«L’Hashd, che ha condotto una massiccia offensiva ai confini tra
Siria e Iraq per una settimana, sta cercando il “califfo americano” e il
super agente della CIA, Abu Bakr Baghdadi, protagonista dello scenario
di smembramento dell’Iraq a beneficio degli Stati Uniti. L’operazione
“Will to Defeat” mira a catturare Abu Bakr al-Baghdadi, leader del
gruppo terroristico Daesh, il cui percorso sanguinario è noto a tutti.
Dopo la loro sconfitta in Iraq e in Siria, i rimanenti takfiri (i
jihadisti ritenuti eretici dagli altri musulmani moderati – ndr) sotto
il suo controllo ora operano attraverso cellule dormienti».Lo ha scritto il sito filo-sciita ParsToday in un articolo ripreso dal portale di geopolitica francese Réseau International in riferimento alle azioni delle Forze di Mobilitazione Popolare (in arabo: Hashd al-Shaabi), una coalizione di milizie paramilitari, prevalentemente sciite, nata nel contesto della guerra civile irachena, in risposta all’appello del 13 giugno 2014 dell’Ayatollah Ali al-Sistani al jihad contro lo Stato Islamico, che pochi giorni prima aveva conquistato la città di Mosul.
L’esatto nacondiglio del califfo dello Stato Islamico, riapparso in un video ad aprile proprio dopo gli attentati nello Sri Lanka coordinati da un himam addestrato in Siria, è ancora un mistero.
Il sito di notizie in lingua araba al-Ma’aloumeh ha citato una fonte di intelligence nel centro di comando di Hashd al-Shaabi, le forze popolari irachene in prevalenza di confessione mulsulmana Sciita e perciò rivali dei Sunniti dell’Isis, ha riferito che, secondo le ultime informazioni, al-Baghdadi si era rifugiato in un tunnel nascosto nella regione di al-Husayniyat nella parte settentrionale della città di al-Ratbah nella parte occidentale di al-Anbar.
«La fonte ha sottolineato che, dato che i caccia statunitensi non hanno bombardato i nascondigli e i tunnel dell’ISIL nella regione, le forze americane sono probabilmente consapevoli della sua presenza nelle aree desertiche di al-Ratbah» riferisce sempre Fars indicando quindi la provincia irachena al confine con la Siria come il rifugio del leader Isis.
IL RIFUGIO PERFETTO NEL CAMPO AL RUKBAN
Ma alla luce di molteplici reportage sul Daesh e sui movimenti dei suoi jihadisti pare alquanto verosimile un’altra ipotesi. Ovvero quella che Al Baghdadi si nasconda in un tunnel ma non nel deserto iracheno bensì nello sterminato campo profughi di Al Rukban, gestito da vari gruppi ritenuti terroristici dai governi di Damasco e Mosca tra i quali il più potente è quello dei combattenti di Magaweir al Thawra, in italiano Commando Rivoluzionari, alleati dei ribelli anti-Assad dell’esercito FSA (Free Syrian Army), che vi hanno fatto il loro quartier generale sotto la protezione della base militare di Al Tanf dell’US Army, l’esercito americano. «Un’ipotesi intelligente» è il commento di un funzionario di servizi segreti stranieri operante in una forza speciale Nato a cui abbiamo sottoposto la teoria sul rifugio di Al Baghdadi proprio ad Al Rubkan…Da circa due anni, dopo la sonfitta dell’Isis nel 2016, Damasco e Mosca denunciano le condizioni disumane di vita nel campo di Al Rukban, dove oggi anno muoiono decine di bambini per mancanza di cibo e cure mediche. Sia il presidente siriano Bashar Al Assad che quello russo Vladimir Putin, attravero il ministro degli Eseri Sergei Lavrov, hanno ripetutamente richiesto la liberazione dei profughi siriani per un progetto di ritorno ai loro villaggi liberati, ma ciò avviene solo con il contagocce come se gli Usa, e ancor più le milizie delle brigate terroriste alleate di FSA, volessero utilizzare i rifugiati come ostaggi per giustificare la presenza americana della base di Al Tanf.
