martedì 2 aprile 2019

Chiama "maschio" un maschio: 55.000$ di multa


Bill Whatcott, canadese di 52 anni e cristiano, è stato condannato a pagare una multa di 55.000 dollari per aver chiamato «maschio» un avvocato e attivista transessuale di nome Ronan Oger, che si sente donna. La sentenza di condanna lascia senza parole: vi si legge che «la ‘verità’ delle dichiarazioni» di Whatcott «non è una difesa»…
Nell’epoca dei diritti e delle rivendicazioni Lgbt, la verità biologica non conta più. Anzi, affermarla può essere pericoloso e, soprattutto, costare caro. Ne sa qualcosa Bill Whatcott, un signore canadese di 52 anni che è stato appena condannato, come riferisce Life Site News, a pagare una multa salatissima, pari a 55.000 dollari, per aver osato chiamare «maschio» un uomo, Ronan Oger, “divenuto” donna con il nome di Morgane. Per capire come si sia arrivati a questa liberticida e surreale condanna, tocca fare un passo indietro ripercorrendo i fatti dal principio.
Tutto ha avuto inizio nel 2017 quando Ronan “Morgane” Oger, avvocato che nel novembre dell’anno prima era divenuto il primo transessuale nominato esponente di punta del Ndp, acronimo che sta per New Democratic Party, ha iniziato la sua campagna elettorale. Correva come aspirante membro dell’Assemblea legislativa nel distretto elettorale della British Columbia di Vancouver-False Creek. Le elezioni erano fissate per il 9 maggio. Ed è poche settimane prima del voto, nell’aprile 2017, che è entrato in scena Bill Whatcott.
L’uomo, un attivista cristiano, ha infatti intravisto nella candidatura di Oger un tentativo di pubblicizzare a livello sociale il transessualismo. Così ha pensato bene di predisporre e stampare quasi 1.500 copie di un volantino con il quale ha letteralmente tappezzato il quartiere di Yaletown, inclusa la cassetta postale dell’attivista Lgbt. In quel volantino, caricato anche in Rete, dove ha totalizzato 10.000 visualizzazioni, Whatcott da una parte rivelava il nome di battesimo del candidato Ndp - del quale riportava anche una vecchia foto in cui risultava chiaramente trattarsi di un maschio - e, dall’altra, lo apostrofava come un «travestito» che sta «abbracciando la propaganda transgender nel tentativo di vivere una bugia». Non solo. In quei volantini si manifestava preoccupazione per «la promozione e la crescita dell’omosessualità e del travestitismo» per come tutto ciò «oscuri l’immutabile verità sul nostro genere dato da Dio».
Com’era prevedibile, Oger - che alle urne, nel suo distretto, è stato superato da Sam Sullivan per poco più di 400 voti - ha trascinato in tribunale l’autore del volantino che ha ritenuto oltraggioso per sé e tutti quelli nella sua condizione. Ne è seguito un processo presso il British human rights tribunal della British Columbia, il tribunale provinciale per i diritti umani. Nel corso delle udienze, Charles Lugosi, l’avvocato di Whatcott, ha tentato d’impostare la difesa del suo assistito basandosi essenzialmente su un dato di fatto: l’appartenenza al sesso biologico maschile della parte lesa. Un elemento inoppugnabile che però, come si diceva all’inizio, non ha risparmiato all’uomo una condanna al pagamento di 55.000 dollari canadesi, 35.000 dei quali da liquidare come risarcimento a Oger e i restanti per la propria condotta.
Ora, a parte che Whatcott non possiede una somma di denaro simile, le 104 pagine della sua sentenza di condanna lasciano oggettivamente senza parole. Vi si legge infatti che «la ‘verità’ delle dichiarazioni nel volantino» dell’imputato «non è una difesa». Come dire: in effetti sì, è vero che Oger [nella foto] è biologicamente un uomo, ma ricordarlo risulta comunque offensivo. A essere condannata dal collegio presieduto dalla giudice Devyn Cousineau è dunque stata anzitutto la verità biologica, divenuta ufficialmente impronunciabile, pena l’esborso di un bel po’ dollari canadesi. Senza naturalmente dimenticare la libertà di espressione, che da una sentenza simile è fatta del tutto a pezzi.
Non a caso John Carpay, presidente del Justice Center for Constitutional Freedom, un’organizzazione di difesa legale specializzata in diritto costituzionale canadese, si è dichiarato sbigottito dal verdetto. «La Corte suprema del Canada», ha ricordato Carpay, «ha a lungo dichiarato che la libertà di espressione è la linfa vitale della democrazia», mentre questa decisione «mina i principi fondamentali di una società libera e mette a repentaglio la salute della democrazia canadese».
Dopo la sua sentenza di condanna, pubblicata mercoledì 27 marzo, e in attesa di vedere se e quali ulteriori sviluppi avrà quest’incredibile vicenda, Bill Whatcott non sembra più di tanto preoccupato e continua a dichiararsi fiducioso in Gesù Cristo. Staremo a vedere. Di certo, il fatto che un tribunale abbia dichiarato l’irrilevanza della biologia nell’identità sessuale, arrivando addirittura a punire chi la ricordi, non rassicura. Proprio per niente.

