lunedì 18 marzo 2019

Il vero RAZZISMO: Sudafrica, la mattanza dei bianchi



Alla fine del nostro viaggio in Sudafrica, dopo aver visto l’inferno delle bidonville per i bianchi impoveriti dalla shock economy e dalle leggi razziali “black only” del governo dell’ANC e la quotidiana giungla urbana di una società ad altissimo tasso di violenza che non risparmia alcuna etnia, fatta di diseguaglianza, discriminazione e segregazione sotto altro nome, non ci rimane la sensazione di aver visitato la “nazione arcobaleno” secondo la narrazione allucinatoria della propaganda del politicamente corretto, ma un paese che è veramente un paradiso di crudeltà in preda ad un’apocalisse sadica, come l’ha definito lo scrittore Dan Roodt. Un anus mundi dove sta prevalendo una cultura della vendetta e del saccheggio e che trae ispirazione per le sue orge di ultraviolenza da ancestrali riti di stregoneria ed omicidio rituale.
Stiamo ora per giungere al termine della notte, all’incubo più terrificante. L’intrusione in casa propria, nella propria intimità, la violenza nei nostri confronti e dei propri cari, la tortura, lo stupro, il massacro. Ciò che vivono ormai come un quotidiano pogrom gli agricoltori in Sud Africa, in larghissima maggioranza bianchi. E’ il fenomeno degli assalti alle fattorie.
Il sito Farmitracker, curato da Adriana Stuijt è un ricco archivio dei casi documentati e verificati dal 2012 ad oggi. L’immagine che ho scelto è già spaventosa ma nulla in confronto a quelle che ho avuto il coraggio di cercare dei cadaveri delle vittime, tutte massacrate in quello che dovrebbe essere il più sicuro dei rifugi, la propria casa. Uomini impiccati allo scaldabagno, fatti a pezzi, donne stuprate, sventrate ed impalate, bambini bruciati, volti irriconoscibili perché ridotti a maschere di sangue da una furia che di solito si riserva ai dittatori nei piazzali Loreto quando i popoli sono lasciati liberi per una volta di sfogarsi nel carnevale della vendetta. Vecchi inermi sopravvissuti ma segnati per ciò che resta loro da vivere dalla violenza. Un orrore da film horror che è invece spaventosa realtà.
In Sudafrica gli agricoltori bianchi hanno il doppio di probabilità di venire assassinati dei poliziotti e considerando che i poliziotti sudafricani conducono una vita particolarmente pericolosa.
Il fenomeno degli assalti alle fattorie è in preoccupante aumento dal 2011 e, come si evince dai dati forniti dall’Afriforum Research Institute, nel 2015 si è avuto il picco di 318 casi, con 94 vittime registrate tra fattori, famigliari e lavoratori.
Dal 1° gennaio al 12 marzo di quest’anno vi sono già stati 64 assalti con 17 morti. Le ultime vittime segnalate dalle cronache sono i quattro componenti della famiglia Meyer, compresa Kayla, 9 anni, uccisa a bastonate, massacrati nella loro fattoria a Randfontain qualche giorno fa.
Nel corso della petizione presentata al Parlamento Europeo il 5 marzo dell’anno scorso, Henk van de Graaf, dirigente del sindacato agricolo del Transvaal ha fornito le cifre della strage degli agricoltori in Sudafrica. Dal 1990 il numero dei morti ammonta a 1.762 (cifra aggiornata al 1/3/2015 (fonte), uccisi nel corso di 3465 assalti alle proprie fattorie.
Il 13 dicembre 2015 il criminologo Rudolph Zinn ha stilato un vademecum ad uso degli agricoltori bianchi che negli ultimi tempi vengono attaccati sempre più frequentemente nella regione del Lowveld da bande di neri armati. Il documento si basa su una ricerca condotta attraverso 30 interviste formate da un questionario di 116 domande poste in carcere ad un campione di criminali responsabili di questi delitti.
Una delle scoperte più importanti è stata il fatto che queste milizie armate, prima di attaccare, si procurano le informazioni circa l’esistenza in casa di oggetti di valore da basisti che lavorano nelle fattorie. Essi si spostano dalla città in campagna per interrogare il personale delle fattorie sulle abitudini e sulle ricchezze possedute dagli agricoltori. Una volta ottenute le informazioni sufficienti non esitano ad attaccare e a quel punto sono anche in grado di disabilitare i più sofisticati sistemi elettronici di sicurezza.
Queste bande armate sono ben organizzate e sanno perfettamente il fatto loro quando invadono una fattoria aggredendo le famiglie bianche (generalmente afrikaaner) che le abitano. Se per i semplici furti si tratta di un gruppo di quattro persone che agisce quando gli abitanti della casa sono fuori, per esempio a messa, quando si decide di colpire anche gli occupanti delle case il gruppo può essere composto anche da otto individui armati pesantemente, preferibilmente con pistole, coltelli e machete. Intervistando alcuni di loro in carcere, Zinn ha appreso che una delle tecniche è quella di sparare subito all’uomo di casa per far capire agli altri abitanti che le intenzioni degli aggressori sono serie.
Anche se solamente il 4% delle migliaia di aggressori coinvolti finisce in carcere, tra coloro che furono intervistati il 67% risultò aver attaccato con inaudita ferocia le sue vittime: il 30% commettendo omicidio, il 13% stupro, il 3% tentato stupro e il 13% praticando atti di tortura.
Kayla Meyer uccisa a 9 anni
A Zinn uno di loro disse che la tortura serviva per costringere le vittime a rivelare il nascondiglio degli oggetti di valore. Alcuni membri della gang concentrano le torture sulle donne e i bambini allo scopo di far parlare prima gli uomini. Tuttavia egli non spiegò perché questi metodi di tortura erano destinati primariamente a famiglie bianche.
