I
giudici della Corte d'Appello di Milano hanno rigettato il ricorso
delle associazioni per i diritti degli stranieri confermando l'ok alla
delibera della Regione Lombardia che vieta l'ingresso nei luoghi
pubblici alle donne con il burqa
I
giudici della Corte d'Appello di Milano hanno rigettato il ricorso
delle associazioni per i diritti degli stranieri confermando l'ok alla
delibera della Regione Lombardia che vieta l'ingresso nei luoghi
pubblici alle donne con il burqa
Giusto vietare il burqa in pubblico. La Corte d’Appello di Milano ha giudicato valida la delibera di giunta con cui nel 2015 la Regione Lombardia, per motivi di sicurezza, vietava l’ingresso nei luoghi pubblici alle donne che indossano il velo integrale.
A rivolgersi ai giudici per contestare la legittimità
del provvedimento erano state una serie di organizzazioni che si battono
per i diritti dei migranti, tra cui l’Associazione
degli studi Giuridici sull'Immigrazione, gli Avvocati per Niente Onlus,
l'Associazione Volontaria di Assistenza sociosanitaria e per i diritti
dei Cittadini stranieri, Rom e sinti e la Fondazione Guido Piccini per i
Diritti dell'Uomo Onlus. I magistrati però hanno rigettato il ricorso,
confermato la sentenza con cui nel 2017 il tribunale del capoluogo
lombardo aveva stabilito la “ragionevolezza” della delibera “alla luce
della esigenza di identificare coloro che accedono nelle strutture
indicate, poiché si tratta di luoghi pubblici, con elevato numero di
persone”.
A plaudere alla decisione è anche la senatrice di Fratelli d'Italia, Daniela Santanché, che nel 2006 promosse in Parlamento una legge analoga. "In Italia è vietato andare in qualsiasi posto con la faccia coperta, se io vado in qualche posto con il casco integrale o il passamontagna mi fermano", spiega la parlamentare del partito di Giorgia Meloni. "Allora non capisco - ragiona - perché dobbiamo creare califfati che si sottraggono alla nostra giurisdizione". "Non ci sono leggi speciali per nessuno - continua - ci sono leggi italiane, non facciamo tante repubbliche islamiche, non facciamo repubbliche dei rom, non facciamo repubbliche altre rispetto a quella italiana, chi viene nella nostra nazione si adegui".
L'assessore De Corato: "Il velo integrale è una pratica discriminatoria verso le donne"
“Consentire la possibilità di identificare i predetti fruitori dei servizi” appare dunque “giustificato” alle toghe. “La Corte, nel nuovo procedimento, ha bocciato lo strenuo tentativo proposto dai ricorrenti, cioè quello di consentire l'identificazione mediante rimozione temporanea del burqa”, esulta l’assessore alla Sicurezza, Riccardo De Corato di Fratelli d’Italia. “È strano – aggiunge - che associazioni per i diritti degli indifesi si battano per il riconoscimento del burqa, pratica discriminatoria verso le donne, considerate di proprietà esclusiva dai loro compagni musulmani al punto che nessun altro le può guardare". “La Corte – conclude De Corato - condivide integralmente la motivazione del giudice di primo grado” e non lascia spazio ad altre interpretazioni. Ma, a parere dell’assessore, le associazioni sarebbero intenzionate a portare il caso in Cassazione.A plaudere alla decisione è anche la senatrice di Fratelli d'Italia, Daniela Santanché, che nel 2006 promosse in Parlamento una legge analoga. "In Italia è vietato andare in qualsiasi posto con la faccia coperta, se io vado in qualche posto con il casco integrale o il passamontagna mi fermano", spiega la parlamentare del partito di Giorgia Meloni. "Allora non capisco - ragiona - perché dobbiamo creare califfati che si sottraggono alla nostra giurisdizione". "Non ci sono leggi speciali per nessuno - continua - ci sono leggi italiane, non facciamo tante repubbliche islamiche, non facciamo repubbliche dei rom, non facciamo repubbliche altre rispetto a quella italiana, chi viene nella nostra nazione si adegui".
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