Risorse ancora avanguardie .Paura in centro città: rissa e sangue fra due bande di giovani

Che bello, anche Rovigo finalmente prende un'aria multiculturale ed europea!
"Qualche offesa fra un gruppo di ragazzi, la maggioranza apparentemente di origini albanesi, radunati sotto il portico del Tempio della Beata Vergine del Soccorso, poi bottiglie vuote spuntate fuori da un grosso sacco di carta e impugnate minacciosamente per il collo, fino all’esplosione: volano botte, un ragazzo viene colpito in pieno petto da un calcio volante e finisce a terra. I suoi compagni, apparentemente nordafricani, scappano via verso viale Trieste, mentre l’altro gruppo, ben più numeroso, li insegue e lancia al loro indirizzo le bottiglie e una nuvola di insulti in albanese. Attimi di paura nel cuore della città, sotto gli occhi attoniti di chi, attorno alle 19, si trovava in piazza XX Settembre. Non un fatto isolato, però. Nel primo pomeriggio, infatti, un’altra rissa..."
I cocci di bottiglia sul sagrato

ROVIGO - Sono arrivati a lanciarsi bottiglie di vetro, andate in frantumi davanti alla Rotonda, dove fino a qualche minuto prima giocava un gruppetto di bambini, in sella alle loro biciclettine. Tutto si è sviluppato in pochi istanti. Qualche offesa fra un gruppo di ragazzi, la maggioranza apparentemente di origini albanesi, radunati sotto il portico del Tempio della Beata Vergine del Soccorso, poi bottiglie vuote spuntate fuori da un grosso sacco di carta e impugnate minacciosamente per il collo, fino all’esplosione: volano botte, un ragazzo viene colpito in pieno petto da un calcio volante e finisce a terra. I suoi compagni, apparentemente nordafricani, scappano via verso viale Trieste, mentre l’altro gruppo, ben più numeroso, li insegue e lancia al loro indirizzo le bottiglie e una nuvola di insulti in albanese. Attimi di paura nel cuore della città, sotto gli occhi attoniti di chi, attorno alle 19, si trovava in piazza XX Settembre. Non un fatto isolato, però. Nel primo pomeriggio, infatti, un’altra rissa, apparentemente con

ORIANA FALLACI SULL’OMOSESSUALITÀ


L’omosessualità in sé non mi turba affatto. Non mi chiedo nemmeno da che cosa dipenda. Mi dà fastidio, invece, quando (come il femminismo) si trasforma in ideologia. In categoria, in partito, in lobby economico-cultural-sessuale. E grazie a ciò diventa uno strumento politico, un’arma di ricatto, un abuso Sexually Correct.
O-fai-quello-che-voglio-io-o-ti-faccio-perdere-le-elezioni.
Pensi al massiccio voto con cui in America ricattarono Clinton e con cui in Spagna hanno ricattato Zapatero. Sicché il primo provvedimento che Clinton prese appena eletto fu quello di inserire gli omosessuali nell’esercito e uno dei primi presi da Zapatero è stato quello di rovesciare il concetto biologico di famiglia nonché autorizzare il matrimonio e l’adozione gay.
Un essere umano nasce da due individui di sesso diverso. Un pesce, un uccello, un elefante, un insetto, lo stesso. Per essere concepiti, ci vuole un ovulo e uno spermatozoo. Che ci piaccia o no, su questo pianeta la vita funziona così. Bè, alcuni esperti di biogenetica sostengono che in futuro si potrà fare a meno dello spermatozoo.
Ma dell’ovulo no. Sia che si tratti di mammiferi sia che si tratti di ovipari, l’ovulo ci vorrà sempre. L’ovulo, l’uovo, che nel caso degli esseri umani sta dentro un ventre di donna e che fecondato si trasforma in una stilla di Vita poi in un germoglio di Vita, e attraverso il meraviglioso viaggio della gravidanza diventa un’altra Vita. Un altro essere umano. Infatti sono assolutamente convinta che a guidare l’innamoramento o il trasporto dei sensi sia l’istinto di sopravvivenza cioè la necessità di continuare la specie. Vivere anche quando siamo morti, continuare attraverso chi viene e verrà dopo di noi. E sono ossessionata dal concetto di maternità. Oh, non mi fraintenda: capisco anche il concetto di paternità. Lo vedrà nel mio romanzo, se farò in tempo a finirlo. Lo capisco così bene che parteggio con tutta l’anima pei padri divorziati che reclamano la custodia del figlio. Condanno i giudici che quel figlio lo affidano all’ex-moglie e basta, e ritengo che nella nostra società oggi si trovino più buoni padri che buone madri. (Segua la cronaca. Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto e va dal parrucchiere). Ma essendo donna, e in più una donna ferita dalla sfortuna di non esser riuscita ad avere figli, capisco meglio il concetto di maternità………Ma qualcun altro me lo chiederà.
Quindi ecco. Un omosessuale maschio l’ovulo non ce l’ha. Il ventre di donna, l’utero per trapiantarcelo, nemmeno. E non c’è biogenetica al mondo che possa risolvergli tale problema. Clonazione inclusa. L’omosessuale femmina, si, l’ovulo ce l’ha. Il ventre di donna necessario a fargli compiere il meraviglioso viaggio che porta una stilla di Vita a diventare un germoglio di Vita poi un’altra Vita, un altro essere umano, idem. Ma la sua partner non può fecondarla.
Sicché se non si unisce a un uomo o non chiede a un uomo per-favore-dammi-qualche-spermatozoo, si trova nelle stesse condizioni dell’omosessuale maschio. E a priori, non perché è sfortunata e i suoi bambini muoiono prima di nascere, non partecipa alla continuazione della sua specie. Al dovere di perpetuare la sua specie attraverso chi viene e verrà dopo di lei. Con quale diritto, dunque, una coppia di omosessuali (maschi o femmine) chiede d’adottare un bambino? Con quale diritto pretende d’allevare un bambino dentro una visione distorta della Vita cioè con due babbi o due mamme al posto del babbo o della mamma? E nel caso di due omosessuali maschi, con quale diritto la coppia si serve d’un ventre di donna per procurarsi un bambino e magari comprarselo come si compra un’automobile? Con quale diritto, insomma, ruba a una donna la pena e il miracolo della maternità? Il diritto che il signor Zapatero ha inventato per pagare il suo debito verso gli omosessuali che hanno votato per lui?!? Io quando parlano di adozione-gay mi sento derubata nel mio ventre di donna. Anche se non ho bambini mi sento usata, sfruttata, come una mucca che partorisce vitelli destinati al mattatoio. E nell’immagine di due uomini o di due donne che col neonato in mezzo recitano la commedia di Maria Vergine e San Giuseppe vedo qualcosa di mostruosamente sbagliato. Qualcosa che mi offende anzi mi umilia come donna, come mamma mancata, mamma sfortunata. E come cittadina. Sicché offesa e umiliata dico: mi indigna il silenzio, l’ipocrisia, la vigliaccheria, che circonda questa faccenda. Mi infuria la gente che tace, che ha paura di parlarne, di dire la verità. E la verità è che le leggi dello Stato non possono ignorare le leggi della Natura. Non possono falsare con l’ambiguità delle parole «genitori» e «coniugi» le Leggi della Vita.
Lo Stato non può consegnare un bambino, cioè una creatura indifesa e ignara, a genitori coi quali egli vivrà credendo che si nasce da due babbi o due mamme non da un babbo e una mamma. E a chi ricatta con la storia dei bambini senza cibo o senza casa (storia che oltretutto non regge in quanto la nostra società abbonda di coppie normali e pronte ad adottarli) rispondo: un bambino non è un cane o un gatto da nutrire e basta, alloggiare e basta. E’ un essere umano, un cittadino, con diritti inalienabili. Ben più inalienabili dei diritti o presunti diritti di due omosessuali con le smanie materne o paterne. E il primo di questi diritti è sapere come si nasce sul nostro pianeta, come funziona la Vita nella nostra specie. Cosa più che possibile con una madre senza marito. Del tutto impossibile con due «genitori» del medesimo sesso.
Oriana Fallaci

