domenica 4 agosto 2019

Perchè questo esodo dall AFRICA !


Da diverso tempo molti soggetti appartenenti ad una finta sinistra italiana non fanno altro che accusare Salvini nella sua politica di fascismo e di razzismo in quanto lo stesso politico e incontrario ad una immigrazione incontrollata che dall'Africa si riversa verso l'Italia tuttavia nessuno di costoro ammette che le responsabilità di questo immenso esodo è caratterizzato dal colonialismo francese dal signoraggio bancario francese e dai diversi paesi che occupano anche militarmente l'Africa e che accordandosi con il loro leader ne depredano tutti i prodotti.
Nel Delta del Niger, regione ricca di petrolio del sud-est della Nigeria, l’attività delle multinazionali del petrolio (Shell, ExxonMobil, ChevronTexaco, TotalFinaElf, Eni/Agip) ha procurato gravi danni ambientali, sociali ed economici. L’attività di estrazione del greggio ha provocato l’inquinamento del bacino idrico e dei terreni, ha distrutto le coltivazioni di sussistenza ed espropriato i terreni alla popolazione nigeriana. L’attività petrolifera ha contribuito alla diffusione di malattie, tra cui varie forme di cancro. La lotta per i proventi economici ha inoltre creato forti contrasti e divisioni tra le differenti comunità presenti sul territorio. Secondo Human Rights Watch l’opposizione della popolazione è stata violentemente sedata dalla polizia, le cui repressioni hanno causato migliaia di morti. Le comunità locali, appoggiate principalmente dal MEND –Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger – e dal MOSOP – Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni – continuano a opporsi alle politiche di sfruttamento portate avanti dalle compagnie transnazionali e chiedono la bonifica dei corsi d’acqua e dei terreni, una più equa distribuzione dei proventi del petrolio e il risarcimento del debito ecologico. A livello politico, diversi gruppi locali reclamano al governo nazionale l’assenza di protezione, l’uso della violenza e la mancanza di trasparenza nella gestione dell’attività petrolifera. Le comunità locali, appoggiate dal MEND – Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger – continuano ad opporsi alle politiche di sfruttamento portate avanti dalle compagnie transnazionali e chiedono la bonifica dei corsi d’acqua e del territorio, una più equa distribuzione dei proventi del petrolio, nonché il risarcimento del debito ecologico.
Ricchissima di risorse minerali e di petrolio, che da solo costituisce il 95% delle esportazioni e 65% del bilancio nazionale, la Nigeria ha una storia coloniale e postcoloniale contrassegnata da violenti conflitti interni, spesso legati alla gestione del petrolio.
Terreno di estrazione già dal 1938, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 la Nigeria diventa bacino commerciale e base economica di numerose compagnie transnazionali. Dopo appena sei anni dall’indipendenza dall’Inghilterra, avvenuta nel 1960, il paese cade in una serie di disordini e di violenti massacri che danno inizio a un lungo intreccio tra potere militare, multinazionali e proventi dell’attività petrolifera.
In un rapporto pubblicato dalla Oil and Gas Review e OECD International Agency nel 2011 la produzione quotidiana di petrolio in Nigeria ammonta a 2.591 migliaia di barili, quasi equivalente al consumo pro capite quotidiano di paesi come Germania – 2,414 migliaia di barili – e Canada – 2,229 migliaia di barili. All’enormità delle ricchezze rappresentate dalle risorse naturali, non è mai corrisposta un’equa distribuzione delle risorse. Secondo il rapporto sullo Sviluppo Umano 2011, condotto dalle Nazioni Unite, la popolazione nigeriana è tra le più povere del mondo. Nonostante il paese sia il più grande esportatore di petrolio del continente africano e il detentore della più vasta riserva di gas naturali, il 64.4% della popolazione vive con meno di $1.25. Secondo i dati registrati dall’International Energy Agency e Banca Mondiale, il consumo nigeriano pro capite di petrolio nel 2011 ammonta a 0,69 barili al giorno, mentre quello di energia elettrica equivale a 121 kilowatt. In Italia il consumo quotidiano è di 8,74 barili di petrolio e 5,271 kilowatt di energia elettrica a persona.
Gli ingenti danni ambientali e sociali causati dall’estrazione petrolifera hanno esasperato le popolazioni locali, costrette a fare i conti con le continue espropriazioni, la progressiva contaminazione del terreno e dei corsi d’acqua e le ripetute violenze da parte dei servizi di sicurezza delle compagnie transnazionali.
Per rivendicare la fine del saccheggio indiscriminato del territorio le comunità rurali portano avanti da anni proteste e mobilitazioni e per questo motivo subiscono repressioni violente da parte dell’apparato militare dello Stato e degli eserciti privati delle multinazionali.
Il Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni – MOSOP – popolazione principale della regione del Delta – conduce dal 1990 una campagna non violenta contro il degrado ambientale del terreno e delle acque, conseguenze delle attività delle industrie petrolifere. Nel 1995, il presidente del Movimento, Ken Sawro – Wiwa, e otto attivisti furono arrestati e condannati a morte dal governo con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di quattro leader tradizionali e filo-governativi.
Ad oggi il movimento reclama il riconoscimento di una Carta dei diritti fondamentali del Popolo Ogoni, organizza eventi di sensibilizzazione e partecipa alle attività internazionali attraverso reti di comunità Ogoni residenti all’estero.
Nel 2005 debutta il Movimento di Emancipazione del Delta del Niger – MEND. I guerriglieri dichiarano di agire per portare all’attenzione della comunità internazionale l’inaccettabile situazione che vive il popolo nigeriano. Il gruppo non ha mai accettato riscatti e le persone sequestrate che sono sempre state rilasciate in buono stato psico-fisico. Il manifesto di rivendicazione del MEND chiede la fine del saccheggio operato dalle multinazionali del petrolio, una più equa ripartizione delle ricchezze petrolifere, il risarcimento del debito ecologico e la demilitarizzazione del territorio.

