Ecco il decalogo degli errori di Renzi

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Marzo 2017
Lunghissima e dettagliata analisi, capitolo per capitolo, della politica seguita dall'ex presidente del Consiglio, scritta e firmata da quattro economisti che da anni animano i dibattiti e gli studi del Nens come Salvatore Biasco, Vincenzo Visco, Pierluigi Ciocca e Ruggero Paladini. Risultato: "Alla luce delle considerazioni precedenti, è difficile sostenere che quella del Governo Renzi sia stata un’esperienza positiva".
A cura di Salvatore Biasco, Pierluigi Ciocca, Ruggero Paladini, Vincenzo Visco
1.
La nascita del Governo Renzi era stata accolta con molta fiducia e
aspettative favorevoli, sia per la personalità del nuovo Presidente del
Consiglio, che per la forza derivante dal fatto di essere il segretario
del PD. In particolare ci si aspettava da Renzi il rilancio
dell’economia e dell’occupazione, il contenimento del fenomeno populista
e in particolare del M5S, il varo di riforme strutturali e
istituzionali. A consuntivo dei tre anni di governo il bilancio non
appare particolarmente positivo, anche se provvedimenti condivisibili
non sono mancati quali quelli sui diritti civili, tema sul quale i
Parlamenti precedenti non erano riusciti a deliberate, l’inizio di
interventi di natura sociale, senza peraltro affrontare in modo organico
il problema della diseguaglianza crescente, l’alternativa scuola
lavoro, e l’aumento della tassazione di alcuni redditi finanziari.
2.
Per quanto riguarda l’economia, discutibile e contradittoria appare la
linea seguita in Europa. La presidenza italiana dell’Unione Europea
poteva essere l’occasione per porre in discussione formalmente la
politica economica seguita, imposta dalla Germania, in quanto errata sul
piano teorico e inefficace o controproducente su quello pratico (salvo
che per la Germania stessa). Gli argomenti non mancavano certo. A questo
si è arrivati molto più tardi dopo un periodo che è sembrato di
acquiescenza alle posizioni di Schauble. Ci si è arrivati con una linea
indebolita dall’obiettivo di ottenere individualmente una maggiore
flessibilità di bilancio da utilizzare non già per maggiore spese per
investimenti bensì per finanziare la politica dei bonus, senza rendersi
conto che la credibilità di un Paese fortemente indebitato come l’Italia
dipendeva (e dipende) dalla capacità di rispettare gli impegni assunti,
pur mantenendo i propri punti di vista, cercando eventualmente di farli
valere anche con convergenze e alleanze con altri Paesi, con il
Parlamento europeo, ecc.. Anche questo è stato carente. Poco si è
puntato sul ridisegno della architettura complessiva. Non si è cercato
di porre sul tappeto la questione della ristrutturazione del debito
europeo, nonostante che a una proposta italiana (Visco) se ne fosse
aggiunta una (pressoché identica) avanzata dai “saggi” consulenti della
signora Merkel. Non si è posta sul tappeto neppure la questione della
concorrenza fiscale in Europa. Durante la crisi greca, invece di fornire
un sostegno al governo di Tsipras, si preferì defilarsi lasciando la
Grecia al suo destino, secondo una deriva nazionalista che è andata
inevitabilmente crescendo.
3.
Per quanto riguarda la politica interna, la strategia seguita dal
Governo Renzi si è ispirata sostanzialmente a una politica dell’offerta:
riforme strutturali (in primis quella del mercato del lavoro),
riduzione delle imposte, tagli alla spesa pubblica, maggiore libertà
all’azione privata e riduzione dei vincoli amministrativi. In sostanza
l’approccio mainstream che ha dominato il pensiero economico negli
ultimi decenni, ma che, dopo la crisi del 2007-08, appariva non solo
carente, ma anche superato sia in concreto, in quanto del tutto inadatto
ad affrontare una situazione di deflazione e stagnazione come quella
attuale, sia da un punto di vista teorico. Il risultato inevitabile è
stato quello di sprecare ingenti risorse con l’obiettivo di rilanciare
il consumo delle famiglie che invece è rimasto stagnante (per es. la
Banca d’Italia ha valutato che l’erogazione degli 80 euro si è tradotta
in consumi solo per il 40%), e di aumentare i profitti delle imprese
nella speranza che esse avrebbero aumentato gli investimenti, cosa che
in carenza di domanda non poteva accadere. Peraltro, anche la riduzione
del cuneo fiscale (Irpef e imposte sulle imprese) tentata dal II Governo
Prodi nel 2006 non aveva avuto successo: la riduzione delle imposte,
invece di tradursi in investimenti determinò similmente un aumento degli
accantonamenti delle imprese (e degli imprenditori).
