoni di
tutta Europa, surclassando perfino le cifre dei più prolifici popoli
dell’Europa Orientale. Il fenomenale incremento del tasso di natalità
tedesco durante gli anni ’30 fu perfino più impetuoso dell’aumento del
numero di matrimoni”. [33] “La Germania Nazional-Socialista,
caso unico tra i paesi di popolazione bianca, riuscì ad ottenere un
incremento della fertilità”, nota il celebre storico americano, di
origine scozzese, Gordon A. Craig, con un netto aumento del tasso di
natalità dopo l’ascesa al potere di Hitler e un rapido incremento negli
anni che seguirono. [34]
In un
lungo discorso tenuto al Reichstag all’inizio del 1937, Hitler ricordò
le promesse fatte quando il suo governo aveva assunto il potere. Spiegò
anche i princìpi su cui erano fondate le sue politiche e ripercorse
tutti i risultati raggiunti nel corso di quei quattro anni. [35] “…Coloro che parlano di ‘democrazie’ e ‘dittature’”, disse, “semplicemente
non capiscono che in questo paese ha avuto luogo una rivoluzione, i
risultati della quale possono essere considerati democratici nel senso
più alto di questo termine, se la democrazia ha un concreto significato…
La Rivoluzione Nazional-Socialista non ha puntato a trasformare una
classe privilegiata in una classe che non avrà più diritti nel futuro.
Il suo fine è stato quello di offrire eguali diritti a coloro che non
avevano diritti… Il nostro obiettivo è stato quello di dare all’intero
popolo germanico la possibilità di essere attivo, non solo in campo
economico, ma anche in campo politico, e di garantire ciò coinvolgendo
le masse in maniera organizzata… Durante gli ultimi quattro anni abbiamo
fatto crescere la produzione tedesca in ogni settore a livelli
straordinari. E questo incremento della produzione è andato a beneficio
di tutti i tedeschi”.
In un altro discorso di due anni dopo, Hitler parlò brevemente delle conquiste economiche ottenute dal suo regime: [36] “Ho
sconfitto il caos in Germania, ho ripristinato l’ordine, ho
incrementato immensamente la produzione in tutti i settori della nostra
economia nazionale, con sforzi strenui ho trovato il modo di rimpiazzare
molti materiali di cui abbiamo carenza, ho incoraggiato le nuove
invenzioni, sviluppato i commerci, ho fatto costruire strade poderose e
fatto scavare canali, ho creato dal nulla fabbriche colossali e allo
stesso tempo ho avuto cura di sviluppare l’educazione e la cultura del
nostro popolo per il progresso della nostra comunità sociale. Sono
riuscito ancora una volta a trovare lavori produttivi per quei sette
milioni di disoccupati, che tanto ci stavano a cuore, facendo restare il
cittadino germanico sul proprio suolo a dispetto di ogni difficoltà, e
preservando questa stessa terra per lui, ripristinando la prosperità del
commercio tedesco e promuovendo i traffici al massimo”.
Lo storico
americano John Garraty mise a confronto la risposta americana e quella
tedesca alla Grande Depressione in un discusso articolo pubblicato su American Historical Review. Scrisse: [37] “I due movimenti [cioè quello in USA e quello in Germania]
reagirono comunque alla Grande Depressione in due modi diversi e
distinti da quelli adottati in altre nazioni industrializzate. Fra i
due, i nazisti ebbero il maggiore successo nel curare i mali economici
degli anni ’30. Ridussero la disoccupazione e stimolarono la produzione
industriale più velocemente degli americani e – considerate le risorse a
loro disposizione – seppero gestire i loro problemi monetari e
commerciali con maggiore efficacia, sicuramente con maggiore
immaginazione. Questo fu dovuto in parte al fatto che i nazisti
sfruttavano il finanziamento del deficit su più ampia scala e in parte
al fatto che il loro sistema totalitario si prestava meglio alla
mobilitazione sociale, ottenuta sia con la forza, sia con la
persuasione. Nel 1936 la depressione, in Germania, era praticamente
superata, mentre negli Stati Uniti era ancora lontana dalla conclusione”.
In
effetti, il tasso di disoccupazione negli Stati uniti rimase alto fino a
quando non intervenne lo stimolo della produzione bellica su larga
scala. Ancora nel marzo 1940, il tasso di disoccupazione statunitense
era quasi del 15 per cento. Fu la produzione bellica, non i programmi
del “New Deal” di Roosevelt, a creare finalmente il pieno impiego. [38]
Il Prof.
