mercoledì 29 maggio 2019

Il clero cristiano si inchina all’Islam accogliendolo nelle chiese. Però giurare sul Rosario è peccato

CRISTIANI RIFIUTATEVI E' UN PECCATO ENORME. E' CONTRO I COMANDAMENTI DI DIO. 

Io sono il Signore Tuo Dio! Io sono la Via, La verità, e la vita, nessuno va al Padre se non per mezzo di me.Chi non è con me è contro di me!

  • Per la prima volta durante una messa in Italia, è stato recitato un versetto del Corano dall’altare.
  • Nel Sud Italia, un parroco ha fatto infuriare i suoi parrocchiani per aver allestito un presepe in cui la Vergine Maria indossa un burqa. Queste iniziative interreligiose si basano sulla progressiva eliminazione del patrimonio occidentale-cristiano in favore dell’Islam.
  • Il clero cattolico è probabilmente disorientato dallo stesso Papa Francesco, che è stato il primo a consentire la lettura delle preghiere islamiche e del Corano in Vaticano.
  • Il Papa ha abbracciato il relativismo religioso per quanto concerne l’Islam. Ha ripetuto che la violenza islamista è opera di un “piccolo gruppo di fondamentalisti” che, secondo lui, non hanno nulla a che fare con l’Islam.
  • Lord Harries, vescovo della Chiesa d’Inghilterra, ha proposto che la cerimonia di incoronazione del principe Carlo d’Inghilterra si apra con una lettura del Corano. Negli Stati Uniti, in più di 50 chiese, compresa la Washington National Cathedral, si legge il Corano. Ma nelle moschee si fa qualche lettura della liturgia cristiana?
  • Com’è possibile che così pochi leader cristiani abbiano alzato la voce contro questo attacco senza precedenti a un monumento cristiano? Hanno organizzato così tante letture del Corano nelle loro chiese da considerare normale l’idea di convertire una chiesa in moschea?
  • Non sarebbe meglio per la Chiesa Cattolica stabilire un vero dialogo con le comunità islamiche basato su principi come la reciprocità (se costruite moschee in Europa, noi edificheremo chiese in Medio Oriente), la protezione delle minoranze cristiane nella Mezzaluna e la condanna teologica del jihad contro gli “infedeli”?
In Italia e in Europa, si registra una crescente e preoccupante tendenza.
Per la prima volta in oltre 700 anni di storia, canti islamici hanno risuonato nella cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore. Sotto la famosa Cupola di Brunelleschi, le melodie islamiche sono state affiancate a quelle cristiane. Questa “iniziativa interreligiosa” è stata promossa una settimana dopo la barbara strage dei terroristi islamisti nella redazione parigina di Charlie Hebdoe comprendeva “Il Corano è la giustizia” e altri “canti” del genere.
Nel Sud Italia, un prete ha fatto infuriare i suoi parrocchiani per aver allestito un presepe in cui la Vergine Maria indossa un burqa. Don Franco Corbo, titolare della parrocchia di Ss. Anna e Gioacchino, a Potenza, ha detto di aver costruito lo speciale presepe “in nome del dialogo tra le religioni”. Queste iniziative interreligiose si basano sulla progressiva eliminazione del patrimonio occidentale-cristiano in favore dell’Islam.
Sempre in Italia, un altro prete ha deciso di non allestire il presepe di Natale nel cimitero locale perché “potrebbe offendere i musulmani”. Don Sante Braggiè ha detto no al presepio nel cimitero della città di Cremona, nel nord del paese, per non irritare persone di altre religioni o i cui parenti sono sepolti lì:
Un piccolo angolo del camposanto è riservato alle tombe degli islamici. Un presepio collocato in bella vista com’era quello potrebbe essere una mancanza di rispetto per i fedeli delle altre religioni, urtare la sensibilità dei musulmani, ma anche degli indiani e pure degli atei.
A Rebbio, nella chiesa parrocchiale di San Martino i parrocchiani si stanno preparando alla fine della Messa. A un tratto, una donna velata prende la parola e inizia a leggere versetti del Corano che annunciano la nascita di Cristo. L’iniziativa è stata voluta dal parroco, don Giusto della Valle come “gesto di dialogo”.
A Rozzano, vicino Milano, un preside, Marco Parma, ha deciso di cancellare il concerto di Natale, abolendo le feste tradizionali nell’istituto Garofali “per non recare offesa”.
Lo scorso luglio, per la prima volta durante una messa in Italia, è stato recitato un versetto del Corano dall’altare. È successo nella Chiesa di Santa Maria in Trastevere durante la cerimonia in ricordo di don Jacques Hamel, che è stato ucciso dai terroristi dell’Isis, in Francia. Mentre i cattolici recitavano il Credo, un delegato della moschea di al-Azhar del Cairo ripeteva una “preghiera islamica per chiedere la pace”.