Risorsa: Altro sgozzatore , ma stavolta questo sgozzava i ragazzi felici

ho scelto di uccidere la sua felicità".
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Ci hanno provato i media a nascondere questo delitto affermando che il colpevole era un bianco abbronzato
Said Mechaouat killer dei Murazzi
La morte di Stefano Leo, sgozzato mentre passeggiava per le strade di Torino, ha sconvolto un'intera città.
Per diversi giorni gli inquirenti hanno temuto che dietro quel profondo taglio alla gola potesse esserci un serial killer. Poi l'esito delle indagini ha dato un esito ancora più sorprendente: Stefano è morto perché si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato finendo preda della follia di un marocchino di 27 anni.
Proprio il killer del ragazzo si è presentato in Questura. Said Mechaout, 27 anni, marocchino con cittadinanza italiana, ha spiegato i motivi del suo gesto: "Sono io l’assassino di Stefano Leo. Sono venuto qui per costituirmi. Mi sentivo braccato dai carabinieri. Non volevo commettere altri guai. Ho scelto, tra tutte le persone che passavano, di uccidere questo giovane perché si presentava con un’aria felice. E io ho scelto di uccidere la sua felicità".
Una frase questa che lascia nel totale sconforto i familiari del ragazzo che ha visto finire la sua vita mentre passeggiava nella zona dei Murazzi, nel capoluogo piemontese. L'assassino, subito dopo la sua confessione, è stato trasferito alla Squadra Mobilie.
Qui ha confermato la sua confessione aggiungendo particolari terribili al suo racconto: "L’ho visto, mi ha guardato e ho pensato che dovesse soffrire come sto facendo io. L’ho sgozzato con il mio coltello, venite e ve lo faccio trovare". Dopo queste parole ha accompagnato gli inquirenti. La lama si trovava dentro una cabina elettrica in Piazza d'Armi. Poi Said ha aggiunto: "Ero sposato ma mia moglie mi ha lasciato — ha detto agli inquirenti —. La mia vita fa schifo, va tutto male, ho anche litigato con gli assistenti sociali".
Alla famiglia di Stefano non resta che il dolore. Il padre si abbandona allo strazio di chi non trova risposte per la morte del figlio: "Se è lui, adesso voglio sapere perché lo ha fatto. Non capire mi uccide. Ciò che ci logora è non avere ancora risposte chiare su Stefano".
fonte: il Giornale
Non commentiamo oltre il dovuto, facciamo solamente notare che anche il decreto sicurezza o la legittima difesa non porterà più sicurezza nelle nostre città se non sarà attuato da parte delle forze dell'ordine dello stato una capillare pulizia di coloro che bivaccano ai margini e ripristinato l'ordine sociale.

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"Stefano Leo? Un omicidio razzista. ​E la sinistra resta in silenzio..."