Anche
l’occupazione è stata massicciamente sussidiata con risultati
complessivi che andranno valutati allo scadere degli incentivi previsti,
ma probabilmente non esaltanti. Inoltre bisogna chiedersi quanto gli
incentivi non abbiano contribuito a rendere conveniente impiegare
lavoratori a bassa qualifica piuttosto che investire in nuove tecnologie
e quindi contribuito alla riduzione della produttività.
4.
Un altro approccio era invece possibile, come auspicato da molti e
dimostrato dal XV rapporto Nens sugli andamenti e prospettive della
finanza pubblica italiana che ha simulato gli effetti di una diversa
strategia di politica economica basata sul riassorbimento progressivo
delle clausole di salvaguardia oggi previste, su una efficace politica
di contrasto all’evasione (come quella più volte proposta da uno degli
autori) con il contestuale utilizzo dei proventi per misure di riduzione
dell’Irpef e dei contributi sociali (cuneo) e di sostegno delle
situazioni di povertà, e utilizzando tutte le altre risorse disponibili,
incluse quelle derivanti dalla flessibilità europea, per spese di
investimento ad elevato moltiplicatore-
Come
si ricorderà, questa è la politica che recentemente è stata proposta
dal FMI, dall’OCSE, e da autorevoli economisti in tutto il mondo. Pur
prendendo con cautela i risultati ottenuti dalla simulazione, le
direzioni cui avrebbe portato una strategia alternativa sono
inequivocabili e di rilievo: nel periodo 2015-18 il PIL sarebbe
cresciuto di (almeno) il 6% invece che del 3,8% implicito nelle manovre
governative considerando i risultati acquisiti nel 2015 e quelli
previsti nei documenti governativi per i tre anni successivi (e
probabilmente sovrastimati); l’indebitamento pubblico per il 2017 si
sarebbe collocato sull’1,6% invece del 2,3-2,4% oggi previsto; il debito
pubblico sarebbe sceso al 130,2% del PIL, 2,5 punti in meno della stima
del Governo. Inoltre ci sarebbero stati effetti positivi
sull’occupazione, le aspettative e il clima di fiducia generale nei
confronti della nostra economia sia in Italia che all’estero.
5.
Un’altra grave carenza dell’azione economica del Governo Renzi (in
parte da condividere col Governo Letta) riguarda la crisi bancaria che è
stata causata in Italia non già da un eccesso di investimenti in
prodotti strutturati, come in UK, USA, Germania, ecc., bensì dalla
doppia recessione che ha determinato il fallimento di decine di migliaia
di imprese e l’esplosione delle sofferenze. In tale situazione era
necessario costituire al più presto una bad bank per smaltire i crediti
deteriorati e rimettere in funzione il sistema. Non è stato fatto, e la
crisi si è trascinata fino alla deprimente conclusione della vicenda
MPS. Alla base di tale comportamento vi è stato un pregiudizio
ideologico, condiviso e rafforzato dalla comunità dei banchieri, contro
ogni intervento pubblico diretto nel settore. Se i Monti bonds fossero
stati convertiti in azioni tra il 2013 e il 2014 (Governi Letta e
Renzi), la situazione si sarebbe stabilizzata, non si sarebbero sprecati
aumenti di capitale per 8 miliardi, e non si sarebbe verificata la
massiccia fuga di depositi dal Monte che è la causa principale della
richiesta da parte della BCE di una maggiore capitalizzazione della
banca. La questione bancaria è stata più volte evidenziata come urgente
dalla Banca d’Italia , ma senza successo. Che sarebbe entrato in vigore
l’accordo sul bail in non poteva sfuggire al Governo. Inoltre, le
mancate dimissioni del ministro Boschi in occasione della vicenda della
banca Etruria che, pur non strettamente necessarie, sarebbero state
politicamente utili, ha fortemente indebolito il Governo esponendolo a
critiche spesso infondate, ma sempre efficaci da un punto di vista
comunicativo, da parte delle opposizioni, contribuendo alla sostanziale
paralisi operativa, alla politica dei rinvii e delle “soluzioni di
mercato”, in nome delle quali si è deciso perfino di sostituire
d’autorità il vertice del MPS. Incomprensibile ed inaccettabile,
comunque, è non essere intervenuti almeno subito dopo lo stress test del
luglio scorso a salvare il Monte, lasciando marcire la situazione a
causa della priorità del momento, il referendum istituzionale. Il costo
ulteriore per i contribuenti è rappresentato dai 4 miliardi di maggior
aumento di capitale richiesto. Né va dimenticato che anche le riforme
delle banche popolari e di credito cooperativo non sono state fatte in
modo da evitare rilievi sia di carattere amministrativo che
costituzionale.