Il movente razziale dietro a questi assalti è di solito negato dalle autorità sudafricane, nonostante di recente uno di questi aggressori abbia ammesso in tribunale di avere stuprato la sua vittima, una donna di 82 anni, “perché ciò fa parte della lotta. L’ho stuprata perché bianca.” Per la cronaca, il trentenne Kagiso Nkedi aveva otto anni quando “la lotta”, con la fine del dominio bianco, ebbe termine.
L’età media degli aggressori infatti è di solito tra i 19 e i 26 anni. Ciò dimostra, secondo Zinn, che la loro motivazione non ha niente a che fare con la lotta politica, che è solo un pretesto. Sono persone nate dopo la fine dell’apartheid e che non l’hanno vissuta direttamente; individui che si aspettano irrealisticamente di poter diventare ricchi con il colpo di una notte e considerano le loro attività di rapinatori come un’occupazione a tempo pieno, come un lavoro vero e proprio. Durante il quale si vendicano dell’uomo e della donna bianca senza alcuna pietà nei loro confronti.
Il governo sudafricano finora si è rifiutato di considerare una priorità la lotta a questi crimini particolarmente efferati e vi sono continue denunce di trascuratezza nelle indagini condotte dagli organi inquirenti.
Tuttavia il 27 febbraio di quest’anno l’alta corte di Pretoria ha ingiunto alla Polizia di fornire le cifre ufficiali e reali di questo massacro, già da essa analizzato in un report del 2009.
Ancora meno si interessa del fenomeno l’opinione pubblica mondiale, che ne è tenuta adeguatamente all’oscuro. Infatti, se non fossi capitata per caso nel sito di Adriana, non ne avrei mai saputo nulla. Human Rights Watch – che riceverà in dieci anni qualcosa come 100 milioni di dollari dal miliardario filantropo e noto mestatore globalista Soros – è convinta però del contrario ed ha anzi criticato il governo sudafricano per l’eccessiva enfasi – secondo loro – posta nel proteggere i fattori piuttosto che i braccianti delle fattorie dagli abusi dei loro padroni. Questi paladini dei diritti umani pensano che i “cosiddetti attacchi alle fattorie” ricevano troppa attenzione da parte della politica e dei media rispetto alla lotta di classe che si svolgerebbe all’interno delle stesse fattorie. Interessante il pulpito, vero?
Anche l’economista all’ova di lompo Thomas Piketty, di fronte a questi veri e propri squadroni della morte in azione contro gli agricoltori bianchi, sembra preoccuparsi più del problema della ridistribuzione della terra che, dopo il 1994, non è ancora stata implementata per benino ed è per questo, secondo lui, che “permane ancor oggi l’eredità dell’apartheid.”
Durante una conferenza dedicata a Nelson Mandela, Piketty ha lamentato che la legge BEE (quella che impone quote di maggioranza di neri negli impieghi) non abbia funzionato abbastanza e quindi sia necessario procedere ad una più ambiziosa riforma terriera per “trasferire la terra nelle mani dei neri”. Che stesse pensando al metodo impiegato a suo tempo con i kulaki?
Ora, mi dispiace per Pikettuccio santo ma la terra, una volta ottenuta, bisogna anche saperla coltivare. Mentre si attende l’accoglimento delle domande di restituzione della terra e la sua redistribuzione, e nove su dieci riassegnazioni di terreni sono risultate in un fallimento, la terra diventa improduttiva mentre la popolazione aumenta e vi è sempre maggiore necessità di cibo.
Il motto: “Hai mangiato oggi? Ringrazia i lavoratori dell’agricoltura. No agricoltura, no cibo, no futuro” è valido in tutto il mondo ma soprattutto in Africa.
Negli anni 80 vi erano circa 80.000 imprenditori agricoli in Sud Africa, oggi ne sono rimasti meno della metà: 30.000. Le aggressioni colpiscono non solo i diretti interessati ma, a cascata, tutta la piccola comunità agricola che ruota attorno alla produzione. Non è raro che, dopo un’aggressione, l’attività dei sopravvissuti non riesca più a riprendere il suo corso normale e l’azienda agricola fallisca.
La popolazione del Sudafrica ammonta a 54 milioni ed è in crescita. L’immigrazione illegale (toh!) attraverso frontiere colabrodo porta fino a 3000 persone al giorno nel paese, soprattutto dai confini con lo Zimbabwe e il Mozambico. Questi migranti hanno anch’essi bisogno di acqua e cibo e di un alloggio.
E’ interessante notare come questi clandestini siano solo raramente coinvolti negli assalti alle fattorie e nei massacri, mentre lo sono spesso i braccianti ivi impiegati come manodopera.
I fattori che si organizzano in squadre di autodifesa non sono più protetti dal governo come prima. Anzi, a volte vengono incarcerati per aver protetto le loro vite, le loro famiglie e le loro proprietà con accuse di eccesso di legittima difesa.
Sono state introdotte leggi che limitano il possesso di armi, naturalmente quelle possedute legalmente dai cittadini, mentre gli assalitori, quando commettono i loro crimini, utilizzano tranquillamente un vero arsenale di armi rubate come fucili Kalashnikov e pistole Makarov frutto di precedenti rapine.
Il sistema di difesa dei Commandos, in forza nel secolo scorso, una milizia su base volontaria che faceva prevenzione del crimine sotto la tutela dell’esercito sudafricano permetteva alla polizia di concentrarsi su altri livelli di crimini. Appena dopo essere salito al potere, l’ANC ha smantellato il sistema delle milizie, promettendo di sostituirlo con un’altra struttura. Promessa che non è mai stata mantenuta.
Intanto il partito EFF, di estrema sinistra, sventola il ramoscello d’ulivo ai bianchi, accompagnandolo con questi simpatici slogan.
Good night and good luck.

