In nove
mesi sono morte oltre 3.300 persone in scontri tra ribelli ed esercito.
Il presidente Kabila continua a rinviare le elezioni per restare al
potere

Hanno preso e massacrato l’intera popolazione del remoto
villaggio di Cinq. Hanno ucciso donne, bambini e neonati con armi da
fuoco, machete, perfino bruciandoli vivi. Hanno distrutto tutte le case
e fatto irruzione in una clinica, sterminando medici e pazienti insieme.
I crimini contro l’umanità di cui si sono macchiati il 24 aprile i
miliziani di Bana Mura, in un contesto in cui è perfino difficile capire
chi sono e per che cosa combattono, sono l’emblema della Repubblica
democratica del Congo (RDC), un paese «sull’orlo della catastrofe» che
sta per implodere a causa di gravissimi problemi politici, economici,
etnici e sociali.
OLTRE 3.300 MORTI. Dall’ottobre del 2016
sono già morte più di 3.300 persone nella regione del Grande Kasai (che
comprende tre province nel centro del paese) a causa degli scontri tra
l’esercito congolese e i ribelli di Kamwina Nsapu. Il gruppo si sarebbe
rivoltato già nel 2011, dopo il rifiuto da parte del governo di
riconoscere l’autorità di Jean Pierre Mpandi, nuovo capo di un clan
locale. Si pensa che il rifiuto sia stato dettato dalla mancata
iscrizione di Mpandi al partito di governo. Quando nell’agosto del 2016
Mpandi è stato ucciso dalla polizia, le violenze sono deflagrate
diffondendosi in modo incontrollato.
NEONATI FUCILATI. Secondo un rapporto
diffuso settimana scorsa dalla Nunziatura apostolica a Kinshasa,
capitale della RDC, migliaia di morti sono stati trovati in 42 fosse
comuni, 20 villaggi completamente distrutti (almeno 10 dall’esercito) e
tra le rovine di quasi 4 mila case rase al suolo. Le violenze confermate
dall’Onu sono raccapriccianti: si parla di bambini di due anni a cui
sono stati amputati gli arti con machete, neonati fucilati, donne
incinte sventrate a metà con armi da taglio. Molti di questi crimini
sono stati appunto commessi da Bana Mura, milizia che secondo l’Onu si
è costituta da poco per combattere i ribelli di Kamwina Nsapu ed è
armata e finanziata dall’esercito regolare congolese.
GLI SCONTRI SI ESTENDONO. A causa delle
violenze 1,3 milioni di persone sono fuggite dal Grande Kasai e circa
400 mila bambini sono a rischio malnutrizione. Cattive notizie arrivano
anche da Beni, nella provincia del Nord Kivu (est del paese) dove gruppi
ribelli, spesso stranieri, interessati alle enormi risorse del
paese (abbondano oro, legname, coltan, cassiterite) stanno approfittando
del caos generale per conquistare terreno.

ATTACCO ALLA CHIESA CATTOLICA. Anche la
Chiesa cattolica ha subito danni ingenti nella regione: quattro
circoscrizioni ecclesiastiche sono state colpite, altre due diocesi
marginalmente coinvolte, due vescovi sono stati costretti all’esilio
dopo la distruzione delle sedi episcopali, 60 le parrocchie chiuse o
danneggiate, 34 le case religiose chiuse o distrutte, 141 le scuole
danneggiate, 31 le cliniche colpite, cinque i seminari abbandonati.
Se la Chiesa cattolica è stata colpita così duramente non è un caso, visto il ruolo che sta faticosamente svolgendo per risolvere la crisi politica che da anni destabilizza il paese e che è alla radice anche delle violenze dell’ultimo anno. La RDC infatti è dominata dalla famiglia Kabila fin dal 1997, quando Laurent Kabila è riuscito con un colpo di Stato a deporre il dittatore Mobutu Sese Seko. Assassinato nel 2001, a Laurent è succeduto il figlio Joseph Kabila, che governa da allora violando il limite massimo di mandati imposto dalla Costituzione.
Se la Chiesa cattolica è stata colpita così duramente non è un caso, visto il ruolo che sta faticosamente svolgendo per risolvere la crisi politica che da anni destabilizza il paese e che è alla radice anche delle violenze dell’ultimo anno. La RDC infatti è dominata dalla famiglia Kabila fin dal 1997, quando Laurent Kabila è riuscito con un colpo di Stato a deporre il dittatore Mobutu Sese Seko. Assassinato nel 2001, a Laurent è succeduto il figlio Joseph Kabila, che governa da allora violando il limite massimo di mandati imposto dalla Costituzione.
ACCORDO DI SAN SILVESTRO. L’anno scorso
Kabila ha accettato di abbandonare il potere e le elezioni erano
inizialmente previste per novembre. Alla vigilia del voto, però, la
commissione elettorale ha dichiarato di non potere indire le elezioni
perché «il numero dei votanti è sconosciuto». Sono seguite
violente proteste di piazza, che l’esercito ha cercato di spegnere
facendo decine di morti, sedate infine grazie all’intervento dei vescovi
che hanno supervisionato la firma tra governo e opposizione
dell’Accordo di San Silvestro: il testo, siglato il 31 dicembre 2016,
prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale per portare il
paese a votare entro la fine del 2017. A maggio però l’accordo ha subito
un duro colpo: Kabila ha formato sì un governo, ma solo con
una parte dell’opposizione, e a sei mesi dalla fine dell’anno non ha
ancora fissato la data ufficiale delle elezioni generali.
EVASIONI DI MASSA. L’instabilità
ha minato l’autorità e la funzionalità del governo. Non è un caso se a
maggio sono riusciti a scappare da un carcere della capitale 4.000
detenuti, tra banditi e miliziani, la più grande fuga nella storia del
paese. Due giorni dopo, altri 70 hanno infranto le sbarre di una seconda
prigione. Sulle strade mal ridotte del paese si moltiplicano i posti di
blocco illegali che costringono le auto a pagare pedaggi illegittimi
nella più totale impunità. i principali dicasteri mancano di fondi e lo
stato della corruzione già dilagante si è ulteriormente aggravato.
EVITARE LA GUERRA CIVILE. In questa
situazione esplosiva, il popolo congolese ha preso una posizione chiara:
secondo un recente sondaggio, l’83% vuole votare entro fine anno ma il
timore è che il presidente Kabila stia fomentando gli scontri per
rimanere al potere. «Gruppi stranieri stanno operando nel nostro paese»,
è la denuncia pubblicata dai vescovi lunedì al termine di un’Assemblea
penaria. «I politici moltiplicano le iniziative per svuotare l’Accordo
del suo contenuto, minando così la tenuta di elezioni libere,
democratiche e pacifiche. Le recenti evasioni di massa restano tuttora
dei grandi punti interrogativi», scrivono facendo intendere che potrebbe
trattarsi di un piano funzionale a gettare nel caos il paese. Il 30
giugno la RDC festeggia l’anniversario dell’indipendenza nazionale e la
Chiesa ha invitato fedeli e uomini di buona volontà «a una giornata di
digiuno e preghiera per la nazione», per evitare che sprofondi in una
nuova guerra civile.
Nessun commento:
Posta un commento