Cirielli (FdI) chiede l'aggravante per discriminazione razziale. Poi punta il dito contro la sinistra: "Boldrini e Zingaretti in silenzio"

Il delitto di Stefano Leo è assurdo e agghiacciante allo stesso tempo.
Un ragazzo che passeggia per le strade di Torino muore dopo essere stato sgozzato da un marocchino con cittadinanza italiana. Ma a rendere il tutto più doloroso, soprattutto per i familiari di Stefano, sono le parole con cui Said ha spiegato il suo gesto e la furia omicida: "Volevo uccidere un bianco, giovane e italiano. Avrebbe fatto scalpore. Ha comprato un coltello, poi è andato ai Murazzi del Po a Torino e ha osservato i passanti in attesa dell'uomo giusto". Il suo racconto poi si fa ancora più agghiacciante: "Mi bastava che fosse italiano, uno giovane, più o meno della mia età, che conoscono tutti quelli con cui va a scuola, si preoccupano tutti i genitori e così via. Non avrebbe fatto altrettanto scalpore. L’ho guardato ed ero sicuro che fosse italiano. Volevo ammazzare un ragazzo come me, togliergli tutte le promesse che aveva, dei figli, toglierlo ai suoi amici e parenti". Insomma Said Mechaquat cercava un "italiano".
Ha trovato Stefano che sorrideva e che per un assurdo motivo è finito sotto la furia omicida del marocchino. Proprio quella ricerca di "un uomo italiano" potrebbe far scattare l'aggravante di discriminazione razziale. A chiederlo Edmondo Cirielli, questore della Camera e parlamentare di Fratelli d'Italia: "L'assassino di Stefano Leo confessa che voleva uccidere 'un italiano'. Ha agito, dunque, per finalità di discriminazione razziale. Mi sembra strano che la procura di Torino non abbia ancora contestato all'assassino l'aggravante". Poi l'esponente di Fratelli d'Italia punta il dito contro una parte di quella sinistra che ha preferito restare in silenzio davanti ad un ragazzo italiano trucidato con una coltellata alla gola: "Appare ancora più imbarazzante- prosegue Cirielli- davanti a un omicidio crudele, spinto dall'odio verso gli italiani, il silenzio dei paladini dell'integrazione, Nicola Zingaretti e Laura Boldrini. E soprattutto mi aspetterei parole forti anche da parte del preside
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PER QUELLI CHE DICONO CHE SALVINI INCITA ALL'ODIO

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LE FABBRICHE DELLA MORTE!