Nigeria. 11.500 cristiani uccisi, un milione e 300 mila sfollati, 13 mila chiese distrutte

La denuncia del vescovo Bagobiri. Boko Haram, ma anche i pastori Fulani. «Questi attacchi hanno assunto il carattere del genocidio, con 150-300 persone uccise in una notte».

nigeria-attentato-chiesa-ansa Circa 11.500 cristiani uccisi, un milione e trecentomila sfollati, 13 mila chiese abbandonate o distrutte. Sono gli impressionanti numeri contenuti in una relazione presentata a New York all’Onu da monsignor Joseph Bagobiri, vescovo di Kafanchan, Nigeria, e che fanno riferimento al periodo 2006-2014. Una carneficina intollerabile; è per questo che il vescovo ha fatto appello alle forze internazionali a non girare la testa da un’altra parte, ma a farsi carico dell’emergenza umanitaria.
Nel documento, intitolato “L’impatto della violenza persistente sulla Chiesa nel nord della Nigeria”, il vescovo ha messo in rilievo che a provocare la maggior parte dei disastri sia stata la famigerata setta jihadista Boko Haram e che gli stati più colpiti siano stati quelli di Adamawa, Borno, Kano e Yobe. Da lì, i fuggiaschi si sono rifugiati negli stati centrali di Plateau, Nassarawa, Benue, Taraba e la parte meridionale di Kaduna.
Ma le brutte notizie non finiscono qui, perché anche in questa fascia di stati si sono recentemente verificate violenze, questa volta ad opera dei pastori Fulani: «Questa – ha detto Bagobiri – è una palese invasione straniera di terre ancestrali dei cristiani e di altri comunità minoritarie. In queste aree, i pastori Fulani terrorizzano incessantemente diverse comunità, cancellandone alcune, e in posti come Agatu nello Stato di Benue e Gwantu e Manchok in quello di Kaduna, questi attacchi hanno assunto il carattere del genocidio, con 150-300 persone uccise in una notte».
Foto Ansa