6.
E’ difficile valutare quale sia stata la politica industriale del
Governo Renzi, sempre che ce ne sia stata una. Con industria 4.0 si è
cercato di recuperare il terreno per quanto riguarda la digitalizzazione
del Paese, ma il processo deve ancora partire. Analogamente la
digitalizzazione della PA stenta a decollare e non si vede un disegno ed
una visione unitaria. Sono stati confermati gli sgravi fiscali per
ristrutturazioni e interventi energetici e ambientali, ma senza
disegnare una strategia complessiva di trasformazione ecologica di
settori dell’economia (a differenza di quando fatto in altri Paesi,
Germania in testa). Si sono predisposti strumenti per affrontare le
crisi industriali utilizzando la CDP, ma non si è saputo affrontare la
questione delle infrastrutture da una prospettiva generale. Per quanto
il Piano per la logistica e i Porti abbia un approccio condivisibile (e
così quello relativo agli interventi delle Ferrovie) esso è rimasto del
tutto laterale rispetto all’azione di Governo diretta verso altri
fronti. Gli impegni di spesa sono stati essenzialmente collocati verso
gli anni di scadenza (2020) del piano e di fatto lo stato di avanzamento
su tutti i lavori concernenti i corridoi europei è in ritardo a causa
della esiguità dei fondi disponibili. Sulla banda larga si rischia di
creare concorrenza tra più operatori, con relativo spreco di risorse
trattandosi di un monopolio naturale. Si difende l’italianità di
Mediaset, e si è lasciato che Vivendi acquisisse il controllo di
Telecom. In concreto la politica industriale di Renzi si è basata
soprattutto e principalmente su un consistente insieme di misure di
detassazione e incentivazione fiscale a pioggia, sicuramente molto
gradito alle imprese, ma non in grado di indirizzare il Paese verso un
nuovo assetto industriale e neppure di recuperare il potenziale
industriale perso durante la crisi. L’idea di fondo è sempre la stessa:
se lo Stato riduce il suo perimetro (riducendo le tasse, i contributi,
ecc.) il mercato, le imprese, troveranno nuova energia e nuove
opportunità di crescita a beneficio di tutti. Non si è fatto nessuno
sforzo, né si è suscitato nessun dibattito su quali settori potrebbe
essere utile sviluppare in Italia con il sostegno pubblico tenendo conto
delle esigenze del Paese, delle possibili sinergie con la ricerca e le
Università, della possibilità di creare occupazione, né si è avviato un
dibattito sulla possibilità di utilizzare in modo diverso e coordinato
il residuo sistema delle partecipazioni statali, che continua ad essere
visto soprattutto come fonte di reddito per la finanza pubblica, prova
ne sia la privatizzazione di Poste che è avvenuta prima di esplorare le
sinergie che poteva avere con la digitalizzazione del Paese e con lo
sviluppo della logistica di consumo. Non è stata elaborata nessuna
strategia valida per il Mezzogiorno, mentre si ripropone drammaticamente
la questione del dualismo del Paese. Tardiva è stata la predisposizione
di Patti con Regioni e Città, che pur andando nella giusta direzione,
appaiono spesso affrettati oltre che imperniati su progetti tirati fuori
dai cassetti degli Enti locali, e in ogni caso improntati a una logica
frammentaria e priva di visione organica. In tutte le politiche verso
cui sono state indirizzate risorse pubbliche o varati mutamenti di
assetto è mancata una vera e propria regia di attuazione e coordinamento
degli attori, in un attivismo mirato a poter vantare interventi e
riforme in vari campi, più che curarne la completezza, la qualità, il
raccordo e l’implementazione.
