Rivolta a Lampedusa: in fiamme il Cie
Gli immigrati si ribellano
al piano di rimpatri:
dieci intossicati,
trecento accampati
al piano di rimpatri:
dieci intossicati,
trecento accampati
LAMPEDUSA
Gli anziani si tappano in casa, i bambini mettono un fazzoletto davanti alla bocca mentre la colonna di fumo, spinta dal maestrale, invade il paese. Odore di plastica, di ferraglia, di gomma bruciata. «Una nube tossica - azzarda qualcuno - chissà quante porcherie stiamo respirando». Il cielo da azzurro diventa grigio, l’aeroporto chiude, la polizia è sguinzagliata a cercare le centinaia di tunisini scappati. E Lampedusa ripiomba nel peggiore degli incubi, con due dei tre capannoni del centro di contrada Imbriacola inceneriti dall’incendio appiccato da un gruppo di migranti esasperati dalla reclusione e dai rimpatri. Tornano in paese la rabbia, la paura dell’invasione, le memorie del vecchio rogo di febbraio 2009. Il sindaco Dino De Rubeis abbandona ogni freno e parla di guerra: «C’è una popolazione che non sopporta più, vuole scendere in piazza con i manganelli - dice - chi doveva tutelarla non l’ha fatto. È successo quello che avevano previsto, inascoltati dal governo nazionale, con 1.500 immigrati che si sono dimostrati gente di malaffare». Il vicesindaco Angela Maraventano, senatrice della Lega Nord, la spara ancora più grossa: «Tunisi adesso ci risarcisca e li accolga nelle patrie galere».
Qualcuno li prende
alla lettera come l’anziano che osserva la colonna di fumo: «Vivo con
mia moglie e abbiamo paura - dice - i carabinieri e la polizia ci
permettano di armarci. Ci diano una mitragliatrice. Non voglio usarla,
spaventarli». Molti altri lampedusani, invece, sono al porto vecchio a
parlare con i tunisini, mentre si sparge la voce - infondata - di cinque
morti. «In realtà - spiega il responsabile del poliambulatorio Pietro
Di Bartolo - ci sono soltanto una decina di intossicati, nessuno in modo
grave».Gli anziani si tappano in casa, i bambini mettono un fazzoletto davanti alla bocca mentre la colonna di fumo, spinta dal maestrale, invade il paese. Odore di plastica, di ferraglia, di gomma bruciata. «Una nube tossica - azzarda qualcuno - chissà quante porcherie stiamo respirando». Il cielo da azzurro diventa grigio, l’aeroporto chiude, la polizia è sguinzagliata a cercare le centinaia di tunisini scappati. E Lampedusa ripiomba nel peggiore degli incubi, con due dei tre capannoni del centro di contrada Imbriacola inceneriti dall’incendio appiccato da un gruppo di migranti esasperati dalla reclusione e dai rimpatri. Tornano in paese la rabbia, la paura dell’invasione, le memorie del vecchio rogo di febbraio 2009. Il sindaco Dino De Rubeis abbandona ogni freno e parla di guerra: «C’è una popolazione che non sopporta più, vuole scendere in piazza con i manganelli - dice - chi doveva tutelarla non l’ha fatto. È successo quello che avevano previsto, inascoltati dal governo nazionale, con 1.500 immigrati che si sono dimostrati gente di malaffare». Il vicesindaco Angela Maraventano, senatrice della Lega Nord, la spara ancora più grossa: «Tunisi adesso ci risarcisca e li accolga nelle patrie galere».
Erano quasi 1.300, dentro il centro, tra cui quattro famiglie con sei bimbi piccoli. E la tensione era alle stelle da giorni, con i migranti reclusi negli stanzoni sempre più affollati, terrorizzati dai rimpatri. «Io sono arrivato tre giorni fa - racconta Mohammed, 27 anni, receptionist in un albergo di Susa poi rimasto disoccupato - so soltanto che c’era un sacco di gente che si lamentava per il cibo, davvero pessimo, sempre lo stesso». Solo un frammento di un mosaico composito, il refolo di una tempesta annunciata da settimane. Da quando cioè - sospesi gli sbarchi dei migranti subsahariani dalla Libia travolta dalla guerra civile - sono tornati ad arrivare i tunisini, il fronte che il governo italiano dichiarava chiuso. «I migranti economici», come si dice nel gergo della burocrazia, cioè quelli che partono non perché perseguitati ma per migliorare le condizioni della propria vita, aspirazione non contemplata dall’Italia che li rispedisce a casa.
Prima qualche sbarco fai da te, con gommoncini da sei-otto persone, poi arrivi sempre più massicci. Il problema è che la Tunisia li rivuole con il contagocce (l’accordo di trenta rimpatri al giorno è stato appena portato a cento) e i centri di espulsione nella Penisola sono strapieni, intasati peraltro dall'allungamento dei tempi di permanenza a diciotto mesi. Così Lampedusa è ancora una volta un imbuto con il buco d'uscita tappato. Di sicuro Contrada Imbriacola era una polveriera. L’altro giorno un gruppo di ragazzi era riuscito a uscire per fare un bagno al mare, ed è stato riacciuffato di corsa, perché l’imperativo categorico è che i turisti non incrocino mai un migrante.
«L’altro giorno - raccontano qui sul molo - cinquanta tunisini sono stati imbarcati con destinazione Tunisi e poi fatti riscendere perché era arrivato il niet al rimpatrio». Problemi superati, secondo il Viminale, che attribuisce la rivolta all’incalzare dei trasferimenti e assicura che andrà avanti con due voli al giorno. La procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta contro ignoti, mentre la prefettura si è lambiccata il cervello fino a tarda sera per trovare un posto ai tunisini. Alla fine cento vengono portati via con un volo militare, trecento si accampano nell’unica palazzina rimasta in piedi del centro incendiato, altri trecento si accucciano al molo e altrettanti allo stadio. «In fondo - commenta Paola La Rosa, titolare di un bed and breakfast - tunisini e lampedusani sono uguali, entrambi abbandonati».
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