domenica 17 marzo 2019

Islam. E poi si lamentano..Trasformano in moschea un capannone


Trasformano in moschea un capannone ad uso artigianale e fanno ricorso al Tar per ottenere una sospensiva contro un provvedimento del comune di Casalmaggiore (Cremona), che aveva chiesto l’immediata chiusura del centro. Dopo una lunga battaglia, i membri dell’associazione islamica “Arrahma” hanno visto rigettare indietro la loro richiesta e dovranno dire addio al luogo di culto abusivo. La vicenda ha avuto inizio lo scorso anno con l’acquisizione all’asta del sopracitato immobile da parte del centro culturale musulmano.
Il capannone della ex BFM, sito in via Marzabotto, destinato ad uso artigianale/industriale, sarebbe dovuto diventare un semplice luogo di ritrovo per la comunità islamica. Al tempo fu addirittura garantito che sarebbero state rispettate le leggi e che lo stabile non sarebbe divenuto un centro di culto. Non è stato così.
Dopo un primo tentativo di richiesta di modificare la destinazione d’uso dell’immobile (richiesta immediatamente respinta dalla giunta comunale), l’associazione islamica ha comunque trasformato il luogo in una moschea senza aver ricevuto l’autorizzazione necessaria. Sono stati i residenti del posto a denunciare un sospetto via vai di persone che si recavano regolarmente nel capannone, e ciò ha convinto il comune ad effettuare dei controlli. Un sopralluogo della polizia locale ha poi portato allo scoperto il reale stato delle cose: il capannone era divenuto una moschea abusiva. Immediato l’intervento del sindaco Filippo Bongiovanni che, con un’ordinanza in cui si dichiarava l’attività non conforme alla normativa urbanistica, ha chiesto la chiusura del centro religioso abusivo. Da qui la reazione degli islamici, che hanno deciso di fare ricorso al tribunale amministrativo regionale. Facendo domanda per ottenere una sospensiva, l’associazione “Arrahma” ha insistito con l’affermare che il capannone non era affato stato trasformato in una moschea e che le attività che vi si svolgevano erano da considerarsi soltanto in minima parte religiose. Il tar di Brescia ha tuttavia dato ragione al comune di Casalmaggiore: l’attività che si svolgono all’interno del capannone dovranno pertanto cessare.
L'immagine può contenere: una o più persone e testoL'immagine può contenere: spazio all'aperto

