mercoledì 16 novembre 2016

Se inciti alla guerra santa in nome di Allah non commetti reato.



Se inciti alla guerra santa in nome di Allah non commetti reato. Questo ha stabilito la Corte di Cassazione nelle motivazioni depositate oggi a proposito della sentenza che lo scorso 14 luglio assolse quattro jihadisti della moschea di Andria (tre tunisini e uno di origini magrebine anche se nato a Castelvetrano in provincia di Trapani).
I quattro (originariamente erano cinque, ma uno di loro dopo la condanna non ha fatto ricorso) non sono processabili perché non costituivano una minaccia. Secondo la Suprema Corte il reato non può essere circoscritto alla semplice propaganda ai fini del martirio; devono esserci, allo stesso tempo, attività riconducibili all’addestramento di uomini pronti ad essere inviati nei luoghi in cui effettuare operazioni di combattimento.
La sentenza 48001 passa quindi alla storia del Paese. L’indottrinamento da solo non basta anche se, tiene a specificare la Cassazione, configura una premessa ideologica rilevante per la creazione di un gruppo che può compiere atti terroristici. Tuttavia, però, i giudici del Palazzaccio insistono col dire che il proselitismo da solo non basta e parlare di guerra santa non significa andare a combatterla e, di conseguenza, commettere un reato.
I protagonisti della vicenda si sono visti annullare la condanna. In primo grado, l’imam di Andria, al tunisino Hosni Hachemi Ben Hassen, erano stati comminati cinque anni e due mesi di reclusione (agli altri componenti del gruppo tre anni e quattro mesi. Solo per un imputato minore la Corte di Assise d’Appello di Bari ridusse nel 2015 a pena a due anni e otto mesi). Dopo l’assoluzione di luglio, l’imam è stato rimpatriato. Un altro imputato che inneggiò agli attentati compiuti in Francia da cellule jihadiste è stato espulso dal territorio nazionale.
Nelle attività di indottrinamento, la Cassazione ha fatto rientrare anche la visione di filmati cui facevano riferimento, nelle intercettazioni telefoniche, gli imputati. e, a proposito, i giudici hanno ritenuto che gli imputati non avessero nemmeno ben compreso il tenore cruento delle espressioni di un non meglio identificato Alì, pur essendo tutti d’accordo sull’esaltazione del martirio in combattimento.
A non costituire elemento di pericolosità, infine, per i giudici di terzo grado, il fatto che nessuno sia diventato un “foreign fighter” e abbia raggiunto le zone di guerra in Siria o in Iraq tra la fase delle intercettazioni (2009) e l’arresto (2013). Insomma il gruppo, per la Cassazione, non avrebbe mai fatto il salto di qualità diventato una vera e propria cellula pronta ad entrare in azione in nome di Allah


Assolto Jalal, il presunto jihadista
«Il fatto non sussiste»

Accusato di istigare, via Facebook, a commettere delitti. Il pm Angela Pietroiusti aveva chiesto una condanna a otto anni. La madre del ragazzo alla sentenza: viva la giustizia

di Cinzia Colosimo

La Cassazione ha annullato senza rinvio “perché il fatto non sussiste” le condanne inflitte nei confronti di cinque presunti appartenenti alla cellula terroristica con base ad Andria, ordinando l’immediata scarcerazione dei quattro imputati detenuti accusati di associazione finalizzata al terrorismo islamico. Nei confronti di uno dei detenuti, l’imam Hosni Hachemi Ben Hassen, la Suprema Corte ha annullato la sentenza con rinvio per la rideterminazione della pena solo per il reato di istigazione all’odio razziale.
Sul suo telefono nel gennaio 2009 viene intercettato questo sms: “Dio prendi il mio sangue come vuoi e disperdi il mio corpo per il tuo disegno come vuoi. Amen!”. Ed è soltanto una delle tante intercettazioni depositate agli atti. “Sono al mio ultimo punto Sceicco!”, si legge ancora in un’intercettazione, “Preparato! … Se Dio vuole, spero che Dio lasci disperdere … prega e dici: “Possa Dio sparpagliare i nostri corpi per la sua causa…..voglio che le mie carni vadano in pezzi! … Voglio che la mia carne vada in pezzi!”.
Gli imputati furono arrestati dal Ros dei Carabinieri di Bari il 30 aprile 2013. In primo grado, nel settembre 2014, al termine di un processo celebrato con il rito abbreviato, furono condannati dal Tribunale di Bari a pene comprese fra i 5 anni e 2 mesi (Hosni, ritenuto il capo, difeso dagli avvocati Giangregorio De Pascalis e Roberta Maria Porro) e i 3 anni e 4 mesi per gli altri quattro. I quattro, di nazionalità tunisina, erano ritenuti componenti l’associazione: Faez Elkhaldey, detto ‘Mohsen’, difeso da Sergio Ruggiero, Ifauoi Nour, detto ‘Moungi’, difeso da Vittorio Platì, Khairredine Romdhane Ben Chedli, difeso da Carolina Scarano e Chamari Hamdi, difeso da Carlo Corbucci.
Secondo l’accusa, gli imputati “cooperavano nell’attività di proselitismo, di finanziamento, di procacciamento di documenti falsi, tenevano i contatti con altri membri dell’organizzazione, disponibili al trasferimento in zone di guerra per compiervi attività di terrorismo”. In appello, nell’ottobre 2015, le condanne furono confermate con riduzione di pena a 2 anni e 8 mesi per il solo Chamari Hamdi.
Stando alle indagini della Dda di Bari, tra il 2008 e il 2010 il gruppo, sotto la guida dell’Imam tunisino della moschea di Andria, Hosni Hachemi Ben Hassem, alias Abu Haronne di 50 anni, avrebbe studiato in rete le tecniche per costruire ordigni, si sarebbe addestrato sull’Etna, in Sicilia, ridendo delle chiese distrutte in Abruzzo dal terremoto e parlando di odio, di sacrificio, di morte. “Dio è grande. E tante chiese sono state distrutte… Sì, tutte le chiese sono crollate… Non c’è altro dio all’infuori di Allah… le chiese, la maggior parte delle chiese sono crollate…” le parole dell’imam.
Agli atti del processo c’erano materiale fotografico e video, documenti, intercettazioni telefoniche, e poi le rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia, terroristi pentiti. Sempre secondo la Dda, l’indottrinamento finalizzato anche al reclutamento di volontari mujaheddin da avviare ai campi di battaglia in Afghanistan, Yemen, Iraq e Cecenia avveniva nel call center gestito dal presunto capo dell’organizzazione.