Da quando è stato eletto pontefice, Francesco ha trascorso molto tempo nelle moschee. Ha visitato parecchi luoghi di culto islamici all’estero, in Turchia e nella Repubblica Centrafricana, ma è anche disposto a visitare la Grande Moschea di Roma.Il clero cattolico è probabilmente disorientato dallo stesso Papa Francesco, che è stato il primo a consentire la lettura delle preghiere islamiche e del Corano nel luogo di culto cattolico più importante del mondo. È successo quando Bergoglio ha incontrato in Vaticano il defunto presidente israeliano Shimon Peres e il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, un incontro organizzato per “pregare per la pace in Medio Oriente”.
Quando si tratta di Islam, il Papa abbraccia il relativismo religioso. Egli ha ripetuto che la violenza islamista è opera di un “piccolo gruppo di fondamentalisti” che, secondo lui, non hanno nulla a che fare con l’Islam. Quando gli è stato chiesto perché non ha parlato di violenza islamica, il Pontefice ha replicato: “Se io parlo di violenza islamica devo parlare anche di violenza cattolica”, anche se in questo momento sarebbe difficile trovare preti, suore o altri cattolici che piazzino bombe in qualche posto in nome di Gesù Cristo.
Questa tendenza non è confinata all’Italia. Nel Regno Unito, Lord Harries, vescovo della Chiesa d’Inghilterra, ha proposto che la cerimonia di incoronazione del principe Carlo d’Inghilterra si apra con una lettura del Corano. Negli Stati Uniti, in più di 50 chiese, compresa la Washington National Cathedral, si legge il Corano. Il capo della Chiesa protestante in Germania, il vescovo Heinrich Bedford-Strohm, ha proposto l’insegnamento dell’Islam nelle scuole statali. Ma nelle moschee si fa qualche lettura della liturgia cristiana?
Questi show interreligiosi sembrano anche renderci ciechi a più inquietanti letture del Corano nelle chiese cristiane, come quella che di recente ha avuto luogo nella chiesa di Santa Sofia a Istanbul: per la prima volta in 85 anni, i musulmani turchi hanno letto un testo islamico nella più bella chiesa dell’Oriente cristiano. Il loro obiettivo, come attestato dalle proposte di leggi presentate al parlamento turco, è chiaro: islamizzare la chiesa, che era stata adibita a museo dal 1935.
Il silenzio cristiano è meno chiaro: com’è possibile che così pochi leader cristiani abbiano alzato la voce contro questo attacco senza precedenti a un monumento cristiano? Hanno organizzato così tante letture del Corano nelle loro chiese da considerare normale l’idea di convertire una chiesa in moschea?
Dopo l’attacco terroristico perpetrato in una chiesa della Normandia, nel luglio scorso, il clero cristiano ha aperto le porte delle proprie chiese ai musulmani. Questo gesto è stato accolto come un punto di svolta nel rapporto tra le due religioni. Su sei milioni di musulmani presenti in Francia solo poche centinaia hanno accolto l’invito. Ma la loro presenza è davvero rappresentativa dell’opinione pubblica islamica?
Questi gesti dettati da buone intenzioni potrebbero sembrare un profitto interreligioso, ma in realtà sono una perdita ecumenica. Non sarebbe meglio per la Chiesa Cattolica stabilire un vero dialogo con le comunità islamiche basato su principi come la reciprocità (se costruite moschee in Europa, noi edificheremo chiese in Medio Oriente), la protezione delle minoranze cristiane nella Mezzaluna e la condanna teologica del jihad contro gli “infedeli”?
Al clero cattolico che ha aperto le porte del Duomo di Firenze all’Islam i musulmani presto proporranno di rimuovere il dipinto di Domenico di Michelino raffigurante Dante e la Divina Commedia, che si trova all’interno della cattedrale. Per i musulmani estremisti, Dante è colpevole di “blasfemia” perché ha collocato Maometto nel suo Inferno poetico. Lo Stato islamico non fa segreto della sua intenzione di colpire la tomba di Dante in Italia. Tra gli altri siti che figurano sulla lista nera dell’Isis ci sono la Basilica di San Marco a Venezia e la Basilica di San Petronio a Bologna, contenente un affresco che trae ispirazione dalla Divina Commedia dantesca.
Una fantasia? Niente affatto. L’organizzazione italiana per la difesa dei diritti umani Gherush92, che svolge attività di consulenza in materia di diritti umani per organismi delle Nazioni Unite, ha già chiesto che Dante venga rimosso dai programmi scolastici perché “islamofobo”.
In questa nuova “correttezza” interreligiosa, solo l’Islam ci guadagna. I cristiani hanno tutto da perdere.