DUE PAROLE INTORNO AL VENEZUELA

 – di Luigi Copertino

DUE PAROLE INTORNO AL VENEZUELA
Da quando è esplosa la crisi venezuelana nei media si sente ripetere, spesso con malcelato riferimento interno alle politiche dell’attuale nostro governo, che la causa della rivolta contro Maduro sarebbe l’alta inflazione ingenerata dalle politiche socialiste del suo regime. Ci si ripete, in sostanza, che qualsiasi politica dirigista, socialista o anche soltanto sociale genera ipso facto inflazione, quindi fuga degli investimenti, deprezzamento dei redditi, fame e povertà. Un “caveat” per gli europei: attenti a come voterete a maggio perché se vincono i populisti farete la fine dei venezuelani.
I media fanno propaganda alla tesi fondomonetarista, più volte smentita dai fatti, per la quale l’iperinflazione, come quella che sta attualmente affossando l’economia venezuelana, sia automaticamente da imputarsi all’eccesso di stampa di moneta da parte della Banca Centrale “senza copertura reale”. E’ almeno dal 1971 che le monete attuali non hanno più alcuna copertura reale, ma non per questo esse hanno perso potere d’acquisto, ma questo particolare è puntualmente taciuto dai media così solerti a presentare l’austerità liberista come unica possibile politica economica. Questa narrazione mediatica – ed è questo l’incredibile – continua imperterrita a tener banco nonostante che proprio l’UE ha conosciuto gli esiti catastrofici della deflazione imposta quale presunta cura per la crisi con il solo risultato di distruggere l’economia degli Stati più deboli, come la Grecia, e di impoverire ancora di più i ceti meno abbienti.
La lettura dell’inflazione come fenomeno monetario è strumentale agli interessi di chi controlla il denaro ed ha il suo vantaggio nell’accumularlo cercando di aumentarne il valore attraverso il contenimento o la distruzione della domanda dei beni, che si ottiene, appunto, rarificando la moneta in circolazione, ossia attraverso politiche d’austerità sul fronte della spesa pubblica e la riduzione salariale sul fronte delle relazioni industriali.
In realtà, l’inflazione tecnicamente è un aumento incontrollato dei prezzi che si registra quando alla domanda di beni non corrisponde un’offerta adeguata. L’inflazione può manifestarsi tanto quando la domanda è elevata, per effetto dell’aumento dei redditi della popolazione, tanto quando essa non aumenta ma, nell’uno e nell’altro caso, crolla la produzione dei beni per fattori non monetari. Come è accaduto, per l’appunto, in Venezuela, dove la produzione industriale – per gli errori di Maduro – è crollata, facendo aumentare i prezzi dei pochi beni a disposizione. Da qui l’inflazione. Essa vi sarebbe manifestata egualmente anche se la base monetaria fosse rimasta quantitativamente invariata. L’immissione di moneta, da parte della Banca Centrale Venezuelana, in una situazione come questa, ha certamente contribuito all’inflazione ma non perché la moneta in eccesso perde valore, come una qualsiasi merce – infatti la moneta non è merce –, ma perché la sua ampia disponibilità spinge verso l’alto la domanda la quale, però, non trova una corrispondente offerta sufficiente a soddisfarla.
Inflazione a parte, intorno al Venezuela chavista si sta giocando una partita geopolitica immonda. Gaudí, l’avversario di Maduro, è un esponente della massoneria venezuelana ben collegato con gli interessi nord-americani. Tutto lo spellarsi le mani degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, di Trump come di Merkel e Macron, di Berlusconi, Salvini e Meloni come pure di Renzi, Calenda e Zingaretti, nel sostenerlo facendone il paladino della libertà e della democrazia – contemporaneamente oscurando l’appoggio che metà del popolo venezuelano continua a dare a Maduro – nasconde un particolare, emerso di recente, ma tacitato dai nostri media. In Venezuela sono stati scoperti ingenti giacimenti di coltan (la cosiddetta columbite-tantalite composta da una miscela di due minerali della classe degli ossidi assolutamente rari nella loro giusta combinazione) che è il minerale essenziale per i nostri sistemi informatici – si tratta di un superconduttore elettromagnetico presente nei nostri cellulari e computer – e, quindi, per l’economia 3.0 zero dell’Occidente.