Il paradosso è che gli Usa fanno la guerra all’Isis che dal 2014 è stato storico alleato delle FSA, oggi di fatto comandate dai qaedisti di HTS (Hay’at Tahrir al-Sham già fronte Al Nusra) nella provincia di Idlib, ultima roccaforte siriana dei jihadisti supportati ed armati con lanciarazzi, missili e altre munizioni pesanti supportati da un altro paese Nato: la Turchia, rivale dei kurdi dello SDF. Ma Al Rukban, come il campo profughi ancor pià grosso di Al Hol nel nord-est della Siria, è luogo di rifugio anche di numerosi cambattenti dello Stato Islamico dopo la caduta di Bagouz, l’ultima città controllata dagli estremisti islamici della bandiera nera. Non solo.
Ad Al Rukban si sarebbe addestrato, secondo fonti dell’intelligence internazionale del sito Veterans Today, il killer di Christchurch Brenton Tarrant, ritenuto un collaboratore del Mossad, gli spietati 007 di Israele, che, secondo il parlamentare iracheno Hassan Salman operano in Iraq sotto la protezione Usa: «L’ambasciata americana a Baghdad si è trasformata in un centro per i terroristi israeliani del Mossad e dell’ISIS (Daesh)» ha dichiarato il politicoal sito al-Sumariya in lingua araba irachena. In questo ginepraio di contraddizioni ed intrecci sotterranei ecco perché Al Rukban potrebbe essere per Al Baghdadi il posto più sicuro dove rifugiarsi, nascosto in un tunnel e libero di muoversi tra i profughi grazie alla copertura di fedelissime guardie del corpo Isis, miliziani terroristi alleati della FSA nemici giurati di Assad, ed infine i circa 200 uomini dell’Us Army della Combined Join Task Force facente capo al Central Command, probabilmente incrementati dopo l’invio di un rinforzo di 1000 soldati in Medio Oriente per l’escalation della crisi tra Washington e Teheran nello stretto di Hormutz.
LA PRIGIONE DI CAMP BUCCA: ACCADEMIA DELL’ISIS
Non è infatti la prima volta che gli Stati Uniti d’America hanno un atteggiamento ambiguo e sospetto nella gestione del califfo dell’Isis. Una circostanza che avvalora la tesi che lo stesso Stato Islamico sia nato per un preciso progetto americano di destabilizzazione del Medio Oriente come riferito da molteplici autorevoli fonti sulla cosiddetta “accademia” dei jihadisti in un carcere nella località Umm Qasr, cittadina nel governatorato di Bassora, dove furono portati alcuni fondamentalisti islamici dell’esercito di Saddam Hussein provenienti da Abu Ghraib, in seguito allo scandalo del 2004 sulle torture ad opera dei militari americani sui detenuti iracheni.Il jihadista, che usa il nome di guerra Abu Ahmed, è entrato a Camp Bucca come un giovane un decennio fa, ed è ora un alto funzionario all’interno dello Stato islamico (Isis) dopo essere salito di livello con molti degli uomini che hanno scontato lui in prigione: una fortezza del deserto che avrebbe plasmato l’eredità della presenza americana in Iraq.
«Gli altri prigionieri non impiegarono molto tempo a rincuorarlo, ricordò Abu Ahmed. Erano stati anche loro terrorizzati da Bucca, ma presto si resero conto che lontano dalle loro peggiori paure, la prigione gestita dagli Stati Uniti offriva una straordinaria opportunità. “Non avremmo mai potuto riunirci tutti così a Baghdad, o in qualsiasi altro luogo”, mi ha detto. “Sarebbe stato incredibilmente pericoloso. Qui, non eravamo solo al sicuro, ma eravamo a poche centinaia di metri dall’intera leadership di al-Qaeda” – racconta il giornalista Martin Chulov, inviato del network britannico – Fu a Camp Bucca che Abu Ahmed incontrò per la prima volta Abu Bakr al-Baghdadi, l’emiro dell’Isis che ora viene spesso descritto come il leader terrorista più pericoloso del mondo. Fin dall’inizio, Abu Ahmed ha detto, altri nel campo sembravano sottoporsi a lui. “Anche allora, era Abu Bakr. Ma nessuno di noi sapeva che sarebbe mai diventato come leader”».