Risorse :Piazza della Portela, furiosa lite tra due gruppi di stranieri. Una decina di moto buttate a terra


Sul posto si sono portati diversi mezzi della Polizia e dei Carabinieri che sono riusciti a sedare la rissa. Una decina di moto sono fine a terra con diversi danni



TRENTO. Una decina di moto finite a terra, specchietti rotti e tanta paura. E' stata una furiosa lite quella che questo pomeriggio ha spaventato i commercianti in piazza della Portela ed ha visto l'intervento di diverse volanti della Polizia di Stato e Carabinieri in supporto agli agenti di polizia locale.


Secondo le testimonianze delle persone che si trovavano sul posto, poco dopo le 17.30 due gruppi di stranieri si sono scontrati prima a parole per poi passere alle mani. La rissa è avvenuta perlopiù sul marciapiede che collega piazza della Portela con via Torre Vanga.

Proprio in quel tratto sono parcheggiati diversi motocicli sia delle attività economiche del posto che di privati cittadini. Durante la furiosa lite sette mezzi sono stati buttati a terra provocando danni non di poco conto.
L'allarme è stato lanciato dalle attività economiche. Sul posto si sono portati diversi agenti della Polizia di Stato che, assieme alle locale e i Carabinieri, sono riusciti a calmare gli animi e a sedare la rissa. Dalle prime informazioni risulterebbero essere cinque le persone fermate e portate in questura. Sul posto le forze dell'ordine stanno raccogliendo le testimonianze e facendo i rilievi per ricostruire in modo esatto quello che è successo.

Filomena Lamberti: «Io, che non ho avuto giustizia»


27 maggio 2019



Il 28 maggio 2012 il suo ex marito la sfigurò con l'acido, dopo 30 anni di violenze e divieti. Ed è uscito dal carcere prima che lei fosse dimessa dall'ospedale. «Oggi sono finalmente una donna libera, ma nessuno ha pagato».

Filomena Lamberti: «Lo Stato mi ha abbandonata»





Grazie al protocollo EVA una donna è salva dopo 13 anni di violenze



Gessica Notaro: «Aiutare le donne, la mia missione in questa vita»



ActionAid Fashion Show: in passerella le vittime dell'acido






Filomena Lamberti era una ragazza di 16 anni quando una sera, a ballare con un gruppo di amici, conobbe un uomo poco più grande di lei, Vittorio. Era la Salerno di fine Anni 70. Lui la corteggiò, si innamorarono. Dopo i primissimi tempi felici, Filomena si accorse che il suo fidanzato aveva un problema con l'alcol. Voleva aiutarlo a uscire dal tunnel, era convinta di salvarlo. Ma quella dipendenza iniziò a far emergere ed esasperare un'indole violenta che l'uomo aveva dentro di sé. Iniziarono le urla, gli schiaffi, le botte. Vittorio era ossessionato dal fatto che qualcuno potesse portargli via Filomena, perseguitato dal pensiero che lei lo tradisse. Qualunque cosa lo mandava in bestia: un sorriso di lei al barista a cui chiedeva un caffé, il solo fatto che rivolgesse la parola a un uomo che non fosse lui. Fino a quando, in viaggio di nozze, dove Filomena era incinta del loro primo figlio, Vittorio, in preda all'alcol, la massacrò di botte a casa di un amico che li ospitava perché aveva osato aiutarla con la valigia per le scale. Filomena diventò una «puttana», una che si faceva aiutare da un altro uomo.
VIOLENZE E DIVIETI