La scoperta del coltan spiega molte cose circa gli avvenimenti venezuelani e tuttavia, da sola, non giustifica il fatto che le manovre americano-occidentali nel Paese caraibico abbiamo, purtroppo, trovato terreno fertile a causa dei pacchiani errori del dopo Chavez. Perché se un problema hanno i regimi dirigisti è che essi funzionano bene fino a quando il leader resta con i piedi per terra e non si monta la testa sfociando nel culto della personalità o venga sostituito da un qualche delfino narcisista e meno capace. Come, probabilmente, è accaduto in Venezuela nel passaggio da Chavez a Maduro. Infatti, è innegabile – anche perché a dirlo sono proprio i tecnici che con Chavez avevano effettuato con intelligenza le nazionalizzazioni, poi estromessi da Maduro – che il Venezuela ha letteralmente dissipato l’altra tradizionale ricchezza naturale di cui dispone ossia il petrolio.
Con onestà intellettuale, è necessario ammettere che la degenerazione della rivoluzione chavista è iniziata dal modo tecnicamente incompetente con cui è stata gestita la nazionalizzazione dell’industria petrolifera – licenziando il fior fiore delle competenze tecniche per sostituirle con incapaci politicamente fidati – senza  usarne i proventi per lo sviluppo industriale del Paese, ma, con Maduro, per sostenere i suoi sostenitori politici, e dal modo sciagurato con il quale alla sacrosanta riforma agraria anti-latifondista ha fatto seguito una riorganizzazione agricola con affitto delle terre nazionalizzate a cooperative contadine prive, per mancanza di formazione aziendale, di ogni capacità di conduzione intelligente della produzione agraria. Le riforme sono state gestite  ideologicamente senza preoccuparsi delle necessarie competenze tecniche votate al buon successo di esse.
Giuseppe Angiuli – che, attenzione!, non è un trumpista, un bushista, un filoamericano ma, al contrario, si dichiara estimatore della fase iniziale della rivoluzione chavista – ha così spiegato la degenerazione maduriana dello chavismo: «È grave che, anziché intendere il processo politico bolivariano come un inedito cantiere e laboratorio di una nuova forma di socialismo all’insegna dell’umanesimo cristiano, del rilancio di una sana idea di patria e del concetto di sovranità dei popoli del sud del mondo – com’era probabilmente nelle intenzioni del “Comandante” Hugo Chavez – i gruppi e gruppuscoli settari di quel poco che residua dell’estrema sinistra vetero marxista-leninista ancora attivi in Europa abbiano stretto il Venezuela bolivariano in un abbraccio asfissiante, realizzando un’inaccettabile distorsione dei suoi principi ispiratori e così impedendo alla radice ogni possibile approccio in termini di apertura e curiosità positiva da parte dei popoli europei. E così, laddove il socialismo venezuelano avrebbe potuto contaminare anche i popoli europei dei suoi giusti principi ispiratori, tanto necessari in un continente, come il nostro, interamente assoggettato al disegno neo-oligarchico materializzatosi attorno alle istituzioni anti-democratiche della Ue, i gruppuscoli estremistici della sinistra radicale europea hanno impropriamente inteso il chavismo come una semplice riedizione del comunismo novecentesco, riproponendone tutti i clamorosi errori ideologici, con tutto il corredo di illusioni utopistiche e di interpretazioni dogmatiche a ciò connesse» (1).
In altre parole, appare sempre più evidente che la polarizzazione della geopolitica mondiale si vada componendo intorno al conflitto tra un radicalismo di sinistra terzomondista ed un radicalismo di destra liberista e occidentalista. Il primo ripete tutti gli errori propri dell’infantilismo demagogico: dall’antimperialismo inteso come indigenismo anticattolico all’ecologismo panteistico stile “Gaia” fino al pauperismo scialacquatore delle ricchezze nazionali. Il secondo, approfittando degli errori dell’antagonista, ripropone, facendolo impropriamente passare come realismo politico e difesa delle libertà democratiche, lo sfruttamento del capitale multinazionale, la divaricazione sociale, il potere del denaro, la subordinazione dello Stato all’economia di mercato, il totale laissez faire e la svendita della patria al domino coloniale.
In uno scenario come questo non si vede all’orizzonte una proposta alternativa capace di mettere insieme identità religiosa, identità nazionale, Stato ed economia sociale. Una proposta che dovrebbe trovare formulazione qui, da noi, in Europa se non fosse per il fatto che i movimenti sovranisti corrono dietro all’anti-migrazionismo o al no tav mentre le Chiese cristiane apostoliche non hanno ormai alcun peso politico e non riescono neanche ad arginare, sul piano etico, la deriva trans-umanista.