«Il piccolo gruppo militante che Baghdadi era leader di una delle dozzine scaturite da un’ampia rivolta sunnita – molti dei quali si sarebbero presto riuniti sotto la bandiera di al-Qaida in Iraq, e poi nello Stato islamico dell’Iraq. Questi erano i precursori del colosso ora noto semplicemente come lo Stato islamico, che, sotto il comando di Bagdhad, ha invaso gran parte dell’ovest e del centro del paese e della Siria orientale – evidenzia Chulov – Ma al tempo del suo soggiorno a Bucca, il gruppo di Baghdadi era poco conosciuto, ed era una figura molto meno significativa del leader nozionale dell’insurrezione, lo spietato Abu Musab al-Zarqawi, che rappresentò la somma di tutte le paure per molti in Iraq, Europa e Stati Uniti. Baghdadi, tuttavia, aveva un modo unico di distinguersi dagli altri aspiranti leader dentro Bucca e fuori nelle strade selvagge dell’Iraq: un pedigree che gli permetteva di rivendicare il lignaggio diretto con il profeta Maometto. Aveva anche conseguito un dottorato di ricerca in studi islamici presso l’Università islamica di Baghdad, e avrebbe attinto a entrambi per legittimare la sua pretesa senza precedenti di unirsi al califfo del mondo islamico nel luglio 2014, che ha realizzato un senso di destino evidente nel cortile della prigione un decennio prima». Altre fonti hanno invece riferito dei permessi speciali di cui godeva il leader per muoversi tra le 24 sezioni del campo di prigionia, cosa assolutamente vietata agli altri detenuti.
IL CALIFFO STIMATO E LIBERATO DAI MILITARI USA
«Secondo Abu Ahmed e altri due uomini che erano stati incarcerati a Bucca nel 2004, gli americani lo vedevano come un riparatore in grado di risolvere controversie controverse tra fazioni concorrenti e mantenere il campo tranquillo – riporta The Guardian – “Ma col passare del tempo, ogni volta che c’era un problema nel campo, era al centro di esso”, ha ricordato Abu Ahmed. “Voleva essere il capo della prigione, riguardando ora il passato, stava usando una politica di conquista e divisione per ottenere ciò che voleva, che era lo status. E ha funzionato. ”Nel dicembre 2004, Baghdadi era ritenuto dai suoi carcerieri non più pericoloso e la sua liberazione fu autorizzata”.“Era molto rispettato dall’esercito americano”, ha detto Abu Ahmed. “E nel frattempo, una nuova strategia, che stava guidando, si stava alzando sotto il naso, e quella di costruire lo Stato Islamico. Se non ci fosse una prigione americana in Iraq, non ci sarebbe ora IS. Bucca era una fabbrica. Ci ha costruiti tutti. Ha costruito la nostra ideologia”. L’intervistato racconta di come si sono scritti i recapiti e numeri di telefono negli elastici dei noxers per ricontattarsi una volta liberati.
Secondo Hisham al-Hashimi, analista di Baghdad, il governo iracheno stima che 17 dei 25 più importanti leader dello Stato islamico che hanno condotto la guerra in Iraq e in Siria hanno trascorso del tempo in prigioni negli Stati Uniti tra il 2004 e il 2011. Alcuni sono stati trasferiti dalla custodia americana nelle carceri irachene, dove una serie di assalti negli ultimi anni ha permesso a molti leader senior di fuggire e ricongiungersi ai ranghi degli insorti.
