
Cari amici,
ci troviamo a Dello, piccolo Comune in provincia di Brescia, dove un uomo – di origine musulmana – ha dato fuoco alla moglie perché vestiva e praticava usanze troppo occidentali.
Buesra - questo il nome della donna – è stata cosparsa di benzina e successivamente arsa viva nel cortile di casa. Quando i soccorsi sono arrivati, la donna era ormai avvolta dalle fiamme.
Il marito, una volta fermato dai Carabinieri, ha dichiarato che andava punita in nome di Allah.
L’11 agosto, Hina Saleem, ventunenne pakistana – arrivata anch’essa in Italia con la famiglia – è stata sgozzata dal padre e sepolta nel giardino di casa. Il fatto ha suscitato da noi, giustamente, grande scalpore. Ma nei Paesi Islamici sarebbe una storia quasi banale.
In quasi tutto il mondo islamico, il cosiddetto «delitto d’onore» viene persino legittimato dalle leggi Islamiche che consentono ai parenti di lapidare e di conseguenza uccidere le proprie mogli o le proprie figlie.
Buesra è stata bruciata viva in nome dell’islam, anche se sappiamo che si tratta di usanze antichissime, rinforzate purtroppo dall’insegnamento tradizionale musulmano.
Ma qual è il crimine di Buesra?
Vestiva all’occidentale, fumava e lavorava all’interno di uno studio commercialista. Un uomo – musulmano – avrebbe potuto fare tutto questo senza problemi; una donna, no.
Ma perché si uccide in nome di Allah?
Forse è bene spiegare alcuni punti per capire l’atteggiamento dei fondamentalisti musulmani. Primo: l’onore della famiglia musulmana è rappresentato dalla donna, in particolare dalla sua onorabilità. Nel momento in cui una donna disonora la religione dev’essere uccisa per salvaguardare l’onore della famiglia.
In secondo luogo, va ricordato che l’islam, a differenza del cristianesimo, non è una spiritualità che ognuno concretizza secondo la sua cultura. L’islam è una cultura, un comportamento sociale, un modo di vestirsi, di mangiare, di vivere. Penetra in tutti i particolari della vita. Perciò difficilmente il musulmano riesce a distinguere tra fede e tradizione… il che rende difficile l’integrazione al di fuori del mondo islamico.
Terzo fatto: l’islam mette l’accento sul gruppo, non sull’individuo. È la comunità (la ummah) che importa, più che la persona. Perciò la libertà umana non è una priorità, neppure un valore. Se c’è conflitto tra la protezione del gruppo e quella della persona, l’ultima sarà sacrificata.
L’unica vera speranza è che i musulmani comincino a fare autocritica e mettano in forte discussione quanto appreso dal Corano. Soltanto allora potranno liberare le loro donne, e quindi anche se stessi, dalla gabbia in cui essi – ancora oggi – sono prigionieri.
Andrea Mavilla
L’11 agosto, Hina Saleem, ventunenne pakistana – arrivata anch’essa in Italia con la famiglia – è stata sgozzata dal padre e sepolta nel giardino di casa. Il fatto ha suscitato da noi, giustamente, grande scalpore. Ma nei Paesi Islamici sarebbe una storia quasi banale.
In quasi tutto il mondo islamico, il cosiddetto «delitto d’onore» viene persino legittimato dalle leggi Islamiche che consentono ai parenti di lapidare e di conseguenza uccidere le proprie mogli o le proprie figlie.
Buesra è stata bruciata viva in nome dell’islam, anche se sappiamo che si tratta di usanze antichissime, rinforzate purtroppo dall’insegnamento tradizionale musulmano.
Ma qual è il crimine di Buesra?
Vestiva all’occidentale, fumava e lavorava all’interno di uno studio commercialista. Un uomo – musulmano – avrebbe potuto fare tutto questo senza problemi; una donna, no.
Ma perché si uccide in nome di Allah?
Forse è bene spiegare alcuni punti per capire l’atteggiamento dei fondamentalisti musulmani. Primo: l’onore della famiglia musulmana è rappresentato dalla donna, in particolare dalla sua onorabilità. Nel momento in cui una donna disonora la religione dev’essere uccisa per salvaguardare l’onore della famiglia.
In secondo luogo, va ricordato che l’islam, a differenza del cristianesimo, non è una spiritualità che ognuno concretizza secondo la sua cultura. L’islam è una cultura, un comportamento sociale, un modo di vestirsi, di mangiare, di vivere. Penetra in tutti i particolari della vita. Perciò difficilmente il musulmano riesce a distinguere tra fede e tradizione… il che rende difficile l’integrazione al di fuori del mondo islamico.
Terzo fatto: l’islam mette l’accento sul gruppo, non sull’individuo. È la comunità (la ummah) che importa, più che la persona. Perciò la libertà umana non è una priorità, neppure un valore. Se c’è conflitto tra la protezione del gruppo e quella della persona, l’ultima sarà sacrificata.
L’unica vera speranza è che i musulmani comincino a fare autocritica e mettano in forte discussione quanto appreso dal Corano. Soltanto allora potranno liberare le loro donne, e quindi anche se stessi, dalla gabbia in cui essi – ancora oggi – sono prigionieri.
Andrea Mavilla
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