William Leuchtenburg, eminente storico americano, noto soprattutto per i
suoi libri sulla vita di Franklin Roosevelt, riassunse i risultati
ottenuti dal presidente in uno studio ampiamente acclamato: “Il New Deal lasciò irrisolti molti problemi e ne creò perfino di nuovi e intricati”, concludeva Leuchtenburg. “Non
dimostrò mai di essere in grado di generare prosperità in tempo di
pace. Ancora nel 1941, i disoccupati ammontavano a sei milioni di
persone e fu solo con l’anno di guerra 1943 che questo esercito di senza
impiego finalmente si dissolse”. [39]
Il
contrasto tra i risultati economici conseguiti da USA e Germania negli
anni ’30 risulta ancora più impressionante se si considera che gli Stati
Uniti possedevano una ricchezza di gran lunga più vasta in termini di
risorse naturali, incluse ampie riserve petrolifere, nonché una minor
densità della popolazione e nessun vicino ostile e ben armato.
Un
interessante paragone tra l’approccio americano e tedesco alla Grande
Depressione comparve su un numero del 1940 del settimanale berlinese Das Reich.
Col titolo “Hitler e Roosevelt: un successo tedesco, un tentativo
americano”, l’articolo citava il “sistema democratico-parlamentare” come
fattore chiave del fallimento dei tentativi dell’amministrazione
Roosevelt di ripristinare la prosperità. “Noi [tedeschi] siamo
partiti da un’idea e l’abbiamo tradotta in misure concrete senza badare
alle conseguenze. L’America è partita da molte misure concrete che, non
avendo coerenza intrinseca, coprivano ogni ferita con una benda
particolare”. [40]
Le
politiche hitleriane avrebbero potuto funzionare negli Stati Uniti? Tali
politiche sono probabilmente più efficaci in paesi quali Svezia,
Danimarca e Olanda, che possiedono una popolazione dotata di buona
cultura, autodisciplina e coesione etnico-culturale, nonché un’etica
“comunitaria” tradizionalmente forte, con un corrispondente alto livello
di fiducia sociale. Le politiche economiche di Hitler sarebbero state
meno adatte agli Stati Uniti e ad altre società con una popolazione
differenziata sul piano etnico-culturale, una tradizione del
“laissez-faire” marcatamente individualistica e di conseguenza uno
spirito “comunitario” più debole. [41]
Lo stesso
Hitler una volta fece un illuminante paragone tra i sistemi
socio-economico-politici di Stati Uniti, Unione Sovietica e Germania. In
un discorso della fine del 1941, disse: [42]
“Ora
abbiamo conosciuto due estremi [socio-politici]. Uno è quello degli
stati capitalisti, che utilizzano le menzogne, la truffa e il raggiro
per negare ai loro popoli i diritti vitali più basilari e che si
preoccupano esclusivamente dei propri interessi finanziari, in nome dei
quali sono pronti a sacrificare milioni di persone. Dall’altro lato
abbiamo visto [in Unione Sovietica] l’estremo comunista: uno stato che
ha portato miseria indicibile a milioni e milioni di individui e che,
per seguire la sua dottrina, sacrifica la felicità altrui. Da questo, a
mio avviso, nasce per noi tutti un solo dovere, e cioè quello di
protenderci più che mai verso il nostro ideale nazionale e socialista…
In questo stato [tedesco] il principio prevalente non è, come nella
Russia Sovietica, il principio della cosiddetta eguaglianza, ma soltanto
il principio della giustizia”.
David
Lloyd George, che fu primo ministro britannico durante la Prima Guerra
Mondiale, compì un lungo itinerario in Germania alla fine del 1936. In
un articolo successivamente pubblicato in uno dei principali quotidiani
londinesi, lo statista inglese raccontò ciò che aveva visto e
sperimentato: [43]
“Qualsiasi cosa si possa pensare dei suoi [di Hitler] metodi”, scriveva Lloyd George,
“i quali non sono certo quelli di una nazione parlamentare, non vi è
dubbio che egli sia riuscito ad ottenere una meravigliosa trasformazione
nello spirito della sua gente, nel loro atteggiamento reciproco e nelle
loro prospettive sociali ed economiche.