Risorsr : Due ore di inferno a Milano, raffica di rapine: città preda degli immigrati


Raffica di rapine da parte di stranieri. Aggressioni da Garibaldi a corso Como. Sardone: "Sala marcia per i migranti?"


Due ore di furti, rapine, aggressioni. In alcuni casi il bottino è stato sostanzioso, in altri meno ricco.
Resta il fatto che nel giro di appena 120 minuti su Milano si siano abbattuti cinque episodi criminosi i cui protagonisti - secondo le denunce - sono tutti immigrati.
"Questa notte si sono verificate cinque rapine nell'arco di due ore tra la zona della movida di Porta Garibaldi e la zona ormai off limits della stazione Centrale", racconta il consigliere regionale e comunale del Gruppo Misto, Silvia Sardone. La cronaca degli assalti parte da corso Como: qui due senegalesi, "irregolari e con precedenti per penali", vengono arrestati dai carabinieri. I due sono sospettati di aver aggredito e rapinato due fidanzati in corso Como. Il bottino è sostanzioso: soldi e un Rolex da 10mila euro. I due farebbero parte di un gruppo con altri tre africani che però sarebbero riusciti a scappare all'arresto.
Ma la notte è solo iniziata. Sempre in zona corso Como altri sei africani rubano cellulare e orologio a un ragazzo fuori da un locale. Vicino alla Stazione Centrale, invece, un "branco" di 4 immigrati picchia e duruba di 200 euro un uomo in via Lepetit. Sono le tre di notte. Un'ora dopo, alle 4.40, il copione si ripete in via Lazzaretto: un 24enne viene accerchiato e malmenato da cinque nordafricani. Infine, alle 5.30, tre stranieri rapinano un 25enne in via Venini.
"È questa la sicurezza che piace alla sinistra?", attacca la Sardone. "Sala, Majorino e compagni marciano per gli immigrati senza rendersi conto in che stato è la città che amministrano. Se Milano è diventata capitale del crimine c'è da ringraziare proprio la sinistra, che fa di tutto per negare evidenti correlazioni tra immigrazione selvaggia e delinquenza". All'attacco anche Riccardo De Corato: "Da anni, ormai, la domenica mattina ci tocca leggere il bollettino di guerra contenuto nei rapporti di Questura e forze dell'ordine - dice l'assessore alla Sicurezza di Regione Lombardia - Bollettini che parlano quasi sempre la stessa lingua: rapine, furti, spaccio e crimini commessi da extracomunitari, molto spesso nordafricani, molto spesso clandestini e irregolari".
Non è un caso se Milano tra stupri, risse e rapine sia stata nel 2018 la capitale dei malviventi: l'indice di criminalità segnava la città in cima alla lista per tasso di reati denunciati. "Sala e Majorino - conclude De Corato - si sono dimenticati di ricordare che interi quartieri di Milano, a partire dalle zone attorno alla stazione, sono ormai diventate delle autentiche enclave in mano al crimine straniero. Equiparabili alle zone più pericolose del mondo, a ogni latitudine. E questo succede perchè la fallimentare politica di accoglienza migratoria ha prodotto e sta producendo guasti irreparabili, di cui gli onesti cittadini e i milanesi stanno pagando un prezzo altissimo".

Macron! Maricon!

L'immagine può contenere: 11 personeMentre Parigi viene messa a ferro e fuoco da gente esasperata e purtroppo inquinata da infiltrati Black bloc, casser, centri sociali, anarcoinsurrezionalisti e chi più ne ha più e metta, il gerontologo si gode la montagna con la nonna.

Risorsa : Quarto arresto in cinque mesi, ma il pusher continua a spacciare. E non cambia zona

Quarto arresto in cinque mesi, ma il pusher continua a spacciare. E non cambia zona il 15 marzo 2019


É finito in manette per l'ennesima volta uno dei volti noti del piccolo spaccio cittadino. In Italia con permesso di soggiorno per motivi umanitari, non abbandona il suo giro
Conosce ormai a menadito le camere di sicurezza della caserma cittadina Abdel Aziz Kamara, trentarenne del Gambia che dallo scorso ottobre ci è finito quattro volte. Sempre per spaccio di marijuana.

Avvistato e fermato

Lo hanno scovato giovedì nel tardo pomeriggio i carabinieri del Nucleo radiomobile di Padova ai giardini dell'Arena. Notato mentre con fare inequivocabile cedeva una dose a un cliente, è stato poi perquisito e scoperto con addosso 9 grammi di marijuana e 30 euro appena racimolati spacciando. Elementi sufficienti per farlo arrestare con l'accusa di detenzione a fini di spaccio.