Da lì non si tornò più indietro: iniziò un'escalation di violenze e privazioni, diventata la normalità per quella donna, durata oltre 30 anni. Trent'anni di prigione, vivendo con i divieti che Vittorio le aveva imposto: non poteva per nessun motivo uscire di casa da sola, nemmeno per bere un caffè con la vicina, non poteva truccarsi. Divieti che dopo tanti anni di sottomissione Filomena iniziò a ignorare: si ribellava durante le discussioni violente, rispondendo agli insulti che lui ogni giorno le sputava addosso gratuitamente. Si iscrisse a Facebook per rintracciare una parente, nonostante lui le impedì categoricamente di farlo. Si truccò per la prima volta in occasione del matrimonio di un nipote, altra pratica impensabile per la mentalità di suo marito. Finché nel dicembre 2011, Filomena disse al marito che avrebbe voluto separarsi da lui, e che avrebbe aspetattato il matrimonio del figlio.
LA VENDETTA CON L'ACIDO

Il 28 maggio 2012 la vita di questa donna cambiò per sempre: Vittorio prese dalla pescheria in cui lavorava dell'acido muriatico. Si svegliò all'alba e, mentre Filomena dormiva, glielo lanciò addosso. Trovò il modo per punirla, sfigurandola per sempre, costringendola a non riconoscersi più e ad affrontare 30 operazioni chirurgiche. L'aspetto più spaventoso di questa storia è che mentre Filomena era ancora ricoverata in ospedale, al Caldarelli di Salerno, lui uscì dal carcere: aveva scontato, patteggiando, una pena di 15 mesi. Così da cinque anni Vittorio Giordano è di nuovo un uomo libero: esce, lavora ancora nella stessa pescheria di famiglia. E alle Iene ha raccontato di non essersi pentito di quel che ha fatto alla madre dei suoi figli. Perché «se lo meritava».

DOMANDA. Filomena, innanzitutto come sta?
RISPOSTA. Sto bene perché oggi vivo, finalmente. Ma ovviamente il danno è stato fatto. E rimarrà per sempre.

Com'è la sua vita oggi?
Vado nelle scuole a parlare con i ragazzi e le ragazze. Credo che il messaggio debba arrivare ai giovani. Loro, lo dico sempre, sono le coppie del futuro. Le donne mature spesso si abituano alle violenza per svariati motivi, dalla dipendenza economica alla preoccupazione per i figli. Sulle nuove generazioni dobbiamo investire.

Le storie di violenza sono frequenti anche tra i giovani?
Assolutamente. Quando parlo con loro mi accorgo subito se c’è qualcuno che ha un malessere. Sabato scorso sono stata in un liceo qui a Salerno, c’erano 600 ragazzi, e una di loro ha accettato di farsi aiutare. L’abbiamo invitata a Spazio Donna a parlare con avvocate e psicologhe. Io, dopo quello che mi è successo, cerco di far capire loro che bisogna prima ragionare con la testa e poi con il cuore.

Il suo matrimonio è stata una prigione per 35 anni. All'epoca, cosa le impediva più di ogni altra cosa di uscire da quell'inferno?
Allora si lavorava assieme, non avevo un'indipendenza economica ed ero madre di tre bambini: la paura era che me li potessero togliere. Le domande a cui non sapevo dare risposte erano tante. E così andavo avanti.

Se tornasse indietro?
Anche se non avessi un soldo me ne andrei lo stesso. Non è bello far assistere i propri figli ad anni di violenze. Se le portano dietro per sempre.