Nella prigione di Camp Bucca, come detto, Baghdadi diventa punto di riferimento sia per i detenuti che gli americani che li controllavano. «Questa immagine di leader e la profonda conoscenza dei testi e della recitazione coranica, alla base di tutti i suoi studi universitari, gli hanno permesso di conquistare la fiducia di molti ex baathisti, convertirli e convincerli ad unirsi al jihad. Tutto sotto gli occhi dei militari americani.Quando al-Baghdadi lascia il campo di detenzione, a dicembre 2004 secondo i documenti diffusi, lo farà da normale cittadino iracheno e non da terrorista, come invece è successo a inizio dicembre alla sua ex moglie, Saja al Dulaimi, liberata dal governo libanese nell’ambito di uno scambio di prigionieri con i jihadisti di Jabhat al-Nusra».
LA NASCITA DELL’ISIS PREVISTA DAL PENTAGONO
«Uscito da Camp Bucca con il suo gruppo, si unisce alla lotta di
al-Qaeda in Iraq, al tempo comandata da Abu Musab al-Zarqawi. Solo nel
2012, dopo la morte del fondatore e del suo successore, Abu Ayyub
al-Masri, al-Baghdadi diventa il nuovo capo di quello che è diventato lo
Stato Islamico di Iraq e Levante (Isil) – aggiunge Il Fatto Quotidano –
Già da un anno, però, il jihadista di Samarra è impegnato in Siria al
fianco di al-Nusra nella battaglia contro il regime di Assad. Ed è
proprio in
quegli anni, come rivela Seymour Hersh nella sua inchiesta The Red Line
and the Rat Line, che avviene il secondo incontro tra al-Baghdadi e gli
Stati Uniti. Nel 2012, riporta il giornalista investigativo citando
fonti ai vertici dei servizi segreti e della sicurezza statunitensi,
nelle aree controllate dai ribelli, tra cui anche quelli di Isis e di
Jabhat al-Nusra, arrivavano le armi dell’ex esercito del decaduto
presidente libico, Muhammar Gheddafi, forniture militari e milioni di
dollari. A finanziare l’operazione erano le petromonarchie del Golfo
come Qatar e Arabia Saudita, ma ad organizzare quella che Hersh ha
ribattezzato la Rat Line sono stati i servizi segreti turchi, l’MI6
britannico e, appunto, la Cia».«L’affermazione più importante riguardante l’istituzione dell’organizzazione è stata pubblicata il 16 luglio 2014 sul Gulf Daily News, con sede in Bahrain – scrive invece il corrispondente di Veterans Today da Istanbul Abdullah Manaz – Secondo questa notizia l’agente Edward Snowden dell’agenzia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti ha affermato che Daesh è stata fondata da Israele, Regno Unito, dai servizi segreti statunitensi e addestrata da loro. Secondo Snowden, questa operazione segreta che ha chiamato “Il nido del calabrone” prevedeva di raccogliere e liquidare tutti i radicali islamisti nel mondo in una posizione. Abu Bakr al Baghdadi è stato addestrato dal Mossad in campo militare, teologico e orale».
A spiegare il contesto di allora è un consulente internazionale di intelligence militare e reduce del Vietnam, Gordon Duff, senior editor del sito americano di geopolitica Veterans Today che, nel 2015, per poter realizzare a Damasco una conferenza sui “sindacati del terrore”, ebbe bisogno dell’intervento diretto del Ministro della Giustizia siriano, Najm Hamad al Ahmad, per vincere i tentativi di boicottaggio. Successivamente sfuggì ad un tentativo di avvelenamento e di complotto per mettergli in camera un chilo di eroina, sventato dall’editore di VT Mike Harris.
