venerdì 22 marzo 2019

In Francia ondata di attacchi vandalici contro le chiese cattoliche







In Francia, dall'inizio dell'anno è in atto un'ondata di attacchi vandalici contro le chiese cattoliche senza precedenti. Chiese incendiate, crocefissi distrutti ed escrementi sparsi sopra i muri. Bergoglio non ha tempo per questo. È troppo impegnato a preoccuparsi per le moschee.

MAROCCHINO SPINGE POLIZIOTTO CHE PRECIPITA DA OLTRE TRE METRI. IL SAP CHIEDE PENE CERTE


Pusher marocchino spinge violentemente poliziotto che precipita da 3,5 metri di altezza e si frattura gamba. Paoloni (Sap): «Solidarietà al collega. Pene severe per chi oltraggia e usa violenza contro pubblici ufficiali»
«Ha spinto il collega con violenza, facendolo precipitare da un’altezza di 3 metri e mezzo, sulla sottostante sede stradale. Il collega, a cui va tutta la nostra solidarietà, avrebbe potuto perdere la vita sbattendo la testa, finendo investito. Fortunatamente, se l’è cavata con una frattura alla gamba sinistra e un ricovero con una prognosi di 30 giorni». Così Stefano Paoloni, Segretario Generale del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap), commenta quanto avvenuto a Sondrio a danno di tre poliziotti che si sono imbattuti che si sono imbattuti in tre soggetti extracomunitari dediti allo spaccio di sostanze stupefacenti. I tre stranieri, per divincolarsi, hanno usato violenza contro gli agenti: uno è finito in ospedale con una frattura mentre gli altri due hanno riportato lesioni guaribili rispettivamente in 20 e 7 giorni.
«Siamo arrivati al punto di gioire dinanzi ad una frattura, pensando che poteva andare peggio. Non è ammissibile – prosegue – lavorare in un contesto in cui chi delinque lo fa consapevole di farla franca. Invochiamo inasprimento delle pene per coloro che si rendono autori di reati di violenza, oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale»

Integrazione sogno impossibile: l'islam vuole solo ucciderci


Non possiamo più credere che europei e arabi possano amalgamarsi. Tutte le volte ci illudiamo che ogni massacro sia un caso isolatoVittorio Feltri


Due attentati in un sol giorno, uno in Francia, vicino a Lione, con un uomo decapitato e la sua testa accostata a una bandiera dell'Isis, tanto perché non ci fossero equivoci sulla matrice del delitto, e il secondo in Tunisia, nel Golfo di Hammamet (sissignori, quello di Craxi), con addirittura 37 salme, turisti freddati in spiaggia a titolo dimostrativo o addirittura inseguiti nelle stanze di un paio di resort, ex luoghi paradisiaci di vacanze. Non è finita. In Kuwait, per gradire, alcuni kamikaze si sono fatti esplodere davanti a una moschea: 13 cadaveri. Per oggi, anzi per ieri, può bastare a rammentarci che le guerre di religione o gli scontri di civiltà, o come diavolo si vogliano definire i massacri seriali in corso, non sono fenomeni regionali irrilevanti né destinati ad essere circoscritti a qualche zona particolare.

Siamo di fronte all'ennesima esplosione di follia omicida su scala internazionale di cui non comprendiamo, per accidia o per incapacità di valutare la portata dei fatti, la genesi e le finalità. Ogni volta che accadono episodi di questa gravità, i nostri sentimenti oscillano tra l'incredulità e lo stupore e, nonostante si ripetano con regolarità, ci illudiamo che siano casi isolati, non significativi di uno stato permanente di terrore voluto dagli islamisti allo scopo di farci capire che l'obiettivo siamo noi, noi dell'Occidente, infedeli da eliminare.

Illuminante, nella sua stupidità, il commento di François Hollande: «Non dobbiamo cedere alla paura». Scusi, presidente, con tutto il rispetto, ma come si fa a non avere paura di assassini crudeli e spietati che agiscono in nome di Allah? Che tagliano teste come se potassero alberelli? Che gettano bombe e compiono stragi? Dovremmo essere sereni e pensare che i fondamentalisti sono dei mattacchioni mossi da spirito goliardico?