7.
Particolarmente discutibile è stata la politica tributaria del Governo
Renzi. Dall’ultima riforma organica del fisco italiano, quella del
1996-97, sono passati 20 anni e quindi sarebbe necessaria una revisione
complessiva. Ma il problema di fondo del sistema fiscale italiano rimane
quello della evasione di massa, considerevolmente ridotta (in via
permanente) dai governi di centrosinistra tra il 1996 e il 2000,
tollerata e incentivata dal centrodestra, ridotta di nuovo durante il
Governo Prodi del 2006-08, aumentata durante il successivo Governo
Berlusconi. Renzi ha ignorato il problema di una revisione sistematica
del sistema e anzi ne ha accentuato il degrado con provvedimenti ad hoc,
frammentari, episodici senza alcuna consapevolezza della necessità di
una visione organica. Per quanto riguarda il contrasto all’evasione,
all’inizio Renzi sembrava orientato ad intervenire, ed infatti adottò
alcune delle misure proposte in un rapporto del Nens del giugno 2014, in
particolare il reverse charge e lo split payment, misure che, visto il
successo ottenuto (anche al di là delle previsioni) , sono state
sistematicamente presentate come la dimostrazione dell’impegno e del
successo del Governo nel contrasto all’evasione, sempre riaffermato
pubblicamente, ma ben poco praticato in realtà. Le altre proposte
contenute nel rapporto Nens sono state invece ignorate, tra queste l’uso
dell’aliquota ordinaria nelle transazioni intermedie IVA, l’adozione
del sistema del margine in alcune transazioni al dettaglio, la
trasmissione telematica obbligatoria dei dati delle fatture IVA….In
verità quest’ultima misura è stata adottata con l’ultima legge di
bilancio, ma in modo tale da risultare in buona misura inefficace, in
quanto è esclusa la trasmissione automatica dei corrispettivi delle
vendite finali, non è previsto l’accertamento automatico in caso di
evasione manifesta, non sono state introdotte misure di cautela nel caso
in cui la reazione dei contribuenti comportasse una riduzione del
margine abituale sui ricavi (mark up); le sanzioni, già modeste, sono
state ulteriormente ridotte, l’entrata in funzione rinviata….In sostanza
si è seguita la stessa logica in base alla quale, in seguito
all’introduzione obbligatoria del POS ci si dimenticò di prevedere una
sanzione in caso di inadempienza. Eppure il rapporto Nens stimava che la
misura fosse potenzialmente in grado di produrre oltre 40 miliardi di
recupero di evasione.
Contemporaneamente
l’amministrazione finanziaria è stata delegittimata e indebolita, non
si è salvaguardata la sua autonomia, si è consentito che membri del
Governo attaccassero l’Agenzia delle Entrate, non si è data soluzione al
problema creato da una discutibile sentenza della Corte Costituzionale
relativa agli incarichi dirigenziali. Non si sono investite risorse
nell’informatica.
Ma
più in generale, l’intera politica fiscale si è indirizzata in
direzione opposta a quella di serietà e di un ragionevole rigore: il
sistema sanzionatorio è stato modificato innalzando le soglie di
punibilità penale e restringendo le fattispecie incriminatrici;
inizialmente era stato perfino proposto di depenalizzare la frode
fiscale, misura poi rientrata; l’abuso del diritto (elusione) è stato
depenalizzato e ridotto ad una fattispecie residuale, senza considerare
il fatto che prima o poi la Cassazione e la Corte di Giustizia europea
ristabiliranno l’interpretazione corretta. Ciò peraltro è già avvenuto
con il falso in bilancio per cui la Cassazione ha già vanificato la
portata della norma che allentava ben oltre quella approvata dal Governo
Berlusconi, e per anni criticata dal centrosinistra, la possibilità di
punire tale comportamento. E’ stato abolito il termine lungo di
accertamento amministrativo per le condotte penalmente rilevanti,
contrariamente a quanto previsto dalla normativa prevalente in Europa.