Lei ha tre maschi, oggi adulti. Con loro come si comportava?
Sì, hanno dai 28 anni ai 33 anni. All'epoca cercavo di non farmi mai vedere piangere, nemmeno dopo le botte. Ma era tutto sbagliato: avrebbero potuto abituarsi a quella violenza che respiravano, il rischio era che una volta cresciuti l'avessero trasmessa a loro volta.

Aveva paura che succedesse?
Sì. Il 90% di uomini violenti viene da famiglie violente. Io mi ritengo fortunata sotto questo aspetto. I miei figli hanno reagito al contrario.

Quando vi siete conosciuti il suo ex marito aveva problemi di dipendenza dall’alcol. Dopo quanto iniziarono le violenze?
Certo, e io pensavo che lo avrei salvato, l’errore che facciamo sempre noi donne. Già nei primi anni di fidanzamento iniziava a proibirmi le cose. E anche se mi dava uno schiaffo era bravissimo a farsi perdonare, a chiedere scusa. E lì, come tante donne, restavo nella speranza che fosse stata l’ultima volta.

Era violento anche quando era incinta del primo figlio.
Sì, non si fermò nemmeno davanti alla gravidanza. Il giorno che mi picchiò in viaggio di nozze aveva bevuto tantissimo.





«I miei vicini sentivano cosa succedeva a casa mia, ma nessuno ha mai fatto qualcosa, neanche con una semplice telefonata ai carabinieri. L'indifferenza ammazza le persone». Filomena Lamberti



Non riusciva a parlare con nessuno di quello che stava vivendo?
No: l'uomo violento è molto astuto, ti isola da tutti. Fa in modo che tu non chieda aiuto a nessuno. Anzi, arriva un momento in cui sono gli altri ad allontanarsi da te.

C'erano persone a conoscenza della situazione ma che non sono intervenute?
Sì, soprattutto nel mio palazzo: i vicini sentivano cosa succedeva a casa, ma erano tutti omertosi. Nessuno ha mai fatto qualcosa, neanche con una semplice telefonata ai carabinieri. L'indifferenza però ammazza le persone. Bisogna agire prima che sia troppo tardi, non aspettare il morto e poi dire: «Io sapevo, io vedevo». Non mi è servito a niente.

Non aveva il 'permesso' nemmeno di truccarsi.
Per carità, era tutto vietato. La prima volta che mi sono truccata è stata per il matrimonio di un suo nipote, da lì non ho smesso più. E ho iniziato a fregarmene.

Cosa fece scattare questo cambiamento in lei?
Il momento in cui mio figlio ebbe una reazione molto forte, si scontrò con il padre. Lì ho capii che mi potevo appoggiare a qualcuno. E in lui ho trovato una spalla. Però poi è passato poco tempo dall'aggressione, è successo circa un anno dopo.

Una ventina di giorni prima dell'aggressione lei trovò sul comò il borsello di suo marito corroso, praticamente sciolto da una sostanza.
Sì. C'era una bottiglietta che iniziò a colare corrodendo tutto. Lui si giustificò dicendo che voleva fare uno sgarro a un uomo, glielo voleva mettere nel motore dell'auto... tutte bugie. Meno di un mese dopo venne con la bottiglia piena e me lo lanciò mentre stavo dormendo.

Lei credette a quelle bugie?
No, affatto. Infatti portai tutto ai carabinieri (il suo borsello, le mie maglie e il suo cellulare sciolti) ma rimasi molto delusa: dissero che quella roba avrei dovuto portarla ad analizzare io, allora mi infuriai e me ne andai.

In che senso?
Mi dissero: «Signora, deve fare analizzare questi oggetti per capire di che liquido si tratta». L'unica cosa di cui mi sono pentita è che in quella occasione avrei dovuto sporgere denuncia. Ho avuto una reazione impulsiva.

Quante operazioni ha dovuto affrontare dopo l'aggressione?
Trenta, l'ultima due anni fa. Ma mi sono voluta fermare io perché sono stanca, stanca di entrare e uscire dalla sala operatoria. Più di così per il mio viso non si può fare, così dopo mesi e mesi di ospedale ho detto basta.

Oltre al viso, a livello fisico quali conseguenze si porta dietro?
Il mio braccio sinistro è stato molto colpito e la pelle mi tira tantissimo, fatico ad alzarlo, a stenderlo. Non ha più una flessibilità normale. E poi la mia vista è danneggiata: da lontano non vedo bene, il sole mi acceca.