Alcuni mesi orsono i ragazzotti dell'Isis hanno assaltato un giornale satirico parigino, Charlie Hebdo , ed è stata un'ecatombe. Non contenti, hanno stecchito altri cittadini il giorno appresso. Ma lei, Hollande, se ne è già dimenticato? Si è scordato di essere sceso in piazza in segno di solidarietà nei confronti dei morti ammazzati? Quella manifestazione in teoria doveva servire a sensibilizzare le coscienze dei francesi e, in genere, degli europei, mobilitandoli nella lotta ai malnati. Che ieri si sono nuovamente dati da fare per seminare terrore e versare sangue. E adesso lei ci viene a dire di non soccombere alla paura. Ci suggerisce di esultare? O forse confonde la paura con il panico? Già. Il panico è un cattivo consigliere, mentre la paura è indispensabile per trovare il coraggio di organizzare una difesa seria dal pericolo. Difesa alla quale, dopo una settimana dall'eccidio nella sede del settimanale, lei non ha più pensato. Così come non ci hanno più pensato coloro che sfilarono con lei lungo i boulevard di Parigi in segno di protesta contro i nemici della nostra civiltà.

Sia chiaro. Non ce l'abbiamo con il presidente francese: siamo irritati a causa dell'indifferenza europea, di ogni Paese comunitario, ai problemi riguardanti la sicurezza della gente minacciata dai musulmani esaltati che, dai tempi delle Torri Gemelle abbattute a New York, non hanno più smesso di attaccare le nostre democrazie talmente tolleranti da aver tollerato perfino l'immigrazione in massa proveniente dal Medio Oriente. Il dramma è che noi non abbiamo abbastanza paura (e qui evoco il titolo di un mio libro in materia) dei carnefici dello Stato islamico perché, in fondo, speriamo che essi si stanchino di sterminarci gratis e scoprano il piacere di vivere nel Vecchio Continente, dove i testi religiosi, compreso il Corano, appartengono alla sfera culturale e non si applicano quali codici penali.

Ci illudiamo. Non esistono i musulmani moderati. Anche quelli che non sparano, difficilmente, anzi mai, deplorano i fratelli criminali, probabilmente in silenzio approvano le uccisioni che compiono. Tutto ciò non succede per caso, ma è il frutto velenoso di un'immigrazione incontrollata che ha invaso il nostro continente, Francia, Inghilterra, Italia, eccetera, senza mai integrarsi appieno e rimanendo legata alla tradizione islamica, come dimostra la circostanza che quasi tutti i terroristi attivi dalle nostre parti sono figli e nipoti di musulmani trapiantati qui da decenni. L'integrazione è un sogno irrealizzabile. O comprendiamo questo concetto elementare o continueremo a credere ingenuamente che europei e arabi possano amalgamarsi e rispettare gli stessi valori. Aspetta e spera.

Gli Stati Uniti sono andati due volte a combattere in Irak e una volta in Afghanistan per esportarvi la democrazia, provocando centinaia di migliaia di vittime: hanno fatto un buco nell'acqua. Ovvio, in quei Paesi se ne infischiano dei nostri modelli istituzionali, non sanno cosa siano e li rifiutano, preferiscono il Corano e le sue feroci disposizioni comprendenti la decapitazione, il taglio delle mani e dei piedi, per sorvolare sulle crocifissioni, recentemente tornate di moda insieme con il rogo: bruciare vivi i cristiani piace all'islam integralista. E noi come ci proteggiamo? Ospitando in casa nostra cani e porci, salvo lagnarci perché non si limitano ad abbaiare e a grugnire: uccidono.

Izabella, l’altra Greta di cui nessuno parla: la 15enne che non piace al sistema




Greta e Izabella, due giovani vichinghe. Una politically correct, l’altra no – di Giuliano Guzzo

Tutti pazzi per Greta. O almeno così sembrerebbe, a giudicare dall’entusiasmo che i mass media in questi giorni stanno riservando a questa giovane attivista politica svedese.