SIRIA DERUBATA DI GAS, PETROLIO, ANTICHITA’ E TUBI DI RAME
«Attualmente, la Siria viene saccheggiata dai curdi sostenuti dagli Stati Uniti che hanno sequestrato migliaia di miglia quadrate di giacimenti di petrolio e gas, fertili terreni agricoli e miliardi di dollari di risorse industriali e commerciali – ha scritto Gordon Duff in un recente articolo – Prima di ciò, la Siria era stata saccheggiata apertamente dal crimine organizzato turco, cosa che ho esaminato in dettaglio con il governo siriano; non solo infinite antichità vendute a Londra e New York, ma intere fabbriche, macchine utensili, tubi di rame delle scuole: tutto ciò che poteva essere sradicato da aree sotto il controllo dell’ISIS e di al Qaeda o del presunto esercito siriano libero è stato rubato.«Il problema è che, quando questo petrolio è stato rubato dall’Iraq, l’unico sistema stradale che lo avrebbe consegnato alle raffinerie e il mercato mondiale, un flusso infinito di migliaia di camion, era attraverso la stessa città di Erbil, la capitale del governo regionale curdo, poi in Mosul detenuto dall’ISIS; e da lì, a nord, oltre una regione di proprietà turca all’interno dell’Iraq e direttamente nella stessa Turchia – evidenzia Duff lanciando poi le sue accuse – L’Isis, le potenti organizzazioni turche e il governo Krg in Iraq sono stati comppletamente implicati con il loro massivo furto di risorse, prendendo piede con la tacita approvazione dei militari Usa e britannici».
LA FALSA GUERRA ALL’ISIS DELLA CRMINALITA’ ORGANIZZATA
«Questo ovviamente significa che l’intero sforzo di “coalizione” contro l’ISIS era falso – falso allora, e falso ora. L’ISIS è stato finanziato dall’Arabia Saudita e dal Qatar, apertamente aiutato dall’aeronautica israeliana e facilitato da molti governi: Romania, Bulgaria, Ucraina, Georgia, Turchia, Giordania, Bahrein e molti altri ancora – denuncia Veterans Today – Perché? La nostra ipotesi mostra la lunga collaborazione tra criminalità organizzata multi-generazionale e governi, alcuni controllati, altri associati, che mettono in scena il terrorismo e organizzano guerre come sfondo per attività criminali».«Questa non è politica, è criminalità organizzata – una mafia che opera all’interno della regione curda, che lavora in concerto con la mafia turca, che da tempo collabora con quella che viene chiamata la “Kosher Nostra” – gli “oligarchi” che governano gran parte del mondo criminalità organizzata dalle Trump Towers di New York, dalla City di Londra, dove possiedono banche, dall’Ucraina e da tutto il mondo – aggiunge Duff – Il governo di Baghdad, con i soldi degli Stati Uniti che confluiscono nei principali politici sunniti, è rimasto diviso e indifeso. Ho incontrato funzionari della sicurezza a Baghdad nel gennaio 2014 per discutere della minaccia dell’ISIS. Molti con cui ho parlato mi hanno assicurato che ISIS era facile da usare e controllare. Mesi dopo, la maggior parte di quelli con cui avevo parlato era stata decapitata».
E’ evidente il riferimento al cosiddetto “Deep International State”: un intreccio tra alta finanza delle banche sioniste, lobby delle armi, massoneria, politici pilotati, servizi segreti e malavita quale braccio armato per i lavori sporchi…
L’ESERCITO USA IN IRAQ E SIRIA CONTRO GLI SCIITI
«Nel maggio 2013, un’associazione sionista degli Stati Uniti, Syrian Emergency Task Force, ha organizzato il viaggio del senatore McCain nella Siria occupata. Lì incontra vari criminali tra cui Mohammad Nour, portavoce della katiba (brigata) Northern Storm (Al Qaeda), che aveva rapito e arrestato 11 pellegrini sciiti libanesi ad Azaz. Una fotografia trasmessa dal suo servizio stampa lo mostra in una grande discussione con i leader dell’Esercito Siriano Libero, alcuni dei quali portano anche lo stendardo del Fronte Al-Nosra – aggiunge nel capitolo del libro riportato da Réseau International – Sorge un dubbio sull’identità di uno di essi. Scriverò più avanti che questo è il futuro califfo di Daesh che il segretario del senatore nega formalmente. Il segretariato dirà che la mia ipotesi è assurda, dal momento che Daesh ha minacciato il senatore diverse volte. Poco dopo, John McCain dichiara in televisione, senza timore di contraddirsi, di conoscere personalmente i leader di Daesh e di “essere in costante contatto con loro”. Se il senatore non ha illusioni sugli islamisti, mostra di aver appreso le lezioni del Vietnam e il sostegno contro il “regime di Bachar” per necessità strategica. Pertanto, prima dell’inizio degli eventi in Siria, aveva organizzato la fornitura di armi dal Libano e aveva scelto il villaggio di Ersal come futura base operativa. Durante questo viaggio nella Siria jihadista, valuta le condizioni per la futura operazione di Daesh».