BARI – Non erano terroristi. La Cassazione ha annullato, senza rinvio, la sentenza di condanna di cinque imputati accusati dalla Dda di Bari di aver dato vita ad una cellula terroristica di matrice islamica attiva tra Andria e Bari. I giudici hanno assolto il 34enne tunisino Khairredine Romdhane Ben Chedli, Hammami Mohsen, palestinese di 50 anni, Ifauoi Nour, tunisino di 35 anni, l’imam tunisino della moschea di Andria, Hosni Hachemi Ben Hassem e Chamari Hamdi, 24enne nato in Sicilia. Solo per l’imam, la Cassazione ha stabilito che la Corte di appello di Bari deve ricalcolare la pena solo per il reato di istigazione all’odio razziale.
L’inchiesta della Dda
Secondo l’iniziale ricostruzione della Procura, la guerra santa la preparavano nella piccola moschea di Andria e nutrivano la loro mente e il loro spirito con i principi della dottrina fondamentalista jihadista via internet, navigando e chattando dal call center gestito dall’imam della moschea, il tunisino Hosni Hachemi Ben Hassen, alias Abu Haronne.
Formato all’ombra della moschea di viale Jenner a Milano, Abu Haronne tra il 2008 e il 2010 (anno del suo addio ad Andria), secondo gli investigatori del Ros di Bari avrebbe indossato i panni del profeta della “jihad” vista dalla Bat, coltivando rapporti di amicizia e condivisione con personaggi di spicco del terrorismo internazionale di matrice confessionale. Accuse che non hanno retto il giudizio in Cassazione.


BARI – Non erano terroristi. La Cassazione ha annullato, senza rinvio, la sentenza di condanna di cinque imputati accusati dalla Dda di Bari di aver dato vita ad una cellula terroristica di matrice islamica attiva tra Andria e Bari. I giudici hanno assolto il 34enne tunisino Khairredine Romdhane Ben Chedli, Hammami Mohsen, palestinese di 50 anni, Ifauoi Nour, tunisino di 35 anni, l’imam tunisino della moschea di Andria, Hosni Hachemi Ben Hassem e Chamari Hamdi, 24enne nato in Sicilia. Solo per l’imam, la Cassazione ha stabilito che la Corte di appello di Bari deve ricalcolare la pena solo per il reato di istigazione all’odio razziale.
L’inchiesta della Dda
Secondo l’iniziale ricostruzione della Procura, la guerra santa la preparavano nella piccola moschea di Andria e nutrivano la loro mente e il loro spirito con i principi della dottrina fondamentalista jihadista via internet, navigando e chattando dal call center gestito dall’imam della moschea, il tunisino Hosni Hachemi Ben Hassen, alias Abu Haronne.
Formato all’ombra della moschea di viale Jenner a Milano, Abu Haronne tra il 2008 e il 2010 (anno del suo addio ad Andria), secondo gli investigatori del Ros di Bari avrebbe indossato i panni del profeta della “jihad” vista dalla Bat, coltivando rapporti di amicizia e condivisione con personaggi di spicco del terrorismo internazionale di matrice confessionale. Accuse che non hanno retto il giudizio in Cassazione.

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