Di chi si tratta? Classe 2003, Greta Thunberg è un’adolescente balzata agli onori delle cronache per aver deciso di non tornare a scuola fino alle elezioni generali del 9 settembre.

Una decisione che la piccola pare aver preso spinta essenzialmente da una preoccupazione: quella per le ondate di calore straordinarie che hanno segnato l’estate e per gli incendi boschivi nel suo Paese, motivo per cui tutti i venerdì ha iniziato a presentarsi davanti al Riksdag, il parlamento nazionale svedese, con un cartello: Skolstrejk för klimatet («Sciopero della scuola per il clima»).
La popolarità di Greta

Non solo. Greta è arrivata a ritagliarsi spazi significativi pure nei forum internazionali, come la Conferenza mondiale sul clima a Katowice, in Polonia, in seno alla quale ha lanciato un’esortazione degna di un attivista di età molto più matura della sua: «Avete troppa paura di essere impopolari. Voi parlate soltanto di proseguire con le stesse cattive idee che ci hanno condotto a questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare sarebbe tirare il freno d’emergenza».

La popolarità di questa ragazza è giunta al culmine in Italia nelle scorse ore quando Nicola Zingaretti, neoeletto segretario del Pd, ha dedicato il suo successo politico a lei e a «tutti i ragazzi e le ragazze italiane che il 15 marzo occuperanno le piazze italiane per un nuovo modello di sviluppo e per difendere il pianeta».


Bene, però anche per questa ondata celebrativa dell’adolescente svedese c’è un però. E riguarda il fatto che non è la sola giovane attivista del suo Paese.

Ce ne sono altre delle quali, però, curiosamente non si parla. Per esempio, Izabella Nilsson Jarvandi.
Chi è Izabella Nilsson Jarvandi?

Anche lei giovane (ha 15 anni), anche lei determinata (ha fatto, microfono alla mano, arringhe davanti ai palazzi istituzionali svedesi), anche lei un personaggio, insomma, eppure un personaggio che i grandi media si guardano bene dal celebrare.

Come mai? Per un motivo semplice: a differenza di Greta, Izabella ha sposato istanze contrarie al pensiero dominante.


Per esempio, riservando parole contro le migrazioni di massa e a favore delle politiche familiari (ha osato perfino solidarizzare con l’Ungheria di Viktor Orbán).

Come se non bastasse, lo scorso 2 marzo, quindi giusto pochi giorni fa, ha confezionato un duro cinguettio, su Twitter, contrario all’indottrinamento gender nelle scuole svedesi, nelle quali iniziano a circolare testi allucinanti – ha denunciato la giovane ma già acuta attivista – i cui protagonisti sono «una ragazza con un pene», «un ragazzo con una vagina» o individui che sono al tempo stesso «un maschio e una femmina».

Più generalmente, potremmo quindi dire che Izabella ce l’ha con la classe dirigente progressista e liberal che, con la sua ideologia immigrazionista e politicamente corretta, avrebbe promosso «il genocidio del popolo svedese». Posizioni decisamente nette e combattive, dunque, quelle di questa quindicenne.

Tuttavia, mentre i media esaltano ed incoronano a nuova reginetta del sano attivismo la piccola Greta Thunberg, Izabella Nilsson Jarvandi invece resta, per i più, una figura semisconosciuta, da cui si possono ricavare informazioni solo attraverso mirate ricerche sul Web.

Il che è tutto dire, se ci si pensa, su chi – delle due – stia davvero combattendo la cultura dominante e su chi, a sua insaputa chiaramente, ne sia di fatto ancella.
https://www.leggo.it/italia/cronache/picchiate_bus_avevano_velo-4376558.html?fbclid=IwAR3WfkkBfs8YUSy5-saK1uIR3-BuTt2-JtDU0bV4aPklZLpDevtEJSPCi8o



Torino, aggressione islamofoba sul bus: “Fate attentati”
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Torino, aggressione islamofoba sul bus: “Fate attentati”