“A
Norimberga ha affermato correttamente che in quattro anni il suo
movimento è riuscito a creare una nuova Germania. Non è più la Germania
del primo decennio del dopoguerra, spezzata, affranta e china sotto un
sentimento d’apprensione e impotenza. Ora essa è piena di speranza e
fiducia, e di una rinnovata determinazione a condurre la propria vita
senza interferenze da parte di qualunque autorità esterna alle sue
frontiere.
“Per
la prima volta dopo la guerra vi è un diffuso senso di sicurezza. Le
persone sono più allegre. C’è un maggior senso di diffusa gaiezza
d’animo in tutto il paese. E’ una Germania più felice. L’ho notato
dappertutto e alcuni inglesi incontrati durante il mio viaggio, i quali
conoscono bene la Germania, si sono detti molto impressionati da questo
cambiamento”.
“Questo grande popolo”, ammoniva ancora l’anziano statista, “lavorerà
più duramente, sacrificherà di più e, se necessario, combatterà con
maggiore determinazione perché è Hitler a chiedergli di farlo. Coloro
che non comprendono questo fatto basilare, non possono valutare le reali
possibilità della moderna Germania”.
Benché il
pregiudizio e l’ignoranza abbiano impedito una più diffusa conoscenza e
comprensione delle politiche economiche di Hitler e del loro impatto, il
suo successo nell’economia è stato sempre riconosciuto dagli storici,
anche da quegli studiosi che sono in genere molto critici verso il
leader tedesco e le politiche del suo regime.
John
Lukacs, storico americano di origine ungherese, i cui libri hanno sempre
suscitato molti commenti e approvazioni, ha scritto: “Le conquiste
di Hitler, sul piano nazionale più che su quello estero, durante i sei
anni [di pace] in cui fu a capo della Germania, furono straordinarie…
Egli portò ai tedeschi prosperità e fiducia, quel tipo di prosperità che
è il risultato della fiducia. Gli anni ’30, dopo il 1933, furono per
molti tedeschi anni di gioia; qualcosa che rimase nei ricordi di
un’intera generazione”. [44]
Sebastian
Haffner, influente storico e giornalista tedesco che fu critico feroce
del Terzo Reich e della sua ideologia, esaminò la vita e l’eredità di
Hitler in un suo libro molto discusso. Sebbene il suo ritratto del
leader tedesco in The Meaning of Hitler sia molto negativo, l’autore scrive ugualmente: [45]
“Fra i risultati positivi ottenuti da Hitler quello che eclissò tutti gli altri fu il suo miracolo economico”. Mentre il resto del mondo annaspava ancora nella paralisi economica, Hitler aveva reso “la Germania un’isola di prosperità”. Nell’arco di tre anni, continua Haffner, “il
bisogno disperato e la povertà di massa si erano generalmente
trasformate in una modesta ma confortevole prosperità. Quasi altrettanto
importante: l’impotenza e la disperazione avevano lasciato il posto
alla fiducia e alla sicurezza di sé. Ancor più miracoloso fu il fatto
che la transizione dalla depressione al boom economico fu ottenuta senza
generare inflazione, a prezzi e salari totalmente stabili… E’ difficile
farsi un quadro adeguato della riconoscente meraviglia con cui i
tedeschi reagirono a quel miracolo, il quale, nello specifico, fece sì
che ampie percentuali di lavoratori tedeschi passassero, dopo il 1933,
dal sostegno ai Social Democratici e ai Comunisti a quello verso Hitler.
Questa riconoscente meraviglia dominò completamente l’umore delle masse
tedesche tra il 1936 e il 1938…”.
Joachim
Fest, un altro eminente storico e giornalista tedesco, esaminò la vita
di Hitler in una biografia minuziosa e acclamata. “Se Hitler fosse
rimasto vittima di un assassinio o di un incidente alla fine del 1938”,
egli scrisse, “pochi esiterebbero a ricordarlo come uno dei più grandi
statisti tedeschi, come il coronamento della storia germanica”. [46]
“Nessun osservatore obiettivo della scena tedesca potrebbe mai negare i
considerevoli successi di Hitler”, scriveva lo storico americano John
Toland. “Se Hitler fosse morto nel 1937 o nel quarto anniversario della
sua ascesa al potere… sarebbe stato senza dubbio ricordato come una
delle più grandi figure della storia germanica. Aveva milioni di
ammiratori in tutta Europa”.