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lunedì 1 aprile 2019

LA STRAGE DEL CIRCEO

Il massacro del Circeo Storia Il massacro del Circeo, per l'atrocità delle sevizie inferte a Donatella Colasanti (1958-2005) e Rosaria Lopez (1956-1975), che ne morì, è destinato a restare una delle pagine criminali più allucinanti del dopoguerra. Oltre mille pagine di istruttoria furono scritte per ricostruire nei dettagli questo delitto avvenuto il primo ottobre del 1975. Dopo 36 ore di torture morali, fisiche e sessuali, tre giovani Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, tutti gravitanti negli ambienti eversivi della capitale, uccidono Rosaria Lopez, 17 anni, che assieme alla sua coetanea, Donatella Colasanti, li aveva seguiti nella villa al Circeo di Ghira, convinte di andare al mare. Dopo una notte di bestiale violenza, all'alba, i tre, pensando che le due ragazze siano morte, le avvolgono in sacchi di plastica, le caricano nel bagagliaio della 127 di Guido e fanno ritorno a Roma. Prima di sbarazzarsi dei corpi delle due ragazze, parcheggiano tranquillamente l'auto sotto l'abitazione dello stesso Guido e si allontanano. Ma Donatella Colasanti, tramortita e ferita, è era ancora viva, e accortasi che l'auto è stata abbandonata, comincia a gemere, richiamando così l'attenzione di un vigile notturno che apre il bagagliaio dell'auto e la salva. Gianni Guido viene subito arrestato, in apparente stato di confusione mentale. Angelo Izzo poco dopo, Andrea Ghira riesce invece a fuggire. Non sarà mai catturato. Il processo si svolge nel luglio del 1976 e i giudici non concedono alcuna attenuante ai tre imputati, che vengono condannati in prima istanza al carcere a vita per omicidio pluriaggravato. Nel gennaio del 1977 Gianni Guido e Angelo Izzo cercano di evadere dal carcere di Latina, dove erano detenuti, prendendo in ostaggio una guardia carceraria. Il tentativo fallisce. Al processo d'appello, il 28 ottobre 1980, i familiari della giovane uccisa, accettano il risarcimento offerto dalla famiglia Guido e questo, insieme al presunto pentimento dell'omicida, induce la Corte a ridurgli la pena a 30 anni di reclusione. Successivamente Guido viene trasferito nel carcere di San Gimignano dove, grazie ad una condotta modello, riesce a godere di un trattamento tanto privilegiato da avere accesso alla portineria del penitenziario da dove fugge, senza particolari difficoltà, il 25 gennaio 1981. Il 28 gennaio 1983 Guido viene arrestato a Buenos Aires: sotto falso nome, vendeva automobili. Ricoverato in ospedale, in attesa di estradizione, perché feritosi durante un tentativo di evasione, il 15 aprile 1985, Guido riesce nuovamente a fuggire. Sarà nuovamente intercettato nel giugno 1994 a Panama e trasferito in Italia. Gianni Guido è tornato in libertà, per pena scontata, il 25 agosto 2009. Tentativi di evasione hanno caratterizzato anche la vita carceraria di Angelo Izzo, nel frattempo divenuto una sorta di "pentito" buono per tutte le stagioni (dall’eversione di destra fino alla mafia). Izzo riesce ad evadere dal carcere di Alessandria il 25 agosto 1994 per essere poi arrestato in Francia il 15 settembre successivo. Nel dicembre 2004, ottenne la semilibertà dal carcere di Campobasso, su disposizione dei giudici di Palermo, per andare a lavorare in una cooperativa. Il 28 aprile 2005, Izzo uccise Maria Carmela e Valentina Maiorano, all'epoca sotto protezione in provincia di Campobasso e rispettivamente moglie e figlia di Giovanni Maiorano, ex affiliato (poi pentito) della Sacra corona unita che Izzo conobbe in carcere. Izzo si sposa il 10 marzo 2010 nel carcere di Velletri con una giornalista, ma la relazione terminò dopo circa un anno. Attualmente è in carcere per scontare la pena dell'ergastolo. Secondo le indagini, Ghira avrebbe inizialmente trascorso 18 anni nella legione straniera spagnola, il Tercio de Armada, dove si sarebbe arruolato il 26 giugno 1976 a Madrid, sotto il falso nome di Massimo Testa de Andrés, dichiarandosi nato a Roma nel 1955 (posticipando quindi di due anni la sua vera data di nascita). Ghira sarebbe poi morto in seguito a overdose all'età di 40 anni l'11 aprile 1994 e sepolto nel cimitero di Melilla. I dubbi sulla morte di Andrea Ghira Potrebbe non essere di Andrea Ghira il corpo sepolto a Melilla, in quanto esiste una foto del 1995, scattata dai Carabinieri a Roma, che ritrae un uomo camminare in una zona periferica della città: l'analisi dell'immagine al computer ha confermato che si trattava di Andrea Ghira. Nel corso degli anni, e soprattutto dopo la trasmissione "Chi l'ha visto?", suoi avvistamenti sono stati infatti segnalati in Argentina, Brasile, Costa Rica, Paraguay, Kenia, Sud Africa e Inghilterra. Nel 2004 viene aperto un fascicolo su Ghira dal procuratore aggiunto Italo Ormanni e dal sostituto procuratore di Roma Giuseppe De Falco. Riprendono così le indagini per rintracciare Ghira, con perquisizioni a tappeto di Carabinieri, Servizio Centrale Operativo (SCO) e Digos. Vengono passati al setaccio nove appartamenti di parenti e amici di Ghira, con sequestri di documenti, lettere e computer. Altre ispezioni si svolgono all'estero. Due strettissimi familiari di Ghira vengono iscritti nel registro degli indagati per favoreggiamento, ma poi non si viene a sapere più nulla dagli inquirenti. La Procura di Roma chiese l'esumazione della salma, cosa che avvenne il 14 novembre 2005 alla presenza degli investigatori italiani. Fu prelevato un femore per analizzare il DNA a Roma. Nella bara il cadavere risultava ancora affiancato dalla siringa che aveva procurato l'overdose nel settembre del 1994. Il 26 novembre 2005 l'esame del DNA confermò l'identità di