Il fatto è accaduto oggi a Torino a bordo di un autobus di linea. Vittime alcune ragazze musulmane che erano a bordo del 59/ e che sono state aggreditedapprima verbalmente, quindi passando alle vie di fatto. A rendere noto quanto successo è stata una di esse, Fatima Zahara Lafram, esponente cittadina dei Giovani Musulmani d’Italia e sorella di Yassine Lafram, presidente dell’UCOII (Unione Comunità Islamiche d’Italia).
Ad andare in escandescenze è stata un’altra passeggera che non ha tollerato la paura di una di loro per un cane che era stato portato sul bus e che ha detto: “Avete paura di un cane ma non di farvi saltare in aria negli attentati…” È stato allora che la situazione è degenerata, con le malcapitate che hanno anche subito le ire della persona rivelatasi oltremodo razzista e violenta, alzando le mani sulle ragazze e strappando ad una di loro l’hijab che indossava. Il conducente ha allora prontamente fermato il bus ed allertato la Polizia che è intervenuta sul posto per raccogliere le testimonianze delle persone coinvolte.
Episodio odioso e sintomatico del clima che si respira in molte città italiane ma che, come afferma la stessa Fatima nel racconto fatto dell’accaduto, non rappresenta certo il pensiero ed il modo di fare della maggior parte degli italiani. Infatti, gli altri passeggeri che erano presenti al fatto hanno subito espresso solidarietà alle malcapitate.
Da parte sua, l’ANMI (Associazione Nazionale Musulmani Italiani) ha condannato fermamente quanto successo nel capoluogo piemontese, esprimendo vicinanza e solidarietà alle sorelle coinvolte nell’aggressione a sfondo razzista.
Qui di seguito il video col racconto di Fatima mentre si trova nel Pronto Soccorso per farsi visitare e condiviso su facebook tramite le “stories”: 

guardate bene chi erano e chi sono quelle due che si lamentano di omofobia. inoltre dovete sapere che per l Islam i cani sono animali satanici. Io non credo alla storia che hanno raccontato , una persona che ha paura del cane si sposta , è possibile che abbiano fatto degli apprezzamenti negativi??