 


Il Niger è uno dei paesi più militarizzati dell’Africa. Nell’ottobre del 2017 questo dato è salito all’attenzione di tutti quando quattro soldati delle forze speciali statunitensi e almeno quattro militari nigerini sono rimasti uccisi in un’imboscata. Da allora la presenza militare straniera non ha fatto che intensificarsi. Cosa fanno in Niger tutte queste forze armate? Che interessi hanno? Stanno raggiungendo i loro obiettivi?
Gli Stati Uniti non sono l’unico paese presente ad avere truppe in Niger: ci sono anche i soldati di Francia, Germania, Canada e Italia.
Nell’aprile di quest’anno il Niger ha ospitato le esercitazioni militari congiunte Flintlock, che hanno coinvolto 1.900 soldati di una ventina di paesi. L’obiettivo delle esercitazioni, patrocinate dagli Stati Uniti, era rafforzare la collaborazione tra le forze di sicurezza africane per proteggere i civili dalle violenze legate all’estremismo religioso.
La presenza militare straniera in Niger viene generalmente motivata in tre modi: lottare contro il terrorismo, prevenire le migrazioni degli africani in Europa e proteggere gli investimenti stranieri.
Il terrorismo nel Sahel
Nella regione del Sahel, che comprende anche il Niger, sono attivi alcuni gruppi estremisti islamici e per questo l’area è considerata la “nuova frontiera” delle operazioni della lotta globale al terrorismo. Oltre al Niger, gli Stati Uniti hanno una presenza militare in Mauritania, in Senegal, in Mali, in Burkina Faso, in Nigeria e in Ciad. Per quanto ne sappiamo, solo il Sudan e l’Eritrea non ospitano truppe statunitensi. Nel Sahel operano inoltre “attori esterni di secondo piano”, tra cui le forze armate dell’Unione europea, di Israele, della Colombia e del Giappone.
Il coinvolgimento statunitense nel Sahel risale ai tempi della guerra al terrorismo lanciata da Washington dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Nel 2003 gli Stati Uniti crearono la Pan Sahel initiative, coinvolgendo il Ciad, il Mali, la Mauritania e il Niger nell’addestramento di unità dell’esercito specializzate nel contrastare le minacce terroristiche e la diffusione del radicalismo. Nel 2004 l’iniziativa è stata sostituita dalla Trans-Sahara counterterrorism partnership, un’alleanza più ampia che comprende anche l’Algeria, il Burkina Faso, il Camerun, il Marocco, la Nigeria, il Senegal e la Tunisia.