Ghira. Ma secondo quanto riportato nel 2006 nel libro "Tre bravi ragazzi" di Federica Sciarelli, l'analisi del DNA di Ghira sarebbe stata effettuata "a cura di persona non imparziale". L'avrebbe infatti condotta nei laboratori dell'Istituto di Medicina Legale dell'Università La Sapienza, diretto dal Prof. Arbarello, la Dott.ssa Carla Vecchiotti: una genetista che risulterebbe, secondo le indiscrezioni, già allieva e pupilla della Prof.ssa Matilde Angelini Rota (medico legale responsabile dell'ambulatorio per la violenza carnale dell'Istituto di Medicina Legale della stessa Università, zia dal versante materno dello stesso latitante Andrea Ghira. Così avrà a dichiarare Donatella Colasanti, prima di morire: "Andrea Ghira è vivo e sta a Roma, quelli sepolti a Melilla sono i resti di un suo parente, per questo il DNA è lo stesso". In modo analogo si è espressa anche Letizia, la sorella di Rosaria Lopez. Il Racconto di Donatella Colasanti Nota: il contenuto del racconto è riservato ad un pubblico adulto Ho conosciuto un certo Carlo (Gian Pietro Parboni Arquati) vicino al cinema Empire, giovedi scorso, verso le ore 18. Ero uscita dal cinema insieme alla mia amica Nadia (Campoli), stavamo facendo l'autostop e si fermò questo ragazzo. Era gentile, cortese, e salimmo su. Durante il tragitto ci propose di vederci nuovamente, insieme a un suo amico. E così gli diedi il mio numero di telefono. Mi telefonò sabato verso l'ora di pranzo e mi chiese se potevamo vederci il pomeriggio al bar del ristorante Il Fungo, all'Eur. Andai all'appuntamento con Rosaria; Nadia era con la sorella e due amiche al luna park. Con Carlo c'erano due suoi amici, Angelo e Gianni. Abbiamo bevuto qualcosa, chiacchierato. Al momento di salutarci ci chiesero se potevamo uscire nuovamente con loro il lunedì successivo, e ci dissero, visto che erano in tre, di portare un'amica. Prendemmo quindi un nuovo appuntamento per il pomeriggio del lunedì alle ore 16, davanti al cinema Ambassade. Anche questa volta Nadia non era potuta venire, e così eravamo solo io e Rosaria. Ma anche Carlo non si presentò. All'appuntamento c'erano solo Angelo e Gianni: ci dissero che Carlo ci stava aspettando a Lavinio, che avremmo potuto passare il pomeriggio con lui, al mare. Salimmo sulla macchina, eravamo già vicini alla Pontina, la strada che porta verso il mare, ma loro non svoltarono per Lavinio. Verso le 17 si fermarono per telefonare a Carlo e ci disse che non l'avevano trovato e che probabilmente era andato ffarsi un bagno. Prendemmo una strada laterale, sulla sinistra vi era un albergo con un'insegna rossa, e dopo l'albergo si saliva verso il paese, poi si procedeva oltre. Prendemmo una strada che non ra del tutto asfaltata. Arrivammo davanti a una villa. Era bianca a tre piani, all'entrata vi era una porta a vetri con infissi di legno marrone. Loro cercarono le chiavi, vicino al cancello. Una volta trovate, entrammo. Ci dissero che la villa era di Carlo. Mancavano dieci minuti alle 18. Gianni era vestito con pantaloni scuri, una maglietta color crema. Se volete che ve lo descriva... è un ragazzo di circa ventitré anni, magro, molto alto, ha i capelli neri, anche gli occhi li ha neri. E ha una piccola cicatrice sulla guancia, credo sia la guancia sinistra. Di Angelo mi sono rimasti impressi gli occhi, azzurri, sporgenti, a palla. È molto più basso di Gianni. Ha una cicatrice sul polso sinistro. Mi disse che era un tatuaggio cancellato, che aveva lasciato il segno. Mi disse anche che si era operato di recente. Indossava una maglietta celeste con delle piccole righe bianche, e un paio di blue jeans. Nella prima mezz'ora non ci furono minacce, né violenza. Poi la trasformazione. E tutto diventò un incubo. Erano le 18,20 e ci trovavamo nel giardino. Gianni tirò fuori una pistola. Lui e Angelo cominciarono a dire che erano della banda dei Marsigliesi. Per spaventarci ancora di più, ci dissero che doveva arrivare un certo Jacques (Andrea Ghira), che era il loro capo, che era terribile, e che era stato lui a dare l'ordine di prendere due ragazze. Noi dicemmo subito che non avevamo mai fatto l'amore, che ci dovevano lasciare andare. E loro risposero che se avessero saputo che eravamo vergini nemmeno ci avrebbero prese. Insistevamo. Volevamo tornare a Roma. Ci spinsero verso il bagno, e ci chiusero dentro, a chiave. A un certo punto Angelo aprì la porta, era solo, ci disse che ni era andato a dormire. Fece uscire Rosaria. Poco dopo la tornare in bagno, era molto spaventata, mi disse che l'aveva obbligata a spogliarsi e che l'aveva abbracciata. La rimandò in bagno completamente nuda. Poi chiese a me di uscire fuori. Mi disse: «Vieni qui, non avere paura». Mi portò in una camera dove c'era un letto a una piazza, con sopra una coperta verde. Mi disse: «Se strilli ti addobbo». Una frase che ci ripeterono poi più volte. In questa stanza mi fece spogliare, cominciò ad accarezzarmi e io cercavo di assecondarlo perché ero terrorizzata. Si limitò a toccarmi, a estrarre il pene, a farsi toccare. Invitata la teste a non essere reticente, aggiunge: Dovetti soddisfarlo anche con la bocca, fino all'orgasmo. La finì anche con me dopo circa mezz'ora. Mi riportò nel bagno. Si era tenuto i nostri vestiti. Ci lasciò cosi, tutte e due nude. Il bagno non aveva finestre. Diceva tutto serio che era il bagno dove avevano tenuto prigioniero Bulgari. Erano le 23. Gianni doveva essere tornato, ed ebbi la sensazione che fosse fuori a fare la guardia. Angelo andò a dormire per circa un'ora. Poi tornò nuovamente. Ci assicurò che ci avrebbe lasciato andare, ma poi ci disse che se Jacques lo avesse voluto, ci avrebbe dovuto ammazzare. All'una di notte tornò, era nudo. C'era