LE ARMI AMERICANE A RIBELLI E JIHADISTI
Il 18 febbraio. sempre secondo lo scrittore Thierry Meyssan, la Casa Bianca cerca di sistemare le cose convocando un vertice dei capi dei servizi segreti di Arabia Saudita, Giordania, Qatar e Turchia in cui viene designato il principe saudita Mohammed Ben Nayef quale supervisore dei jihadisti. «All’inizio di maggio, Abdelhakim Belhaj, ex quadro di al-Qaida, governatore militare di Tripoli in Libia e fondatore dell’Esercito Siriano Libero (FSA) si reca a Parigi per informare il governo francese dei piani USA- jihadisti e porre fine alla guerra che la Francia conduce all’ISIL. Viene ricevuto al Quai d’Orsay. Dal 27 maggio al 1 giugno, diversi leader jihadisti sono invitati a consultazioni ad Amman (Giordania)».
Secondo un estratto del verbale della riunione presieduta dalla CIA ad Amman, preparato dal servizio di intelligence turco (documento pubblicato dal quotidiano curdo “Özgür Gündem” del 6 luglio 2014), «i combattenti sunniti saranno raggruppati sotto lo stendardo dell’ISIL. Riceveranno armi ucraine in gran numero e mezzi di trasporto. Prenderanno il controllo di una vasta area a cavallo tra Siria e Iraq, principalmente dal deserto, e proclameranno lì uno stato indipendente. La loro missione è sia quella di tagliare la strada Beirut-Damasco-Baghdad-Teheran sia di rompere i confini franco-britannici di Siria e Iraq».
Era stato il media SoutFront a ricostruire una delle tente connessioni tra sedicenti rivoluzionari e jihadisti: «Formata nel 2013, Jaysh al-Izza è stato uno dei primi gruppi dell’Esercito siriano libero (FSA) nel nord della Siria a beneficiare del sostegno degli Stati Uniti attraverso il programma di treni e attrezzature” Timber Sycamore” della CIA, che era stato approvato dall’allora presidente americano Barack Obama – riferisce Southfront nel suddetto articolo. Il gruppo ha ricevuto un sacco di armi dagli Stati Uniti tra cui i razzi Grad, nonché i missili guidati anticarro (ATGM) Fagot e TOW. Jaysh al-Izza ha ricevuto questo sostegno con la pretesa di essere un “gruppo moderato” guidato da un noto disertore dell’esercito arabo siriano (SAA), al-Saleh. Tuttavia, gli atti del gruppo non erano in linea con queste affermazioni. Sin dalla sua formazione, Jaysh al-Izza è stato profondamente legato alla filiale di al-Qaeda in Siria, il Fronte di al-Nusra. Il gruppo è diventato uno dei principali alleati di al-Nusra quando ha cambiato il suo nome in Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) nel 2017».
Nel corso della lunga guerra in Siria sia il presidente Barack Obama (il 13 settembre 2014) che il suo successore Donald Trump (il 21 maggio 2017) reagiscono ai massacri dell’Isis, il primo facendo strage di terroristi con i bombardamenti a tappeto dell’US Air Force su Kobane, il secondo annunciando la lotta al terrorismo islamico e il ritiro delle truppe Usa dalla Siria (novembre 2018), poi smentito nei fatti alcuni mesi dopo con l’invio di nuove truppe in Medio Oriente e nuovi rifornimenti militari all’Arabia Saudita nella lotta contro gli Houti sciiti nello Yemen, condotta con l’appoggio delle milizie di Al Qaeda. Ma le rappresaglie si sono concentrate contro i miliziani dell’Isis, considerati “carne da macello” votati al sacrificio in nome della Jihad e di Allah, dai loro stessi comandanti che invece sono stati liberati dalle prigioni e portati dall’esercito Usa in località segrete, come testimoniato da vari reportages internazionali.