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Nel 2014 i capi di stato di Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad hanno firmato una convenzione per istituire il G5 Sahel, con l’obiettivo di garantire “sviluppo e sicurezza per migliorare la qualità della vita della gente”. Nel 2017 gli stessi capi di stato hanno dato vita alla forza congiunta del G5 Sahel, con il benestare dell’Unione africana e delle Nazioni Unite. Lo scopo di questa forza armata, il cui presidente di turno è il nigerino Mahamadou Issoufou, è più ampio rispetto a quello di altre operazioni in corso nella regione: oltre a migliorare la sicurezza lungo i confini condivisi, i suoi uomini devono anche promuovere la cosiddetta soft security (”sicurezza morbida”, cioè quelle misure – anche di natura preventiva – che servono a riportare la stabilità e un senso di normalità nelle aree colpite da conflitti).
Gli Stati Uniti hanno fornito supporto militare a ognuno degli stati del G5 Sahel e hanno promesso 60 milioni di dollari di aiuti bilaterali all’iniziativa.
Il Niger è circondato da paesi che sono focolai di instabilità
Il Niger si trova nel centro del Sahel. Purtroppo per i suoi abitanti, è circondato da paesi che sono focolai di instabilità. Storicamente il Niger è sempre stato la porta d’accesso al Nordafrica per i migranti originari dell’Africa subsahariana e negli ultimi anni è diventato uno dei più importanti paesi di transito per chi va in cerca di opportunità in Europa. È per questo che paesi come l’Italia hanno inviato le loro truppe in Niger, con l’obiettivo di fermare i migranti.
Le forze armate straniere in Niger addestrano soldati africani, fanno volare droni, costruiscono basi, compiono incursioni oltre frontiera e raccolgono informazioni. Queste attività sono finalizzate alla lotta al terrorismo e al controllo dei flussi migratori. Tuttavia l’Africa è considerata anche uno dei mercati dalle potenzialità maggiori, cosa che spiega l’espansione dei rapporti economici e commerciali, e questa può essere un’ulteriore motivazione per la presenza militare straniera sempre più diversificata in Niger e, più in generale, nella regione.
Dal canto suo, il governo di Niamey ha accolto a braccia aperte le truppe straniere. Il presidente Issoufou è felice di sostenere gli interessi di Washington nella regione finché gli Stati Uniti saranno disposti a sostenere il suo governo e ad addestrare le sue forze armate. Con l’aiuto statunitense Issoufou pensa di poter mantenere la promessa fatta in campagna elettorale di “sconfiggere i militanti estremisti islamici”.
I rapporti amichevoli tra Niger e Stati Uniti assumono un significato particolare anche alla luce delle tensioni tra Washington e il Ciad, vicino del Niger. Alla fine del 2017 il presidente statunitense Donald Trump aveva inserito il Ciad nella
lista di paesi colpiti dal divieto di viaggiare negli Stati Uniti, una mossa che ha stupito molti esperti di politica estera e ha evidentemente suscitato le ire del governo ciadiano. In seguito il divieto è stato abolito.
Conseguenze indesiderate
La presenza di forze militari straniere in Niger ha davvero permesso di contrastare il terrorismo e i flussi migratori? A che prezzo? Ci sono state ricadute impreviste e potenzialmente dannose? Alcuni sostengono che la presenza delle truppe straniere abbia avuto conseguenze negative sulla politica interna del Niger e che abbia favorito l’affermazione di un clima politico sempre più oppressivo.
Alcuni rappresentanti della società civile e i leader dell’opposizione politica denunciano la costruzione di nuove basi militari straniere, denunciando delle violazioni della costituzione. Secondo loro, la presenza militare straniera e la centralità attribuita al tema della sicurezza sono strumenti che servono a rafforzare un governo che non ha più sostegno interno. Le elezioni nigerine del 2016, in cui Issoufou ha conquistato un secondo mandato, pare siano state “caratterizzate da gravi irregolarità”.
La corsa alla militarizzazione del Niger desta ancora più preoccupazione in un paese dove le forze armate sono considerate “un’organizzazione profondamente politicizzata” e ostile al controllo delle autorità civili. Un esercito del genere potrebbe rivelarsi utile a un presidente che desideri consolidare il suo potere al di là di quanto concesso dagli strumenti democratici.
Nel febbraio di quest’anno i nigerini sono scesi in piazza scandendo slogan come: “Eserciti francesi, americani e tedeschi, andate via!”. Issoufou ha risposto bloccando altre manifestazioni simili nel mese di marzo. Ha difeso la misura affermando l’importanza di uno stato “democratico, ma forte”.
Non è ancora chiaro cosa succederà in futuro, soprattutto se – come rivela un articolo del New York Times – Washington starebbe valutando se ritirare la maggior parte delle truppe. Per chi si oppone alla presenza militare straniera in Niger non sarà mai troppo presto.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Da sapere

  • Nel gennaio del 2018 è stata approvata dal parlamento italiano una missione militare in Niger (Misin), che dovrebbe occuparsi di addestramento e supporto dell’esercito nigerino nel contrasto di traffici illegali. I primi quaranta soldati italiani arrivati a marzo sono però rimasti accampati in una base statunitense a poche centinaia di metri dall’aeroporto di Niamey, senza avere ancora ricevuto il via libera dalle autorità del paese per operare. Il 20 settembre è stato reso noto da alcune agenzie di stampa, non smentite dal ministero, che il contingente è stato sbloccato e che entro novembre partiranno altri trenta militari italiani.
  • Nella notte tra il 17 e il 18 settembre in Niger un gruppo armato ha rapito il religioso italiano Pierluigi Maccalli, della Società delle missioni africane (Sma). Il sequestro è stato inizialmente attribuito a miliziani jihadisti provenienti da oltre frontiera, ma potrebbe anche essere opera di gruppi peul radicalizzati, precisa un missionario della Sma.

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