La riscossione dei tributi è stata fortemente indebolita prevedendo la
possibilità di rateazioni fino a 72 rate per i debitori decaduti negli
ultimi due anni da un precedente piano di dilazione, ciò mentre per i
debiti nei confronti di privati (banche) si sono accelerate le procedure
di riscossione coattiva creando una inaccettabile discriminazione tra
pubblico e privato. Ci si è uniformati alla propaganda del M5S
sopprimendo, anche se solo in apparenza, Equitalia, e introducendo un
condono (rottamazione) delle cartelle esattoriali, relative -è bene
ricordarlo- a evasori conclamati, spesso sanciti come tali da più gradi
di giudizio. Si sono varate due voluntary disclosures in apparente
ossequio a un indirizzo internazionale, senza considerare che negli anni
precedenti erano già stati varati da Tremonti ben due condoni in
materia. Si è cercato di introdurre una sorta di riciclaggio di Stato
prevedendo la sanatoria anche per il contante, norma che fortunatamente
non è sopravvissuta alle critiche. Si è innalzata a 3000 euro la soglia
di utilizzazione del contante favorendo così non solo l’evasione ma
anche il riciclaggio. La norma sugli 80 euro, operando in un ristretto
intervallo di reddito, da un lato ha penalizzato relativamente i redditi
più bassi, e dall’altro ha introdotto un’aliquota marginale implicita
pari al 79,5% (48% a causa del venir meno degli 80 euro, cui si aggiunge
l’aliquota effettiva (formale e implicita) Irpef del 31,5%) per i
contribuenti collocati sul limite superiore di applicazione della misura
(tra i 24000 e i 26000 euro), per cui è stato necessario inserire nella
ultima legge di bilancio, e in previsione degli aumenti contrattuali,
una norma di deroga che non si sa ancora come opererà. L’Irpef è stata
ulteriormente distorta dalla detassazione dei premi di produttività che
fa sì che neanche i redditi di lavoro entrino più interamente nella base
imponibile della imposta sul reddito in deroga a qualsiasi principio di
progressività. Molte sono state le norme a favore delle imprese: dalla
eliminazione dall’Irap dei redditi di lavoro (il che equivale ad
escluderli da qualsiasi contributo specifico per la spesa sanitaria),
alla decontribuzione per i nuovi assunti, alla patent box, al
rafforzamento dell’ACE col recupero dell’incapienza sull’Irap, alla
assegnazione agevolata dei beni ai soci, alle norme di accelerazione
degli ammortamenti, alla riduzione dell’aliquota Ires al 24% e
all’introduzione dell’IRI, all’eliminazione dell’IMU sui cosiddetti
“imbullonati”. L’agricoltura è stata ulteriormente detassata (Irap,
imposta patrimoniale), senza considerare che il settore era già quello
più agevolato sul piano fiscale e quello in cui maggiore è l’evasione.
La condivisibile esigenza di redistribuire il prelievo alleviandolo per
alcuni settori e fattispecie non è stata affrontata, in altre parole, in
modo organico e secondo un disegno preciso, ma con provvedimenti
frammentari e ad effetto guidati da preoccupazioni di consenso. Si è
inoltre rinunciato alla revisione del catasto dei fabbricati che era in
dirittura d’arrivo e necessario avviare, e si è eliminata l’imposizione
patrimoniale sulla casa di abitazione. Con le modifiche dell’Irap, della
Tasi, e con le misure connesse all’obbligo di pareggio di bilancio e al
funzionamento del fondo di solidarietà si è svuotata l’autonomia
impositiva di regioni ed enti locali. Si è rinviato l’esercizio della
delega di revisione delle cosiddette tax expenditures, che sono
viceversa di molto aumentate. In tema di tassazione delle rendite
finanziarie è stato aumentato il differenziale con la tassazione dei
titoli pubblici, e nel complesso, pur essendo l’obiettivo condivisibile,
il sistema il sistema è stato reso sempre più irrazionale.
8.