Lotta al Jihad in carcere

L’importanza del monitoraggio degli estremisti islamici, anche quando sono già stati “assicurati” alla giustizia
pp01 3-19
“Quando è stato dimesso dal carcere di S. Vittore sembrava quasi che avesse cambiato vita, era irriconoscibile, noi eravamo tutti stupiti. Da allora Moncef aveva iniziato a pregare quotidianamente, per più volte al giorno, a frequentare le moschee locali, i suoi discorsi diventavano sempre più monotematici perché era fissato sull’Islam, su Allah… non riuscendomi a spiegare un cambiamento così radicale e improvviso, ho collegato l’esperienza in carcere al suo processo di radicalizzazione: un processo che, probabilmente, aveva accresciuto e acuito un fenomeno già presente in lui...”.
Così un teste racconta alla Corte d’Assise di Milano come fosse stato possibile che Moncef, ragazzo marocchino meno che ventenne affidato a una comunità di Vimodrone, fosse finito a combattere in Siria tra le fila di Daesh. Questo episodio ribadisce una convinzione che tra gli addetti ai lavori è sempre più diffusa: è finito, una volta per tutte, il tempo in cui l’interesse dell’investigatore antiterrorismo si fermava sulla porta d’ingresso del carcere. Conservo buona memoria di un’epoca in cui, con l’esecuzione del provvedimento restrittivo, chi aveva effettuato le indagini considerava la vicenda chiusa, il male estirpato, la comunità messa in sicurezza. L’esperienza maturata in Italia e altrove ci dice che oggigiorno le strutture detentive rappresentano uno snodo cruciale per chi si occupa di prevenzione del terrorismo internazionale, e questo sotto molteplici punti di vista. In primo luogo, il militante incallito che finisce in galera è molto probabile che tenti di approfittare della frustrazione e della disperazione provocata dalla prigionia per tentare di fare proseliti tra i suoi compagni di reclusione. I nostri archivi abbondano di esempi.
Storie di radicalizzazione tra le sbarre
Quando nel 2008 la Digos di Bologna smantellò una cellula di nordafricani alle dipendenze di un veterano del conflitto in Bosnia, il tunisino Jarraya Khalil, accertò come questi avesse tra gli altri radicalizzato e reclutato un giovanissimo detenuto anch’egli tunisino, Kammoun Walid, durante un periodo di solo qualche settimana in cui condivisero la cella nel carcere di Ferrara. Pochi giorni furono sufficienti a Jarraya per fare breccia nella coscienza e nella psiche di Walid che si trasformò da piccolo spacciatore in un vero mujahid pronto ad immolarsi per il jihad. Il 21 gennaio di quest’anno la Digos di Catania ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un 32enne convertito italiano, Giuseppe D., accusato di aver utilizzato i social network per irretire giovani utenti, sia uomini che donne, e convincerli ad aderire all’islam di matrice integralista. Fingendosi un predicatore egiziano, l’uomo aveva condiviso con i suoi target filmati e immagini di propaganda salafita-jihadista. Anche in questo caso la radicalizzazione di Giuseppe D. era maturata in galera. Il suo groomer (reclutatore) era stato un altro detenuto marocchino espulso nel 2017 per motivi di sicurezza.
Accade poi sempre più spesso che dentro il carcere maturino processi di islamizzazione di radicalismi preesistenti, secondo le dinamiche così bene illustrate dal sociologo francese Olivier Roy. Il caso più emblematico resta quello del terrorista tunisino Anis Amri, l’autore del massacro del mercatino di natale di Berlino del 19 dicembre 2016, la cui fuga attraverso mezza Europa fu stoppata 4 giorni dopo a Sesto S. Giovanni da un valoroso equipaggio della Volante. Anis era sbarcato a Lampedusa 5 anni prima, approfittando dell’implosione delle strutture di sicurezza tunisine all’indomani della rivoluzione dei gelsomini. Spacciandosi per minorenne, qui da noi rivelò immediatamente la sua indole violenta e il disprezzo da sempre nutrito verso qualunque forma di autorità appiccando il fuoco al centro di accoglienza per minori di Belpasso, vicino a Catania, che pure gli aveva dato riparo e lo aveva sfamato. Arrestato per questi fatti e condannato a 5 anni, Amri iniziò un periodo di detenzione in cui rivestì di religiosità il suo temperamento rivoltoso: il risultato, di lì a qualche anno, sarà l’impeto di inaudita violenza terroristica capace di produrre 12 morti (tra cui l’italiana Fabrizia Di Lorenzo) e 56 feriti sulla Breitscheidplatz berlinese.