anche Gianni. Mi fecero uscire dal bagno. Mi costrinsero a prendere il pene di Gianni in bocca. Gianni era arrabbiato, disse che non ero buona a fare niente. Lui e Angelo ridevano di me. Subito dopo mi dissero di chiamare Rosaria. Gianni diceva: «Una delle due la dobbiamo sverginare». Noi li imploravamo di lasciarci andare e loro ridevano, ci prendevano in giro. Gianni mise il pene in bocca a Rosaria e disse ad Angelo che l'avrebbe sverginata. Intanto Angelo mi toccava. Poi Angelo disse a Gianni che non ce l'avrebbe fatta a sverginarla, gli disse: «Lasciala perdere». Ci richiusero nel bagno. Noi piangevamo, avevamo freddo, eravamo nude. Ci gettarono una coperta. Sentivamo fuori Angelo e Gianni che chiacchieravano. Contemporaneamente sentivo rumore in un altro bagno. Quindi pensai che ci fosse un'altra persona. Non riuscivamo a dormire, ci abbracciavamo e cercavamo di farci coraggio. Alle sei del mattino arrivò Angelo che ci disse che dovevamo andare in un altro bagno perché in quello dove stavamo dovevano entrare delle persone. Rosaria strillava e implorava di lasciarci andare. Angelo aveva la pistola in mano e Gianni nrese una cinghia, cominciò a bestemmiare e ci disse: «State zitte, altrimenti vi ammazzo». Ci chiusero nell'altro bagno. Ogni tanto arrivava Angelo, sempre con la pistola, per minacciarci. Anche in questo bagno non c'erano finestre. Dopo due o tre ore ci fecero tornare nel primo bagno. Verso le dieci sentii lo squillo del telefono che era al piano di sopra. Poco dopo scese giù Angelo che era andato a rispondere; disse che era Jacques e che sarebbe arrivato verso le due del pomeriggio, con gli altri. Gianni ci guardava e ci diceva: «Non lo so se potete andare via, perché se Jacques vuole fare qualcosa dovete rimanere». Restammo ancora chiuse nel bagno. Verso mezzogiorno Gianni mi fece uscire un'altra volta. Mi disse: «Vieni fuori tu che hai fatto la brava». Io supplicavo: «Ma che mi volete fare... vi prego... lasciateci andare». Vidi Angelo che metteva i colpi nella pistola che teneva in mano. Gianni mi costrinse nuovamente a prenderlo in bocca. Poi si fermò e disse: «Ora basta che faccio finire alla tua amica». Mi mandò da Angelo che stava in un'altra stanza. Anche lui mi obbligò a prenderlo in bocca. A un certo punto sentimmo un rumore e lui si arrabbiò e disse: «Proprio adesso che stavo arrivando». Mi disse che ora voleva Rosaria. Rosaria rimase nella stanza con Angelo per un po' di tempo. Quando uscì, piangeva disgustata, mentre Angelo era tutto contento e soddisfatto. Mostrava il petto bagnato della roba che gli era uscita e diceva: «Guardate, guardate che ce l'ho fatta». Gianni ogni tanto faceva un gesto con la bocca e con la gola come se inghiottisse saliva. Ci dissero che prendevano delle pillole che gli facevano passare la fame. Mi fecero vedere anche il tubetto. Gianni era arrabbiato perché continuavo a implorarlo di lasciarci andare. Mi diede dei calci sulla schiena, tanti. Anche Rosaria cominciò a gridare e i due si arrabbiarono ancora di più e ci chiusero nuovamente nel bagno. verso le due del pomeriggio sentii di nuovo lo squillo del telefono. Era Jacques che diceva che sarebbe arrivato pia tardi. Si erano fatte le 15,30. Angelo si mostrava preoccupato e diceva che se non arrivava nessuno allora saremmo tornati a Roma noi quattro. Gianni invece diceva di non muoversi, e suggerì ad Angelo di telefonare a Carlo. Carlo dovette tranquillizzare Angelo e comunicargli che stavano arrivando, perché decisero di aspettare, anche se avevano fretta. Noi eravamo sempre chiuse nel bagno, potevamo capire cosa stava accadendo sentendo le loro voci. A un certo punto si ruppe il rubinetto del lavandino, l'acqua continuava a uscire, non riuscivamo a bloccarla. Si mostrarono contrariati, ci dicevano: «Ecco, si doveva rompere il rubinetto proprio ora che dobbiamo andare via. È colpa vostra!». Ci presero tutte e due a schiaffi. Rosaria continuava a piangere e a lamentarsi, e loro continuarono con gli schiaffi. Dissero a Rosaria che doveva aggiustare il rubinetto. Lei ci provò. Poi, sempre con la minaccia della pistola, ci portarono nell'altro bagno. Passò un'altra ora. Arrivò Jacques. Era alto circa un metro e settantacinque, robusto, castano, i capelli li aveva appena ondulati. Aveva una leggera frangetta sulla fronte. Ci avevano detto che era il capo dei Marsigliesi, ma parlava italiano, senza particolari inflessioni. Disse che aveva ventitré anni, ma ne dimostrava di più. Vidi poi che aveva un tatuaggio verde sulla gamba. Si trattava della parola Lella, la scritta poteva essere lunga circa due centimetri. All'inizio non fu cattivo, mi disse: «Se non vuoi venire a letto con me, io non insisto». Sgridò Angelo perché continuava a metterci le mani addosso. Ci assicurava che ci avrebbe riaccompagnate a casa, che però non dovevamo dire niente di quello che era accaduto. Poi però ci guardò e ci disse che dovevamo fare l'amore io e Rosaria. Ci costrinse ad abbracciarci. Poi scelse Rosaria e la portò in una stanza. Angelo prese me, mi mise un cuscino sulla bocca e mi piantò la pistola alla nuca. Siccome mi lamentavo Gianni cominciò a picchiarmi, a darmi calci sulla schiena. Negli stessi momenti sentivo Rosaria che gridava nell'altra stanza. Angelo mi avvicinò il pene alla vagina, ma non ce la faceva. Si arrabbiò e disse a Gianni di pensarci lui. Lui rispose che non gli piacevo. Poi vidi Rosaria e Jacques uscire dalla stanza. Rosaria aveva parecchio sangue tra le gambe e guardava Jacques come se gli dicesse: «Ora che ti ho fatto questo, lasciami andare». A quel punto Jacques mi ordinò di andare nell'altra stanza con lui. E Rosaria rimase con Angelo e Gianni. Jacques si mostrava