Ha mai pensato di non riuscire ad affrontare tutto questo?
Certo, ovviamente ci sono stati momenti di sconforto. Per esempio la prima volta che mi sono rivista allo specchio non immaginavo la dimensione del danno che mi aveva fatto. Non mi riconoscevo più. Ci sono stati momenti di depressione, credo sia normale.

E dove ha trovato la forza di reagire?
Mi sono detta: «Se sono rimasta in vita, devo andare avanti avanti». L'altro pensiero che mi dava molta forza era sapere che da quel momento in poi sarei rimasta sfigurata, sì, ma ero finalmente una donna libera.

E ha trovato supporto negli altri, finalmente?
Sì, ho avuto la fortuna di conoscere le amiche di Spazio Donna a Salerno, che mi hanno aiutato tantissimo psicologicamente. Devo molto a loro. Sono state una salvezza in un momento davvero critico. Da soli non si va da nessuna parte.


«Il processo è stato scandaloso, una seconda violenza inflitta su di me. Nessuno conosceva le mie condizioni». Filomena Lamberti


Parliamo della condanna del suo ex marito?
È stato un processo scandalosissimo, una seconda violenza inflitta su di me. Sono incappata in una avvocata incapace, il pm e il giudice lo erano altrettanto. La cosa più allucinante è stato che nessuno ha ritenuto necessario vedermi.

Ha scontato appena 15 mesi.
Sì, ha patteggiato la pena. Non abbiamo potuto più riaprire il processo.

Non è mai stata chiamata in tribunale.
No, ero ancora in prognosi riservata quando il processo è finito. Si è concluse il 25 giugno, il processo più veloce della storia della magistratura italiana.

Come è stato possibile che sia stato accusato di lesioni aggravate e non di tentato omicidio?
Nessuno mi ha mai vista, e nemmeno l'avvocata incapace che ho nominato di fiducia è mai venuta al Caldarelli a prendere dei referti, delle foto.

Quindi nessuno ha verificato le sue condizioni fisiche?
Esatto, nessuno se ne è preoccupato. Faccio sempre un esempio pratico: un perito dell'assicurazione, cosa fa per valutare il danno? Deve vedere la macchina dopo l'incidente. L'avvocata non è nemmeno venuta in ospedale.

E il suo ex marito è un uomo libero, lavora ancora nella 'vostra' pescheria. L'ha più visto?
Sì, ha riaperto l'attività. No, mai. Dall'udienza per la separazione nel 2013.

Non ha più paura oggi, sapendo che è libero?
No, assolutamente. Ormai quello che voleva fare l'ha fatto. Se avesse voluto ammazzarmi credo l'avrebbe fatto all'epoca.

Non ha mai mostrato nessun segno di pentimento.
Me lo aspettavo. Che pentimento può avere un uomo del genere? Uno che ha premeditato di lanciarmi dell'acido addosso mentre dormivo e non potevo nemmeno provare a difendermi?

I suoi figli hanno ancora rapporti con il padre?
No. Se si incontrano per strada si salutano, questo sì. Ma non si vedono.

Lui non l'ha nemmeno risarcita. Come si mantiene?
No, non mi ha dato un soldo. Purtroppo ho fatto i salti mortali per avere una minima protezione di 285 euro al mese.

È disoccupata?
Sì, il mio braccio sinistro non funziona bene. E anche la vista ha dei problemi. Non posso lavorare.

Che intenzioni ha oggi?
Stiamo provando a portare il caso a Strasburgo alla Corte dei Diritti umani. Ci vorrebbero molti soldi, ma vediamo cosa si può fare. Almeno nella giustizia, qualcuno deve pagare.