Dopo il Web, il carcere è divenuto lo scenario che più frequentemente fa da sfondo ai fenomeni di radicalizzazione religiosa, una sorta di incubatore di ineguagliabile efficacia. Quanto ciò sia vero ce lo confermano alcuni interessanti numeri che prendiamo in prestito da un accuratissimo studio elaborato dai nostri colleghi dell’Antiterrorrismo francese: “... dei 71 terroristi che dal 2012 al settembre 2016 si sono resi responsabili di 17 attacchi portati a termine e di altri 29 progetti stroncati dai servizi di sicurezza, ben 23 si sono radicalizzati in luoghi di detenzione e/o nel circuito delle moschee salafite...durante la permanenza in galera, la frequentazione di jihadisti che diffondono un discorso capace di sfruttare abilmente il sentimento di ingiustizia così come le crisi di identità ha giocato un ruolo determinante nella radicalizzazione di detenuti comuni alla ricerca di redenzione...”. In effetti, per i detenuti già radicalizzati l’universo carcerario rappresenta un’ottima opportunità per interagire ed estendere la propria sfera relazionale ad altri ambienti delinquenziali, come quelli legati al traffico di armi. Fu nel penitenziario di Fleury-Mérogis che il franco-senegalese Amedy Coulibaly - rapinatore multirecidivo radicalizzato in carcere dal terrorista algerino Djamel Beghal – strinse quel patto criminale con Cherif Kouachi che portò agli eccidi di Charlie Hebdo e del supermercato kosher di Parigi del gennaio 2015.
La strategie di prevenzione in carcere
Detto ciò, cosa fare per evitare che il carcere restituisca alla società civile delle bombe ad orologeria cariche di odio?  Affidarsi ai meccanismi ordinari di sorveglianza può non bastare: nel luglio 2016, il braccialetto elettronico che le autorità penitenziarie francesi gli avevano messo al polso non riuscì a impedire al tagliagole Adel Kermiche, fresco di giuramento al califfo Al Baghdadi, di sgozzare l’ottantacinquenne padre Jacques Hamel mentre celebrava messa nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, in Normandia.
L’Amministrazione penitenziaria italiana ha articolato una propria strategia di prevenzione antiterrorismo ed è stata raccordata alle diverse componenti istituzionali chiamate a valutare la minaccia jihadista. Il primo monitoraggio per tentare di cogliere fermenti di potenziale radicalizzazione risale a una dozzina di anni fa, quando Francesco Cascini, il magistrato che dirigeva l’Ufficio per l’attività ispettiva e del controllo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, valorizzò gli esiti di un mirato rilevamento avviato all’interno delle carceri, iniziando da quelle a maggiore densità di detenuti musulmani. Fu in queste strutture, quasi tutte nel Settentrione d’Italia, che l’attività ricognitiva del Dap permise di enucleare e distinguere tra i detenuti di fede islamica i leader (quelli che conducevano la preghiera), i promotori (detenuti che interloquivano con le direzioni degli Istituti per ottenere la creazione di spazi per gli incontri di preghiera) e infine i semplici partecipi. Peraltro già da tempo, in collaborazione con la Direzione centrale della polizia di prevenzione, il Dap aveva iniziato ad effettuare un approfondito screening degli imam e dei mediatori culturali prima di autorizzare il loro ingresso all’interno delle strutture carcerarie. Nella fase successiva, l’Amministrazione penitenziaria ha focalizzato l’attenzione sui singoli detenuti di maggior spessore, scelti non solo sulla base della tipologia di reati di cui erano accusati ma anche in relazione al comportamento in carcere. Nei loro confronti fu dunque attivato un dispositivo teso anche a dettagliare i rapporti mantenuti con il mondo esterno, attraverso la corrispondenza extra e inframuraria, i colloqui visivi e telefonici, le somme di denaro inviate e ricevute. Siamo qui agli albori della creazione di un vero e proprio servizio di intelligence carceraria, le cui specifiche saranno in seguito perfezionate negli anni a venire.
Il Dap trova CASA 
Al 2008 risale la connessione stabile del Dap con il Comitato di analisi strategica antiterrorismo – l’organo tecnico che riunisce forze di polizia e servizi di informazione e sicurezza ed è chiamato a valutare l’incidenza della minaccia terroristica – sotto la cui egida l’attività di monitoraggio carcerario venne rilanciata e affinata. Già a quel tempo fu possibile cogliere alcuni risultati significativi, soprattutto perché si riuscì a documentare come sia l’impegno politico-ideologico, sia la pericolosità di alcuni detenuti di orientamento radicale non fosse cessata con l’ingresso nelle strutture carcerarie. Eclatante il caso dell’estremista islamico tunisino Essid Sami Ben Khemais, l’emiro delle strutture di reclutamento qaediste operanti in Lombardia fino al 2001, sorpreso anni dopo nel carcere di Palmi con un microfono nascosto nel tacco di una scarpa, con cui registrava messaggi da far pervenire ai suoi sodali ancora in libertà, e con un seghetto che gli serviva per mettere in pratica il suo progetto di fuga.