Per quanto riguarda le riforme “strutturali”, quella più importante per
il Governo era ovviamente la riforma istituzionale. Oggi è senso comune
criticare Renzi per aver “personalizzato” e politicizzato lo scontro
sul referendum confermativo, ma il problema nasce prima. La
personalizzazione infatti è avvenuta immediatamente, fin dall’inizio del
dibattito parlamentare quando Renzi ha imposto la sua peculiare visione
della riforma senza accettare critiche né mediazioni, visione che aveva
a cuore nella sostanza il fatto che i futuri senatori non dovessero
beneficiare di alcuna retribuzione per ridurre i costi della politica
oltre a quella derivante dalla drastica riduzione del loro numero.
Questo è stato l’unico punto considerato irrinunciabile perché tutto il
resto della proposta iniziale è stato oggetto di cambiamento per cercare
convergenze tattiche. Questo approccio ha compromesso fin dall’inizio
la possibilità di successo della riforma. Ed in verità il dibattito
parlamentare al Senato mostra chiaramente che se si fossero accettati
due punti essenziali, vale a dire che anche il numero dei deputati fosse
ridotto a 400, e quello dei senatori a 200, e che i senatori fossero
eletti direttamente dal popolo, ferma restando la differenza delle
funzioni delle due assemblee e l’attribuzione del voto di fiducia alla
sola Camera dei Deputati, la riforma avrebbe ottenuto un consenso molto
ampio evitando la necessità del referendum, o comunque depotenziandone
la portata politica. E’ qui emersa una caratteristica di fondo
dell’approccio di Renzi alle riforme: la necessità di determinare in
ogni caso rotture, divisioni, contrapposizioni, secondo una logica
amici-nemici che, a ben vedere, riguardava principalmente una parte
rilevante della sua costituency e del suo stesso partito. La questione
di fondo era ideologica: le tradizionali posizioni della sinistra
italiana non dovevano avere più legittimità: esse rappresentavano
comunque il vecchio, qualcosa da rimuovere e “rottamare”.
9.
La stessa logica è stata seguita sul jobs act, dove l’avversario
principale è diventato il sindacato e in particolare la CGIL. Una
riforma contro, quindi, e non una riforma utile per tutti. E anche in
questo caso sarebbe stato sufficiente evitare alcuni eccessi e adottare,
per esempio, il modello di contratto a tutele crescenti proposto da
tempo da Tito Boeri, per ottenere un consenso pressoché unanime. Il
risultato è stato quello di rischiare di sottoporre il Paese ad un
‘altra prova referendaria di cui non si sentiva certo il bisogno. Sui
vouchers si sono allargate le maglie senza pensare ai possibili abusi,
tanto che ora sarà necessario un intervento correttivo.
10.
La riforma della scuola è avvenuta secondo lo stesso approccio: anche
in questo caso il “nemico” era inizialmente il sindacato, ma ben presto
sono diventati gli insegnanti. Il modello proposto è stato quello
dell’autonomia scolastica interpretata come meccanismo in grado di
simulare una sorta di mercato all’interno del settore pubblico,
meccanismo che avrebbe inevitabilmente aumentato le diseguaglianze nei
livelli di insegnamento tra le diverse zone del Paese e quartieri delle
città. Ciò di cui avrebbe invece bisogno la scuola italiana è una
modernizzazione dei programmi, un ripensamento dei cicli scolastici, una
migliore qualità dei docenti, una carriera per i docenti, e
investimenti rilevanti per ridurre le distanze tra le scuole di migliore
qualità e le altre, rivalutando il ruolo sociale dei docenti, limitando
le ingerenze indebite delle famiglie, prevedendo concorsi per le
assunzioni, ecc. Ora il Governo Gentiloni è costretto a ritornare
indietro (anche troppo) su alcuni punti della riforma cercando un
accordo con i sindacati. E’ stata giusta l’introduzione nella nostra
scuola dell’alternanza tra studio e lavoro. Ma al solito con fondi
insufficienti e senza adeguata regia. Rimane non coordinato il canale
dell’istruzione professionale di competenza statale con quello di
competenza regionale e manca un Sistema Nazionale di Valutazione. Anche
la ricerca pubblica non ha avuto alcuna razionalizzazione visto che non
si è posto mano alla dispersione dei centri e al loro scarso
coordinamento. L’Italia rimane nel mezzo delle due grandi direttrici
della ricerca, quella dei grandi progetti diretti ai paradigmi
tecnologici e che mettono insieme alte capacità realizzative
industriali, Università, centri di ricerca (che può solo svolgersi come
partecipazione a progetti di ricerca internazionali, in primo luogo
quelli europei) e quella che si adatta alle situazioni concrete e
esigenze tecnologiche specifiche. Di fatto l’Italia non segue né l’una
né l’altra. Sebbene siano stati finalmente aumentati, dopo anni di
tagli, i fondi per la ricerca pubblica, questi sono stati allocati in
modo tale da suscitare una vera e propria sollevazione della comunità
scientifica. L’eccessivo affidamento a criteri di mercato, soprattutto
attraverso criteri di valutazione tecnicamente molto discutibili, si è
riprodotto con l’Università producendo gli stessi problemi della scuola
di determinare una frattura e differenziazioni che senza governance e
correttivi del processo, rischiano di penalizzare pesantemente gli
Atenei meridionali, non si capisce con quale vantaggio per il Paese.