Rom: Trucco di una famiglia sinti a Pordenone, cavi sotterrati nella villetta per l'energia elettrica gratis


Martedì 28 Maggio 2019

PORDENONE - Il sospetto che la villetta di una famiglia sinti, in via Matteotti a Villotta di Chions, fosse allacciata abusivamente alla rete E-Distribuzione, aveva spinto i carabinieri della stazione di Azzano Decimo a chiedere all'Enel se poteva mettere a disposizione i suoi operai per fare un sopralluogo. Era l'agosto del 2017. La lettura del contatore dell'abitazione riportava un dato anomalo, incompatibile con i consumi di una famiglia composta da sei persone. Scavando in prossimità dell'allacciamento, erano stati ritrovati due cavi: quello ufficiale era collegato al contatore, quello abusivo riceveva energia elettrica direttamente dalla rete di distribuzione dell'Enel, ma era collegato all'abitazione attraverso un quadro elettrico che non permetteva di rilevare i consumi e quantificare i costi.

Pensavano di essere invisibili grazie a un rito voodoo: smantellato traffico di droga della mafia nigeriana

La polizia ha arrestato il capo e i corrieri di unʼorganizzazione criminale che operava in tutto il nord-est Italia, sequestrati più di 300 chili di marijuana

Pensavano di essere invisibili grazie a un rito voodoo: smantellato traffico di droga della mafia nigeriana
I corrieri si credevano invisibili grazie a un rito voodoo e trasportavano fino a 50 chili di droga, portandola in valigia nei treni o nelle auto. Un traffico da 3 milioni di euro in tutto il nord-est Italia che la Procura di Trieste ha smantellato grazie all'arresto del capo dell'organizzazione criminale, un nigeriano ai domiciliari a Roma. Il nome in codice dell'operazione era, appunto, "Invisibili".
Gli agenti, coordinati da Carlo Mastelloni, hanno seguito per 6 mesi i movimenti di 13 corrieri di origini nigeriane che, prima di consegnare la droga in Toscana, Liguria, Friuli e Veneto, erano sottoposti da un santone a un rituale voodoo per garantirgli "l'invisibilità".
L'organizzazione criminale faceva capo a N.B., trentaquattrenne nigeriano residente a Roma, che è stato arrestato dalla Squadra mobile di Trieste dopo aver studiato attentamente le sue mosse. Si tratta di una delle operazioni più grandi condotte dalla Procura friulana: le indagini sono partite da un piccolo giro di spaccio in prossimità delle stazioni centrali di Udine e Trieste e sono arrivate a ricostruire una rete di distribuzione della droga che coinvolgeva tutto il Nord Italia. Secondo le forze dell'ordine, pare che il traffico sia stato direttamente gestito dalla mafia nigeriana e non abbia mai avuto legami con la criminalità organizzata italiana.

Negli ultimi 6 mesi sono stati sequestrati oltre 300 chili di marijuana in mano a corrieri diretti a Trieste, Udine, Genova, Firenze, Pisa, Vicenza, Padova e Treviso. Le modalità di consegna erano sempre uguali: i corrieri si presentavano a Roma a casa di N.B., abitazione nella quale l'uomo scontava gli arresti domiciliari, e prelevavano borsoni e valigie con dentro la droga. L'ultimo carico è stato però fatale: il capo dell'organizzazione aveva consegnato un borsone con sei chili di marijuana a una persona fidata che avrebbe dovuto recapitarlo a Genova, nei pressi della Stazione Principe. La polizia l'ha arrestato e, poco dopo, ha consegnato alla giustizia anche il suo capo.
Voodoo e criminalità nigeriana - Il voodoo è l'aspetto magico ed esoterico di molte religioni africane, viene praticato da "stregoni" attraverso rituali che possono creare magie positive o negative. Una situazione, quella della magia nera, che viene sfruttata negli ambienti della mafia nigeriana per ridurre in schiavitù o costringere gli affiliati a compiere azioni criminali, come documentano numerose operazioni delle forze dell'ordine. I riti hanno diversi nomi e diverse origini, dal "Juju" alla "Macumba" al "Voodoo", ma tutti sono praticati dai criminali per promettere maledizioni nei confronti delle vittime e delle rispettive famiglie. Spesso si realizzano con pratiche macabre, dal sacrificio di animali al taglio dei capelli o addirittura con pestaggi e violenze sessuali. Altre volte si realizzano con bambole o feticci che, dopo essere stati maledetti dallo stregone, costringono i destinatari del rito a ridursi in schiavitù di propria volontà.