Da oltre un decennio l’attività di osservazione, monitoraggio e analisi del fenomeno della radicalizzazione in carcere operata dal Nucleo investigativo centrale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria il Nic (vedi box pag. 13, ndr) si è ulteriormente affinata, strutturandosi in tre livelli (basso, medio e alto) in cui sono suddivisi i detenuti a rischio che nel 2018 ammontavano complessivamente a 472). Le risultanze di questo lavoro sono straordinariamente utili sia per l’Autorità giudiziaria, cui sono trasmesse le notizie di reato, sia per le forze di polizia che sul territorio devono adottare idonee misure di prevenzione ed infine, come si legge nel rapporto ad hoc del Dap del 2018 , anche  “per l’attivazione dei processi di de-radicalizzazione, trattandosi di percorsi individuali che devono svilupparsi partendo dalle motivazioni che hanno portato il detenuto ad abbracciare l’ideologia estremista”.
L’efficacia del sistema di condivisione tra gli Enti che partecipano al Casa delle notizie acquisite in ambito carcerario è confermata dall’incidenza delle espulsioni di ex detenuti monitorati sul numero complessivo degli allontanamenti dal territorio nazionale: nel 2017, su un totale di 105 soggetti radicalizzati espulsi dall’Italia 29 provenivano dal monitoraggio carcerario mentre nel 2018 il numero è salito a 48 monitorati su 126 allontanamenti adottati.
Investire sulla de-radicalizzazione e il disingaggio
La consapevolezza che i processi di radicalizzazione trovano nelle carceri un ecosistema fertile  ha portato anche l’Unione Europea a operare investimenti massivi di risorse, studi e progetti nel settore. Due dei nove gruppi di lavoro del RAN (Radicalization Awareness Network, la rete di operatori di prima linea dedicato alla prevenzione della radicalizzazione, finanziato dalla Commissione Europea), il RAN Prison and Probation e il RAN Exit, sono focalizzati proprio sul contrasto della radicalizzazione in carcere e sulle strategie di uscita dall’estremismo violento. La prima raccomandazione per azioni da intraprendere in aree prioritarie, elaborata dal Gruppo di Alto livello della Commissione Europea sulla Radicalizzazione (HLCEG-R) nel maggio del 2018, riguarda la riconosciuta necessità di innalzare la capacità degli Stati Membri di sviluppare, implementare e valutare strumenti di rilevamento del rischio e programmi di disingaggio idonei a favorire una riabilitazione efficace e “su misura” di individui estremisti. La prima priorità definita nell’action plan per il 2019 dallo Steering Board europeo sulla radicalizzazione, che raccoglie l’eredità dell’HLCEG-R, è ancora la riabilitazione e la reintegrazione di soggetti radicalizzati in carcere, con un focus su un progetto a guida franco-svedese che si propone di sviluppare una piattaforma di conoscenza su come prevenire la radicalizzazione nelle prigioni, come lavorare con i detenuti accusati di terrorismo o di estremismo violento e infine cosa fare con i soggetti radicali che vengono rilasciati dal carcere. Le iniziative delle istituzioni europee si estendono anche al mondo dell’università e della ricerca attraverso progetti finanziati dal programma europeo Horizon 2020 e partecipati trasversalmente da entità governative e settore privato. Iniziative progettuali come Train Training e Trivalent, alle quali partecipano il Dap e la Direzione centrale della polizia di prevenzione, sono specificamente dedicate alla formazione delle competenze di staff, per gestire in ambiente multidisciplinare i rapporti in carcere con individui radicalizzati. Parallelamente anche molti Stati membri dell’Unione si sono dotati di strategie nazionali organiche per la lotta al radicalismo che conduce all’estremismo violento. Recentemente il Regno Unito ha presentato il suo modello denominato Prevent, una parte rilevante del quale è dedicata alle tecniche di Desistance e Disengagement degli estremisti. Lo stesso hanno fatto Francia e Austria, mentre i Paesi Bassi e quelli Scandinavi già da tempo hanno sperimentato meccanismi di intervento con buoni risultati.
La lezione europea