Una sfilza di precedenti

Un provvedimento sul quale hanno pesato i curiosi precedenti dell'africano. La sua vicenda aveva destato scalpore a fine ottobre, quando è stato prima denunciato e poi arrestato in meno di due giorni. Poche settimane prima era già stato ammanettato e in tutti i tre casi stava spacciando marijuana a giovani clienti lungo passeggiata Miolati, che tra l'estate e l'autunno è diventata una roccaforte del traffico di stupefacenti. Condannato a sei mesi con pena sospesa e in Italia con un permesso umanitario, è tornato libero. Il 30 novembre il copione si è ripetuto identico, con il terzo arresto, e così pure ieri, con il quarto. La costante rimane il luogo: con i giardini dell'Arena tornati in mano ai pusher, anche Kamara ha potuto continuare a spacciare laddove ha stabilito la sua vera e propria base operativa. Si attende il pronunciamento del giudice al termine della direttissima.Pusher irriducibile: terzo arresto in poche settimane ma non abbandona la postazione il 30 novembre 2018

Sembra incredibile: un arresto, una denuncia e altri due arresti non sembrano far desistere un 33enne, con permesso di soggiorno umanitario. Torna sempre nello stesso luogo


Pusher irriducibile: terzo arresto in poche settimane ma non abbandona la postazione

Sembra incredibile: un arresto, una denuncia e altri due arresti non sembrano far desistere un 33enne, con permesso di soggiorno umanitario. Torna sempre nello stesso luogo
Quarto incontro ravvicinato con le forze dell'ordine per un 33enne africano, che nell'ultimo mese è stato sorpreso ben tre volte a spacciare. Stessa sorte anche per un tunisino, rientrato in Italia nonostante l'espulsione.

Recidivo

A Padova sembra davvero aver trovato la sua isola felice. Quel tratto erboso lungo il Piovego che dal nome sembra perfetto per trascorrere qualche minuto di relax, è invece diventato la sua tana. Lungo la passeggiata Miolati i pusher abbondano, ma ce n'è uno che pare non avere alcuna intenzione di abbandonare la sua zona di lavoro, nemmeno dopo una denuncia e tre arresti. Kamar Abdel Aziz, 33enne gambiano, di mestiere fa lo spacciatore. La marijuana è il suo forte, tanto che non si fa problemi a commerciarla in pieno giorno. Le forze dell'ordine lo conoscono bene: nelle ultime settimane è finito quattro volte tra caserma e questura.

L'ennesimo arresto

Arrestato una prima volta perché sorpreso a vendere della droga, il 23 e il 25 ottobre il copione si è ripetuto. A distanza di soli due giorni i carabinieri lo avevano prima denunciato e poi arrestato nuovamente. Una notte nelle camere di sicurezza, poi l'udienza di convalida e la sentenza: condanna a sei mesi con pena sospesa. Che significa tornare in libertà. Per nulla intimorito è tornato a dedicarsi allo spaccio nella zona di sempre. Qui, in passeggiata Miolati, lo ha scoperto la polizia venerdì mattina. Viste le forze dell'ordine, ha cercato di nascondere tra l'erba alcune dosi di marijuana, 10 grammi in totale. Tentativo sfumato, perché gli agenti le hanno viste e sequestrate mentre il 33enne, che è in Italia per motivi umanitari, veniva arrestato per la terza volta con l'accusa di detenzione ai fini di spaccio.

Incurante del rimpatrio

E gli agenti della questura hanno fermato per un controllo anti droga anche un 26enne tunisino, che però è stato arrestato per tutt'altro motivo. Individuato alle 10.30 in via Isotta Nogarola, una piccola traversa di via Altichieri da Zevio all'Arcella, il ragazzo è stato trovato mentre armeggiava con una dose di hashish. Dopo averlo identificato si è scoperto che in Italia non sarebbe dovuto stare: rispedito in Tunisia nel maggio 2017 dalla procura di Palermo, per cinque anni la legge gli vietava di rientrare nel Paese. Evidentemente non se ne è curato, ma anzi ha deciso di stabilirsi a Padova. Ammanettato, sarà accompagnato al centro di espulsione di Potenza




Potrebbe interessarti: https://www.padovaoggi.it/cronaca/detenzione-spaccio-droga-quarto-arresto-polizia-miolati-padova-30-novembre-2018.html
Seguici su Facebook: https://www.facebook.com/pages/PadovaOggi/199447200092925


Potrebbe interessarti: https://www.padovaoggi.it/cronaca/arresto-spaccio-marijuana-kamara-arena-padova-15-marzo-2019.html?fbclid=IwAR3e7zu7JuamA65ygRhCLq9DfmfLqv5hBOJ0k80F18V_mtj2geI9DoxEsbs
Seguici su Facebook: https://www.facebook.com/pages/PadovaOggi/199447200092925