dolce, mi baciava, mi diceva di non preoccuparmi. Si mostrava soddisfatto di quello che aveva fatto con Rosaria. Era completamente nudo. Erano circa le 19,30. Ci ritrovammo tutti e cinque nella stessa stanza. Noi li imploravamo di lasciarci andare. Loro ci dissero che per mandarci a casa avrebbero dovuto addormentarci, così non avremmo dato fastidio nel viaggio. Vidi Gianni preparare una siringa di plastica con del liquido rosso. A Rosaria dissero che l'avrebbero addormentata al terzo piano. E Angelo la portò su per le scale. Intanto Jacques prese la siringa e mi fece prima un'iniezione, poi un'altra. Ma io non mi addormentavo, anzi non provavo nessuna sensazione di torpore. Vidi Angelo e Rosaria ridiscendere dal terzo piano. Angelo si lamentava perché l'iniezione non aveva fatto effetto su Rosaria. E Gianni gli disse: «Prova con il cuscino». Angelo aveva tra le mani un laccio emostatico e si vantava che lui con quel laccio aveva ammazzato tanta gente. Rosaria fu portata di nuovo al piano di sopra, e da quel momento non l'ho più vista. L'ho sentita, però, l'ho sentita che gridava: «No, non voglio con la bocca, fatemelo con la siringa». Al che io pensai al cloroformio. Poi sentii aprire il rubinetto della vasca da bagno, e immediatamente dopo avvertii i suoni emessi da una persona la cui feccia è immersa nell'acqua, dei rantoli come di qualcuno che cerca di riprendere fiato. A intervalli. Chiesi a Jacques di intervenire, gli dissi che stavano facendo del male alla mia amica. Lui salì su, e scese Gianni, che mi fece la terza iniezione. Non riuscivo ad addormentarmi del tutto, e vedevo Gianni e Jacques salire e scendere alternativamente le scale. E mentre si trattenevano di sopra sentivo i gemiti di Rosaria. Quando non sentii più i gemiti, mi ritrovai accanto Gianni. Subito dopo scese Jacques, e dopo un po' Angelo. Notai che erano stanchi e affaticati. Jacques mi mostrò la mano graffiata e mi disse: «Guarda che m'ha fatto». Siccome continuavo a rimanere sveglia nonostante le tre iniezioni, Jacques mi disse che mi avrebbe dato un colpo di karaté per addormentarmi. Io gli dissi di no, di lasciarmi andare, e loro mi chiesero se preferivo un colpo di karaté o un colpo in testa con il calcio della pistola. Eravamo in giardino. A questo punto io stessa gli dissi che era meglio un colpo di karaté. Jacques mi colpì. Io cascai per terra. Ma non svenni. E mi rialzai. Siccome si sentì il rumore di una macchina, mi trascinarono dentro casa per nascondermi, per paura che qualcuno mi vedesse. Angelo e Gianni mi legarono con una cinta di cuoio, quella dei pantaloni. Me la misero al collo e mi trascinarono per la casa. Gianni mi mise un piede sul petto, mentre tirava, tirava la cinta. Ricordo che più stringeva e più mi sentivo soffocare, la vista mi si annebbiava, vedevo tutto nero. Svenni. Avrò dormito per circa dieci minuti, mi sembrava di stare in pace, a casa mia. Quando mi risvegliai cercai di strapparmi dal collo la cinta, che mi stringeva. Ero riuscita ad allentare la stretta infilando le dita dentro il cappio. Per un attimo avevo ripreso a respirare, ma quando se ne accorsero si arrabbiarono ancora di più e cominciarono a darmi dei calci sul viso. Mi colpivano Angelo e Gianni. Jacques guardava e rideva. Gianni continuando a colpirmi diceva: «Madonna, questa non muore». Erano nervosi e violenti, tranne Jacques, che era calmo e diceva: «Cosa state facendo?». Vidi Gianni che aveva in mano una spranga di ferro, con la quale mi colpiva alla testa. Mi colpiva, mi colpiva, ma non riuscivo a perdere i sensi. E allora lo sentii dire: «Lasciamo stare, la portiamo nel portabagagli e poi provvediamo con un colpo di pistola». Si allontanarono, credo per pulire il sangue che era per terra, e allora ne approfittai. Ero nel salone, mi avvicinai al telefono, presi la cornetta, riuscii a fare il 113. Ero convinta di trovarmi in una villa di Lavinio, o comunque non distante da Latina. Riuscii a dire: «Pronto, mi stanno ammazzando, sono a Lavinio...». Ma se ne accorsero, mi strapparono il telefono e ricominciarono a colpirmi. Sempre più forte. Era già buio quando mi misero nel portabagagli. Potevano essere le 21. Nel frattempo era giunta un'altra auto. Prima misero dentro me. Mi sollevarono con una coperta e una tela cerata. Io facevo finta di essere morta. Ci credettero, tanto che Gianni disse: «Finalmente questa è morta». Chiusero il portabagagli. Poi lo riaprirono per metterci il corpo di Rosaria. Gianni disse: «Guardate come dormono bene queste due. Silenzio, che qui ci stanno due morte». Sentii pronunciare il nome Gianluca. Poi Gianni, rivolto ad Angelo, disse: «Adesso che bisogna fare? Ci pensi tu?». E la risposta di Angelo fu: «Sì, sì, ci penso io». Subito dopo misero nel portabagagli Rosaria. Rimanemmo fermi per qualche minuto. Nell'auto dove stavo salì Gianni, mentre Angelo preferì salire nell'altra automobile, con Jacques. Tornammo verso Roma. Ci furono delle soste. Li sentivo parlare. Gianni Guido diceva a Izzo che si era dato appuntamento con un loro amico, il cui nome, mi sembra di ricor-i dare, fosse Gianluca. Secondo i loro discorsi, Gianluca avrebbe dovuto preparare i passaporti. Durante una delle ultime soste, Angelo salì sulla macchina dove eravamo rinchiuse. Intanto cercai di scuotere Rosaria con il gomito. Ma non la chiamavo, avevo paura che sentissero la mia voce. Avrebbero capito che ero ancora viva. Rosaria era completamente inerte. Non parlai neanche a lei. Avevo paura. Avrebbero capito che ero ancora viva. Solo quando ci fermammo a Roma cominciai a chiedere 'uto. Rosaria era sempre inerte. Io non capivo neanche dove avesse la testa. Ma naturalmente lo avevo capito, che era morta.