Quali gli highlights e le linee direttrici europee che hanno dato prova di efficacia? Un primo concetto imprescindibile è l’unicità del soggetto a rischio radicalizzazione. Ogni individuo è la risultante di un vissuto e di fattori personali irripetibili che richiedono una valutazione del rischio accuratissima e interventi specifici che tengano conto di chiavi di accesso adatte al caso concreto. In secondo luogo gli interventi sulle persone a rischio devono essere erogati in ambiente multidisciplinare, proprio perché molto diverse e coordinate tra loro devono essere le risposte. Gli staff delle carceri, inoltre, devono essere formati, motivati e in possesso di competenze e sensibilità adeguate. Il dibattito su queste vicende ha portato a individuare alcuni fattori di supporto che possono facilitare i detenuti ad abbandonare il sentiero della radicalizzazione, distinguendo quelli di tipo cognitivo (l’angolo visuale e il modo di rapportarsi con la realtà), relazionale e occupazionale/vocazionale. Può essere molto importante offrire loro la chance di rivedere le proprie convinzioni da prospettive diverse sulla scorta di modelli positivi, così come essere inclusi in gruppi di relazione funzionali e perseguire progetti vecchi e nuovi di realizzazione personale in ambito lavorativo. In questo quadro sono risultate efficaci esperienze di mentoring, forme di sostegno psicologico e spirituale/religioso nonché di supporto ai nuclei familiari.
In conclusione, la prevenzione nei luoghi di detenzione deve spingersi ben oltre la capacità di monitoraggio del fenomeno. Il pragmatismo che contraddistingue l’esperienza italiana – quella dell’approccio interministeriale e multiagenzia, basato sulla razionalizzazione della raccolta dei dati della vita inframuraria e quindi sulla loro condivisione  – costituisce una “buona pratica” cui, oggi più che mai, occorre accompagnare meccanismi di intervento più efficaci per il disingaggio, il depotenziamento e il recupero dei soggetti a rischio radicalizzazione.
*dirigente superiore della Polizia di Stato, direttore del Servizio per il contrasto dell’estremismo e del terrorismo esterno della Dcpp/Ucigos
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Difendere i nostri valori
“Estremismo islamico e sicurezza nazionale. Strumenti di lotta, investigativi e di prevenzione” questo il tema del convegno che si è tenuto il 15 febbraio a Bari nel Salone degli specchi del Palazzo di Governo. Il meeting, a cui hanno preso parte il capo della Polizia Franco Gabrielli, il direttore centrale della Polizia di prevenzione Lamberto Giannini, il procuratore di Bari Giuseppe Volpe e il sostituto procuratore Giuseppe Gatti, la presidente della 1^ sezione della Corte d’Appello Francesca La Malfa, il questore di Bari Carmine Esposito, Kieran Ramsey dell’Fbi e Izzeddin Elzir, già presidente dell’Unione comunità islamiche d’Italia, è stato moderato dal giornalista Francesco Giorgino. L’incontro, durante il quale sono state illustrate le strategie di lotta al terrorismo interne ed internazionali, è stato anche una importante occasione per ripercorrere le numerose operazioni di contrasto al terrorismo condotte dalla Polizia di Stato a Bari. Nell’intervento conclusivo, il prefetto Gabrielli ha sottolineato che: «Rinunciare ai nostri valori e al nostro stile di vita sarebbe una sconfitta. Nel nostro Paese gli appartenenti alle forze di polizia, all’intelligence e alla magistratura, sulla loro pelle, hanno costruito una professionalità che garantisce una cornice di sicurezza. Questa è certamente una delle concause principali che ci ha permesso sino ad oggi di essere immuni da attacchi». Condividere informazioni tra gli apparati d’intelligence internazionali e le forze di polizia e porre in essere misure tese alla deradicalizzazione, questi i due importanti pilastri su cui basare la lotta senza quartiere al terrorismo islamico emersi nell’incontro.
Mauro Valeri
04/03/2019
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Caso Ruby, la modella Imane Fadil non è stata avvelenata con sostanze radioattive

Le analisi compiute durante l’autopsia escludono la contaminazione

Io glielo avevo detto de nun magnà la carbonara

imane fadil
I primi accertamenti condotti dal pool di consulenti nominati dalla Procura di Milano sul corpo di Imane Fadil, la testimone delle inchieste e dei processi sul caso Ruby, morta il 1° marzo a Milano dopo un mese di agonia e con il sospetto che fosse stata avvelenata, “escludono la presenza di radioattività”. Restano dunque in piedi le altre due ipotesi avanzate dalla Procura che in seguito al decesso della giovane modella ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di reato di omicidio volontario e disposto l’autopsia. E cioè: l’avvelenamento da metalli pesanti, di cui è stata trovata traccia nel sangue della Fadil, oppure la morte naturale per una malattia autoimmune.