I SUNNITI DI AL ANBAR E IL VIDEOMESSAGGIO DI AL BAGHDADI
«La CIA conferma che 120.000 combattenti delle tribù sunnite di Al-Anbar si uniranno all’ISIL non appena arriveranno e gli daranno armi pesanti che il Pentagono porterà sul posto, ufficialmente per l’esercito iracheno. Masrour “Jomaa” Barzani, capo dei servizi segreti del governo regionale del Kurdistan iracheno, sarà in grado di annettere i territori contesi di Kirkuk quando l’ISIL annetterà Al-Anbar» aggiunge il giornalista francese menzionando proprio quella provincia irachena altamente strategica dove sarebbe stata individuata la presenza di Al Baghdadi, al confine della Siria ed a poca distanza dal campo profughi di Al Rukban, collocato all’interno della vastissima area desertica di circa 55 chilometri quadrati controllata dalla base militare americana di Al Tanf.Proprio come in passato i jihadisti della bandiera nera possono essere le armi occulte della triplice alleanza Sionista-Sunnita-Massonica in un’escalation delle tensioni tra Usa e Iran. Ma possono anche essere l’elemento utile a provocarle essi stessi seminando violenza sui vari fronti per far tacere interviste e comunicati stampa e far parlare soltanto le bombe ed i missili, piedistallo dell’economia della piramide Israele-Arabia-Nato su cui svetta la cuspide dell’alta finanza massonica del Nuovo Ordine Mondiale. La priorità geopolitica è oggi più che mai quella di fermare l’Iran governato da una teocrazia islamica Sciita da secoli odiata dall’orientamento musulmano Wahabita Sunnita del Regno di Arabia Saudita.
La colpa di Teheran non è soltanto quella di seguire una confessione religiosa differente o di essere alleato e partner della Russia in progetti petroliferi nel Golfo Persico (come evidenziato in un precedente reportage) ma soprattutto quella di poter diventare fulcro del nuovo quadrante mediorientale degli Sciiti, vittoriosi in Siria grazie agli Alawiti del partito Ba’th di Bashar Al Assad e sempre più forti in Iraq, anche per inevitabile reazione ai massacri compiuti dai miliziani Sunniti di Al Qaeda prima e dell’Isis del califfo Al Baghdadi poi.
Il parlamentare iracheno Hassan Salem in un intervista a Press Tv, dopo aver accusato l’ambasciata americana a Baghdad di essere diventata un centro di azione del Mossad e dei terroristi Isis per lo spionaggio e la progettazione di complotti, ha precedentemente suggerito che le forze statunitensi nella base militare di Ain al-Assad stanno proteggendo il leader del Daesh Ibrahim al-Samarrai, alias Abu Bakr al-Baghdadi, nel deserto occidentale della provincia irachena di Anbar.
«Al-Baghdadi sta usando il deserto di Anbar come un rifugio sicuro, mentre le forze statunitensi gli forniscono tutti i mezzi di supporto dalla loro stazione nella base militare di Ain al-Assad nella provincia di Anbar» ma la serrata battuta di caccia avviata dalle milizie irachene Hashid rimasta ancora senza successo legittima l’ipotesi che possa essere nascosto tra i profughi di Al Rukban, l’unico luogo inavvicinabile per l’esercito siriano e quello iracheno, da dove pilotare nuovi attacchi terroristici su scala mondiale come risulta dall’ultimo allarme lanciato dall’Onu e dal dossier Europol The Sat.
Fabio Giuseppe Carlo Carisio
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