11.
La riforma della giustizia è rimasta al palo. In questo caso, la
categoria presa di mira è stata quella dei magistrati attaccati sulle
ferie, sulle retribuzioni e sulla età pensionabile, sulla quale,
peraltro, si è fatta una parziale marcia indietro che si spera non
diventi totale. In questo caso, tuttavia, va riconosciuto che, data la
composizione del Governo, la riforma non era agevole. Va però
sottolineato che il problema della legalità (corruzione, evasione
fiscale, criminalità organizzata) non sembra essere stato al centro
delle preoccupazioni e del programma di Governo. In diverse occasioni
Renzi ha negato che in Italia esista un problema di evasione di massa, o
che in alcune regioni italiane il potere dello Stato è contestato e
talvolta vanificato dall’esistenza delle mafie. Molta propaganda è stata
fatta all’Autorità anticorruzione guidata da Cantone, e sono state
approvate nuove norme, secondo alcuni insufficienti, ma il punto di
fondo è che i tre fenomeni sopra ricordati sono intrinsecamente
collegati e andrebbero affrontati insieme e posti all’attenzione
dell’opinione pubblica e delle forze politiche, cosa che non è avvenuta.
Uno degli strumenti possibili era quello di varare finalmente una buona
legge sui partiti, legge di cui si è parlato, ma che non ha fatto passi
avanti.
12.
Quanto alla riforma della PA, si è seguito un vecchio modello, già
sperimentato e fallito più di una volta, secondo una visione
organicistica della PA, attaccando la dirigenza pubblica e portando alle
estreme conseguenze una logica privatistica che mal si adatta al
settore pubblico i cui dirigenti non possono essere assimilati a quelli
delle imprese private, ma necessitano di competenze specifiche e
specializzazioni. Anche in questo caso la riforma si è esposta a rilievi
di ordine amministrativo e costituzionale.
13.
Alla luce delle considerazioni precedenti, è difficile sostenere che
quella del Governo Renzi sia stata un’esperienza positiva. Il Paese è
oggi più diviso, il PD è politicamente isolato (salvo l’alleanza con
Alfano e Verdini) ed è diviso, data la radicalità dello scontro sul
referendum, si sono verificate fratture nelle famiglie e nelle amicizie.
Le riforme sono state contestate e in parte sono rimaste sulla carta.
L’opinione pubblica è confusa, disorientata, arrabbiata, e sempre più
influenzabile da posizioni qualunquiste e di antipolitica. Dopo il
risultato del referendum è inoltre diffusa, soprattutto all’interno
dell’establishment la convinzione che il Paese è irriformabile e
rassegnato al proprio destino. La colpa sarebbe della gente che non
capisce. Ma così non è, la gente desidera riforme, ma vorrebbe capirne
finalità e modalità, desidera essere coinvolta, e soprattutto vedere una
classe dirigente preoccupata dei problemi e delle difficoltà dei
cittadini comuni. Soprattutto ci sarebbe bisogno di un a classe
dirigente competente e all’altezza. Uno dei lasciti del Governo Renzi
rischia di essere proprio quello di aprire la strada a una classe
dirigente ancora meno qualificata.
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