Arte. Politica. Musica. Natura ed ecologia. Arti Marziali. Cronaca. Integralismo. Immigrazione.
domenica 13 ottobre 2019
Chi ha firmato il trattato di Dublino tre'
Pochi documenti hanno influenzato le sorti attuali dell'Italia di quanto non abbia fatto il trattato di Dublino, di cui però l'italiano medio ha sentito parlare solo molto tardi, quando ormai la ratifica era lontana nel tempo e le responsabilità fumose e difficili da assegnare. Quello che si sa di sicuro è che attualmente è in vigore il Dublino III, firmato dal governo di Enrico Letta (ministro degli interni Angelino Alfano, ministro degli esteri Emma Bonino), che ribadisce il principio di responsabilità permanente del paese di primo approdo dei migranti, definendolo «una pietra miliare». Di suo, vi aggiunge il criterio della tutela dei minori e del ricongiungimento familiare per stabilire la competenza dei paesi a concedere il diritto d'asilo (competenza ad accogliere persone con le carte in regola, già identificate e vagliate dai paesi di primo approdo).Ma il difficile è risalire alla responsabilità iniziale per la «pietra miliare» che rende il paese di primo approdo la discarica dell'Unione europea (adesso praticamente solo l'Italia, da quando la Grecia può spedire gli irregolari in Turchia, pagata miliardi dall'Ue per tenerseli. La Spagna comincia ad avere dei flussi in più da quando Minniti ha fatto l'accordo con i libici: circa 8 mila quest'anno, il doppio dei loro arrivi nel 2016, ma sempre un'inezia rispetto agli sbarchi in Italia).
Il trattato di Dublino III è stato siglato nel 2013 perché quello precedente aveva una scadenza: dieci anni.
Il Dublino II era stato infatti firmato nel 2003 dal governo Berlusconi (ministro degli interni Giuseppe Pisanu, ministro degli esteri Gianfranco Fini), e si basava a sua volta sul precedente documento, che si chiamava non Trattato ma Convenzione di Dublino. A questo il trattato firmato dal governo di centrodestra aveva aggiunto l'obbligo di prendere le impronte digitali. Adesso sembra un'ovvietà ma allora erano forti le polemiche dei garantisti per i quali è una discriminazione prendere le impronte ai soli extracomunitari. Esse però sono servite a creare per la prima volta una banca dati ottenendo così l'emersione di identità e pratiche multiple.
Ma il principio che lega per sempre il migrante al paese di primo approdo non nasce neppure nel 2003, risale al 1° settembre 1997, quando andò in vigore l'originaria Convenzione di Dublino. Quell'anno in Italia era giunta un'ondata di migranti albanesi (scatenata dallo scandalo finanziario delle «piramidi») che per la prima volta non fu respinta dal governo dell'epoca, il Romano Prodi I (ministro degli interni Giorgio Napolitano, ministro degli esteri Lamberto Dini), ma lasciata sostanzialmente sulle spalle delle Caritas e delle parrocchie, prevalentemente pugliesi.
Dunque la Convenzione che andò in vigore nel 1997 era stata originariamente firmata nel lontano 1990, quando era al potere l'ultimo governo di Giulio Andreotti, l'Andreotti VI (ministro degli esteri Gianni De Michelis, Psi, ministro dell'interno Vincenzo Scotti, Dc). Come fa notare Claudio Borghi Aquilani sul suo account Twitter, all'epoca non solo non c'erano barconi di migliaia di uomini lanciati quotidianamente verso le coste dell'Italia, ma non esisteva neppure il concetto dell'entrata libera in un paese senza passare dall'ufficio passaporti e dal visto del paese ricevente.
Quella prima convenzione firmata a Dublino stabiliva una serie di criteri di assegnazione ai vari paesi dei richiedenti asilo in possesso di documenti, poi diceva cosa fare nei confronti degli irregolari: «Art.6. Se il richiedente l'asilo ha varcato irregolarmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da uno Stato non membro delle Comunità europee, la frontiera di uno Stato membro, e se il suo ingresso attraverso detta frontiera può essere provato, l'esame della domanda di asilo è di competenza di quest'ultimo Stato membro». All'epoca era una norma di semplice buon senso, c'erano ancora le frontiere anche all'interno dell'Europa, figuriamoci se si poteva entrare tranquillamente dall'esterno, tant'è vero che proprio quel governo lì fece fronte l'anno dopo al primo monumentale sbarco degli albanesi in Puglia. Era l'agosto 1991 e il Viminale dispose un ponte aereo che in una sola notte riportò in Albania 17.467 persone arrivate in Puglia sei giorni prima, con l'impiego di 3 mila uomini e l'intera 46esima aerobrigata, in tandem con l'Alitalia.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento